Rashid Khalidi è uno scrittore, accademico e storico palestinese-americano, professore emerito alla Columbia University e ricercatore sull’impatto dei media, sul ruolo dell’educazione nella costruzione dell’identità politica e sul modo in cui le narrative si sono sviluppate nell’ultimo secolo nei Paesi arabi del Medioriente.
Ritenuto uno tra i più attendibili studiosi delle relazioni diplomatiche tra il mondo anglosassone e il mondo arabo, nel volume “Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza“, edito da Laterza, Rashid Khalidi analizza le secolari dinamiche coloniali presenti ancora oggi in Palestina, non solo per denunciare gli abusi che il popolo palestinese subisce da oltre cento anni, ma soprattutto per dare voce a una popolazione oppressa da oltre un secolo.
Le persone, dalla Striscia di Gaza alla Cisgiordania, sono stremate e messa quotidianamente a tacere dai coloni sionisti, le cui azioni trovano tuttora la legittimazione delle principali potenze mondiali.
Dalla Gran Bretagna agli Stati Uniti: il sionismo colonizzatore impregnato nel mondo anglosassone
A differenza della maggior parte degli altri popoli caduti sotto il dominio colonizzatore, essi non solo dovettero confrontarsi con il potere coloniale della metropoli, in questo caso Londra, ma anche con un movimento di colonizzazione del tutto singolare che, pur essendo legato alla Gran Bretagna, era da questa indipendente e possedeva una propria missione nazionale e una legittimazione biblica avvincente, come pure una base e un finanziamento internazionali consolidati.
Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza, è un libro unico nel suo genere. L’autore è consapevole di essere un palestinese privilegiato, in quanto membro di una delle famiglie locali più potenti. Khalidi è nato a New York City, il padre era un delegato dell’ONU e sin da bambino ha vissuto gli ambienti della diplomazia, soprattutto per quel che riguarda l’alleanza accademica e civile tra il mondo anglosassone e il mondo arabo.
Attraverso le storie vissute dai membri della sua famiglia e da lui stesso, Rashid Khalidi ripercorre come lo sviluppo culturale del popolo palestinese sia stato fortemente ostacolato dai filosionisti del regno unito nei primi decenni del secolo scorso, per poi trovare l’appoggio degli stati uniti subito dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale.
A prescindere dai loro tentennamenti, gli Stati Uniti, la grande potenza imperiale dell’epoca, insieme alla Gran Bretagna prima di loro, hanno dato pieno appoggio al movimento sionista e allo Stato di Israele. Tuttavia, hanno cercato di fare l’impossibile: imporre una realtà coloniale alla Palestina in un’era postcoloniale.
Nella sua opera, Khalidi ripercorre i passi e gli accordi che hanno portato nel maggio 1948 alla sovranità formale di Israele, fortemente voluta e studiata dai sionisti che gravitavano in tutto l’Occidente:
Quando la maggioranza araba fu definitivamente espropriata della propria terra con la forza, il destino della Palestina era già stato deciso trent’anni prima.
Usurpazioni, dichiarazioni di guerra ed egemonia verso un popolo inerme
Se la Dichiarazione Balfour e il Mandato hanno costituito la prima dichiarazione di guerra al popolo palestinese da parte di una grande potenza, e se la risoluzione Onu del 1947 sulla partizione della Palestina ha rappresentato la seconda, le conseguenze della guerra del 1967 hanno prodotto la terza dichiarazione di questo genere.
Durante la narrazione, che per l’appunto copre oltre cento anni di storia contemporanea, si mescolano le vicende personali e familiari dell’autore, gli “sforzi” della diplomazia internazionale e la consapevolezza sui diritti umani del popolo palestinese, diritti ripetutamente violati. L’occhio accademico di Khalidi non tralascia alcun dettaglio nel racconto dei precari equilibri del Medioriente e dei gruppi di potere che hanno destabilizzato il naturale sviluppo culturale di una popolazione.
Dopo che negli anni del dopoguerra, il presidente Harry Truman ebbe dato il proprio avallo all’obiettivo di uno Stato ebraico in una terra a maggioranza araba, il sionismo, un tempo progetto coloniale sostenuto dall’Impero britannico in declino, divenne parte integrante dell’egemonia americana emergente in Medio Oriente.
