«Molte volte i fatti ci sono, sono stati verificati eppure sono stati ignorati, poiché ciò che manca è un mondo comune».
Linda Zerilli, politologa e saggista statunitense
Oggigiorno, è sempre più difficile relazionarsi con il prossimo, soprattutto quando ha origini ben lontane dalle nostre. Del resto, sono tante le persone razzializzate e marginalizzate nel contesto italiano. Questo libro, “Luoghi di confine. Violenze e resistenze del territorio italiano”, a cura di Noemi Bergesio e Lorenzo Mauloni, pubblicato da DeriveApprodi, mostra come il confine non sia solo quella linea immaginaria tracciata sulla mappa, piuttosto qualcosa di cui facciamo esperienza quotidianamente.
Luoghi di confine è, quindi, un tentativo di mappare dove e come le violenze di confine si materializzano oltre la frontiera, anche per esempio in città, nelle piazze, ovvero, nei luoghi in cui la vita di tutti i giorni delle persone razzializzate prende forma. Un clima così ostile è presente ovunque, il quale finisce per minare i tentativi delle persone migranti di raggiungere l’europa.
Siamo un popolo che accoglie i migranti?
Innanzitutto, quando parliamo di “migrante” facciamo riferimento a una persona che decide di spostarsi liberamente, ossia di lasciare il proprio paese. Questo termine è utilizzato in maniera generica, infatti, dovremmo poi distinguere tra “migranti regolari” e “migranti irregolari”. I primi, giungono in un paese con un permesso di soggiorno valido, mentre i secondi non lo possiedono oppure la loro permanenza si prolunga oltre la scadenza del loro visto.
L’italia è sicuramente conosciuta per le sue bellezze, c’è l’imbarazzo della scelta, e per la cucina, ma non di certo per essere un paese accogliente con il prossimo. Basti pensare alla “barriera immaginaria” che separa l’Italia in due, Nord e Sud, accompagnata da insulti, atti discriminatori e battute di cattivo gusto. Come possiamo pensare allora di avere una convivenza pacifica tra italiani e migranti?
A proposito, con l’invasione russa in Ucraina iniziata nel 2022, vennero predisposti dei corridoi umanitari per facilitare lo sfollamento di persone. In Italia, avvenne una divisione fra persone rifugiate bianche di classe A, le quali potevano avere un accesso prioritario alle strutture ricettive, e persone rifugiate di classe B, ovvero non bianche, alle quali era negato un posto di accoglienza.
Una situazione che di certo non ha visto grandi miglioramenti, se non un vero e proprio peggioramento nel 2023 con il genocidio in Palestina.
La rotta balcanica e la rotta del Mediterraneo centrale
La rotta balcanica è una via terrestre che si estende dalla Turchia verso la Grecia e poi attraverso i Balcani occidentali verso l’Europa centrale, ed è sempre stata utilizzata dalle persone in fuga da guerre e persecuzioni. Le persone migranti sono costrette, più volte, ad attraversare i confini, soprattutto dovendo fronteggiare i respingimenti informali e illegali, chiamati pushbacks. Questi respingimenti avvengono in modo clandestino, quindi, senza la presenza di una documentazione che attesti l’effettiva azione compiuta nei confronti dei migranti, i quali non hanno possibilità di chiedere un risarcimento.
Parallelamente, la rotta del Mediterraneo centrale è un percorso via mare, questa volta, che collega le coste di Libia e Tunisia con Italia e Malta. Un percorso che espone maggiormente i migranti a incertezze e pericoli, senza un supporto adeguato a poter giungere vivi sulle coste europee.
La Tunisia è un paese con una lunga storia di migrazioni, il cui apice è stato raggiunto dopo la Rivoluzione del 2011, dove molte persone hanno attuato la cosiddetta “harga”. Quest’ultimo è un termine colloquiale usato soprattutto in Nord Africa per descrivere l’atto di attraversamento di una frontiera. Il suo significato letterale sarebbe “bruciare” perché fa riferimento all’azione di “bruciare le frontiere” ma anche i documenti come i permessi di soggiorno.
Nel 2023, la Tunisia si è attestata di nuovo come principale paese di partenza degli sbarchi in Italia.
Il concetto di “confine”
Solitamente, con il concetto di confine si intende un limite fisico o simbolico che separa due territori o proprietà. Può essere fisico quando parliamo di un fiume o di una recinzione, mentre simbolico quando lo identifichiamo con una linea immaginaria che non deve essere oltrepassata.
Il confine si manifesta in molteplici forme. Infatti, i migranti vengono schedati all’ingresso nello spazio europeo e le loro impronte diventano dati biometrici. Quel confine tanto immaginario e utopico si materializza e diventa realtà. Quindi, dove e come si produce questo confine che ogni giorno tantissime persone lo subiscono violentemente?
Se facciamo un passo indietro, verso gli anni Novanta, esisteva l’idea dello Stato come attore fondamentale, e si parlava di queste linee cartografiche che distinguevano un “al di qua” da un “al di là”. Successivamente, negli anni Duemila, il concetto di confine è stato ripensato, capendo come possa materializzarsi un po’ ovunque. Ovviamente, il concetto di confine non può avere un solo significato. Per esempio, il confine, per una persona senza documenti, può rappresentare un elemento negativo e una vera e propria barriera, mentre per una guardia di frontiera è tutt’altro, visto che si occupa di impedire l’ingresso di persone estranee.
Inoltre, in questo libro, più volte il confine viene paragonato a dei sites of struggles, ossia a dei campi di lotta.
Razzializzazione e segregazione
Ogni volta che si verifica un atto discriminatorio è perché alla base non c’è una differenza biologica ma una differenza creata appositamente. Per meglio intenderci, nella società esistono gerarchie, stereotipi e discriminazioni perché un gruppo di persone molto ampio attribuisce caratteristiche diverse e non conformi a un gruppo più piccolo. Quindi, la maggioranza rappresenta il fattore dominante, mentre la minoranza viene così dominata. Queste caratteristiche differenti possono includere dei tratti fisici o culturali, reali oppure inventati, tuttavia non devono essere motivo di discriminazione.
Questo processo prende il nome di razzializzazione. In questa parola emerge il concetto di “razza”, il quale ha giocato un ruolo importante nella figura del migrante. L’aspetto fisico e il colore della pelle sono stati utilizzati come strumento discriminatorio, e la stessa violenza razziale è alla base del regime di confine europeo.
Se parliamo di razzializzazione dobbiamo anche includere il concetto di segregazione. La segregazione razziale è un fenomeno ampiamente diffuso, che prevede l’isolamento di un gruppo di persone dalla comunità. Tutto ciò comporta anche un accesso differenziale a spazi e a servizi pubblici. Questa forma di violenza è evidente nella tratta degli schiavi, nella segregazione spaziale negli stati uniti, presente ancora nei regimi di apartheid in Sudafrica e in Palestina.
I corpi sfruttati dei migranti
A giugno del 2024, si verificò un evento impossibile da non ricordare. Presso Borgo Santa Maria, in provincia di Latina, venne ritrovato il corpo di Satnam Singh, bracciante indiano di 31 anni, in condizioni critiche. Il suo braccio destro era stato tranciato da un avvolgitubo, e l’arto era stato abbandonato insieme al suo corpo vicino alla sua abitazione. Il datore di lavoro, Antonello Lovato, anziché portarlo all’ospedale aveva deciso di abbandonarlo, gesto che ha portato alla sua morte qualche giorno dopo.
Ovviamente, Lovato era a conoscenza delle irregolarità a cui erano sottoposti i propri dipendenti, un sistema ormai diffuso ovunque, coinvolgendo soprattutto persone migranti con un grande bisogno di lavoro. Questo episodio è un esempio di razzismo sistemico-istituzionale. Con tale termine si intende una forma di razzismo che deriva dalle leggi dello Stato, non avendo nulla a che fare con discriminazioni o aggressioni individuali.
Satnam è uno dei tanti che è stato sottoposto a questo meccanismo di sfruttamento. Questa vicenda rappresenta anche un caso di “capitalismo razziale”, ossia una forma di sfruttamento, secondo il sociologo e politologo afroamericano Cedric J. Robinson, della manodopera delle persone migranti.
Infatti, in Italia le persone migranti sono sottoposte a lavori precari senza alcuna possibilità di miglioramento. Lo dimostra anche il rapporto Idos 2024: più di 6 lavoratori stranieri su 10 svolgono mansioni operaie o non qualificate (61,6% vs il 29,5% degli italiani) e non vedono migliorare le loro condizioni. Invece, meno di 9 su 100 esercitano una professione qualificata (8,7% vs il 38,6% degli italiani).
Per non parlare delle donne, dove più della metà è impiegata in appena quattro professioni.
Le persone migranti sono viste come corpi da lavoro e nient’altro. Sono gli stessi dispostivi giuridici di regolazione dell’accesso che producono irregolarità. Per esempio, la legge Bossi-Fini ha inserito un legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro. Infatti, il permesso di soggiorno è valido solo se il migrante ha un contratto di lavoro, mentre in caso di perdita del lavoro, ha a disposizione un tempo limitato per trovarlo, altrimenti può incorrere in irregolarità.
Un’altra criticità emersa sempre dalla legge Bossi-Fini è la chiamata nominativa a distanza per l’immigrazione irregolare in Italia. In questo caso, il datore di lavoro italiano deve indicare un lavoratore specifico ancora all’estero senza però averlo mai incontrato. È un meccanismo che non ha avuto riscontri con la realtà, in quanto un datore di lavoro dovrebbe assumere uno sconosciuto.
Un altro problema è rappresentato dal numero di domande che spesso supera il numero limite delle quote previste dal decreto flussi. È facile così diventare irregolari sul territorio non per una scelta personale ma a causa di un sistema che alimenta questa marginalità già presente.
L’immigrazione e la sua percezione distorta
Siamo certi di avere una chiara conoscenza del concetto di immigrazione? È appurato che sia un argomento affrontato prettamente da chi è bianco. Ce lo confermano le trasmissioni mandate in onda, che ospitano quasi sempre giornalisti e politici bianchi che esprimono considerazioni e opinioni in merito.
Questa percezione distorta è confermata anche da uno studio di Ipsos del 2019, il quale mostra come i cittadini e le cittadine italiane siano convinti che la presenza straniera nel paese sia pari al 31% della popolazione, dato che nel 2019 stesso era stato confermato invece all’8,5%.
Così come quando un illecito viene commesso da un bianco è tutto “nella norma”, e la sua gravità viene, in parte, attenuata, mentre se lo stesso illecito viene commesso da una persona straniera l’atto in sé assume una gravità maggiore. Si tende a collegare i cattivi comportamenti solo alle persone straniere, come accade quando si parla di molestie e violenze sessuali. Un’idea che è stata diffusa e confermata dal Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, il quale ha affermato che femminicidi e violenze sono causati da “immigrati irregolari”, opinione condivisa anche dalla Presidente del Consiglio giorgia meloni, la quale ha ribadito che le violenze sessuali vanno di pari passo con “l’immigrazione illegale di massa”.
Resistenza alla violenza di confine
Quanto è difficile mettere in atto questa resistenza? Quante persone hanno sofferto senza trovare il coraggio di denunciare gli atti criminosi attuati nei loro confronti? La resistenza parte proprio dal coraggio di raccontare la propria storia. In Libia molte persone hanno deciso di rendere evidente ciò che veramente succede alle persone come loro, prima catturate e poi torturate. La stessa presa di coscienza sta avvenendo anche in Tunisia, come dimostrano le testimonianze contenute in questo libro. La resistenza nasce anche quando si sta insieme, quando si condivide uno spazio. Come dice il famoso proverbio “l’unione fa la forza”.
Ne è un esempio l’esperienza di Refugees in Libya, quando si sono uniti in 5000 persone in protesta per 100 giorni. La resistenza nasce anche quando le persone realizzano di dover valorizzare le proprie risorse, ossia riconoscere e usare le capacità che già possiedono. Queste persone hanno capito che esiste veramente il concetto di solidarietà, che non sono sole e che ci si può aiutare a vicenda.
Il “progetto Stella polare”
Nel 2000 nasce il progetto Stella polare a Trieste, diventando un punto di riferimento per donne e persone trans migranti sopravvissute alla tratta e allo sfruttamento sessuale. Uno dei punti chiave di questa rete è stato il Centro donna e salute mentale attivo a Trieste tra il 1992 e il 2001. Uno spazio che ha unito la pratica psichiatrica con l’ascolto delle differenze, offrendo supporto.
Nasce così dal 2009 lo spazio della Casa internazionale delle donne, luogo simbolo dell’autonomia e della resistenza. Una forza evidente nel laboratorio di sartoria sociale nato all’interno di questo spazio, costituito dalla collaborazione tra donne migranti, operatrici e attiviste.
Il racconto di tre donne: Ada, Balina e Loveth
Ada, Balina e Loveth sono tre donne che durante la loro vita sono entrate in contatto con la Casa internazionale delle donne grazie al progetto anti-tratta, giungendo così a Trieste, dopo innumerevoli violenze.
Ada e Balina hanno vissuto forme di sfruttamento sessuale nei loro paesi e durante il viaggio migratorio. Entrambe hanno preso coraggio scegliendo di interrompere cicli di violenza che le hanno viste protagoniste.
Loveth, invece, prima di arrivare a Trieste e partecipare al progetto Stella polare, è stata una dublinante. I dublinanti sono i richiedenti asilo identificati nel primo Paese di arrivo nell’UE che, trasferitisi in un altro Stato membro, vengono riaccompagnati indietro seguendo il Regolamento di Dublino.
Infatti, Loveth ha vissuto in Italia, poi in Germania, Francia, Spagna tornando poi in Italia.
Loveth ha raccontato che:
«Sono sette anni che sono in Europa, ma ho vissuto due anni in Italia
e poi nel 2017 me ne sono andata […] perché ero incinta di mio figlio e
non avevo documenti, né un lavoro. Quando sono arrivata a Trieste [in
Questura] hanno chiamato […] Stella polare, hanno raccolto tutti i dettagli della mia storia. [Poi] ho avuto lo status di rifugiata e il permesso
per cinque anni, per me e mio figlio».
Palermo come “paradiso per i rifugiati” e Torino
palermo è stata descritta come un vero e proprio “paradiso per i rifugiati”. Inizialmente, era identificata come Sud interno e marginalizzato, mentre oggi rappresenta una delle principali frontiere europee rispetto alle migrazioni attraverso il Mediterraneo.
Eppure, a Palermo trovare casa per una persona migrante razzializzata senza l’aiuto di nessuno è molto complesso, infatti, molti proprietari non si fidano nonostante la presenza di un permesso regolare di soggiorno e di contratti di lavoro stabili.
Oggigiorno, a Palermo vive una comunità migrante non bianca, che si è formata prima, durante e dopo la crisi migratoria del 2015. Non bisogna dimenticare il Movimento Right2be nato a maggio del 2023 al fine di riunire le differenti comunità migranti a Palermo. Questo movimento nasce da giovani persone migranti arrivate in Italia dal 2012 tramite il Mediterraneo, come richiedenti asilo e/o minori senza accompagnamento.
Mentre torino la possiamo ricordare per il concetto di “caporalato abitativo”. Tutto parte da una domanda essenziale, ossia: come fanno le persone straniere a trovare un affitto senza finire per strada? In poche parole, si sviluppa un mercato immobiliare specializzato nell’affitto a stranieri, il quale offre soluzioni abitative in condizioni svantaggiose, proponendo posti letto in luoghi sovraffollati e insalubri.
Un caso un po’ più specifico di “caporalato abitativo” è stato il “ras delle soffitte”, soprannome dato a Giorgio Molino, imprenditore di Torino specializzato nel business dell’affitto prima ai meridionali e poi alle persone straniere.
Il Silos di Trieste
Il Silos, chiamato anche Khandwala dalle persone migranti, ossia “casa in rovina”, è un grande edificio abbandonato tra la stazione e il Porto Vecchio. È stato realizzato a metà Ottocento sotto l’impero austro-ungarico, ed era utilizzato per lo stoccaggio e il movimento di granaglie. Successivamente, rimase in disuso fino al 1943, quando i nazisti lo impiegarono per deportare gli ebrei destinati ai campi di sterminio. Alla fine della Seconda guerra mondiale diventò uno spazio di accoglienza per migliaia di esuli istriani, successivamente, venne usato per ospitare i rifugiati in transito lungo la rotta balcanica.
La normativa italiana prevede che i richiedenti asilo privi di mezzi economici debbano essere accolti nel momento in cui richiedono protezione internazionale. Tuttavia, a Trieste non è stato sempre così, infatti, durante il 2023, i tempi di attesa per entrare in accoglienza hanno raggiunto un massimo di 247 giorni, mentre il numero di richiedenti asilo lasciati per strada è arrivato a 500.
Purtroppo, il Silos è stato sgomberato il 21 giugno 2024, da questa data non ci vive più nessuno.
L'(ex)carcere di Macomer ora Centro per il rimpatrio
I Cpr sono Centri di permanenza per il rimpatrio con la funzione di trattenere le persone in attesa di essere deportate. Un esempio è il Cpr del comune di Macomer in Sardegna, ex carcere che fino al 2014 ospitava una sezione di Alta sicurezza, in cui erano detenuti persone straniere sospettati di avere dei legami con organizzazioni di stampo jihadista. Dopo la sua chiusura ha riaperto nel 2020 come Cpr.
Ma cosa collega veramente la sua ex funzione di carcere con quella attuale di Cpr? Sia il carcere che il Cpr è spesso un luogo repressivo per le persone straniere.
Che cosa sono allora questi luoghi di confine?
Ma i confini cosa provocano davvero? Basti ricordare l’immagine del corpo di Alan Kurdi, bambino siriano di tre anni trovato senza vita sulla spiaggia di Bodrum in Turchia a causa del naufragio dell’imbarcazione su cui si trovava con la sua famiglia. Questa immagine, che quasi tutti noi abbaiamo sicuramente presente, è diventata l’emblema del concetto di “crisi dei rifugiati”.
Ma quindi, dove sono i confini oggi? E che lavoro fanno i meccanismi di confinamento nel contesto odierno?