Rashid Khalidi supporta ogni passaggio della sua opera con le pubblicazioni accademiche, con le Dichiarazioni internazionali sui diritti umani e, soprattutto, con le storie vissute sulla propria pelle e sulla pelle delle persone a cui ha voluto e vuole bene, la sua famiglia in primis. Questa combinazione di elementi rende il libro uno strumento perfetto per capire realmente l’oppressione secolare del popolo palestinese e lo scontro tra coloro che cercano un’evoluzione tramite il dialogo e la diplomazia e coloro che utilizzano la distruzione per imporre la propria supremazia con la forza. Khalidi dedica un capitolo per ogni dichiarazione di guerra, ognuno intriso dal sangue degli innocenti.
La giustificazione degli assassinii in quanto protezione necessaria contro i terroristi, i quali ucciderebbero se non venissero uccisi prima, appare falsa anche nel caso in cui molte delle vittime di detti omicidi – ad esempio Ghassan Kanafani e Kamal Nasser, o rappresentanti dell’Olp all’estero come Mahmoud Ashari e Wael Zu’aytir – erano intellettuali e dei sostenitori della causa palestinese, piuttosto che dei militari.
Essendo per metà americano, l’autore ha potuto guardare con gli occhi dell’opinione pubblica la colonizzazione della Palestina da parte di Israele e porta alla luce l’enorme confusione del mondo occidentale tra chi siano gli oppressi e chi siano gli oppressori:
Giunto sulla Quarantaduesima strada, notai dell’agitazione. Sul marciapiede, diverse persone tenevano in mano gli angoli di un ampio lenzuolo appesantito da una gran quantità di monete e banconote. Altre persone arrivavano da ogni direzione per gettare del denaro ulteriore. Mi fermai un attimo a guardare e capii che quelle persone stavano chiedendo un contributo per lo sforzo bellico di Israele. Mi colpì il fatto che, mentre la mia famiglia e tanti altri erano preoccupati per il destino della Palestina, molti newyorkesi lo erano altrettanto per la sorte dello Stato ebraico.
I trattati di Oslo e la Nakba come processo tuttora in corso
Un numero ancora superiore di palestinesi venne espulso dal nuovo Stato di Israele anche dopo la firma degli accordi d’armistizio del 1949, e da allora un numero ulteriore di persone è stato costretto ad andarsene. In questo senso, la Nakba può essere intesta come un processo tuttora in corso.
Considerando che Khalidi è una figura di spicco in materia di diplomazia tra il mondo arabo e il mondo anglosassone, l’autore illustra in modo chiaro ed empirico gli squilibri delle contrattazioni tra le delegazioni che hanno cercato di trovare un accordo per risolvere la questione del colonialismo in Palestina. Per l’autore, tra i più fallimentari accordi diplomatici ci sono i Trattati di Oslo:
La prima volta in cui vedemmo il testo di ciò che era stato concordato a Oslo, quelli di noi con ventuno mesi di esperienza a Madrid e Washington ebbero immediatamente chiaro che i negoziatori palestinesi non avevano compreso che cosa Israele intendesse per autonomia. Ciò che avevano sottoscritto era una forma altamente limitata di autogoverno in un frammento dei territori occupati, priva di ogni controllo su terra, acqua, confini o quant’altro.
In questi e nei successivi accordi basati su di essi, tuttora in vigore salvo lievi modifiche, Israele manteneva tutte queste prerogative, che equivalgono ad avere un controllo praticamente completo sia sul territorio sia sugli individui, insieme alla maggior parte degli attributi propri della sovranità.
In questo passaggio Rashid Khalidi racchiude il grande impasse che ha caratterizzato la storia palestinese negli ultimi cento anni: gli accordi vengono fatti, ma sono sempre squilibrati e le dinamiche di potere nel mondo occidentale, estremamente filosionista, non hanno fatto altro che contribuire a ciò che l’autore definisce la Nakba tuttora in corso.
Senza rivelare ulteriori dettagli, la certezza è che Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza è un’opera che dovrebbe essere letta da chiunque sia consapevole che per capire a pieno le complessità di una storia servono più punti di vista. Khalid Rashidi antepone sempre due mondi: quello arabo e quello anglosassone, quello diplomatico e quello militare, universi che si mescolano e in cui non esistono il male e il bene. Ad esistere sono le complesse dinamiche di potere, che tuttavia diventano insignificanti davanti alla guerra sistemica, alla distruzione e alla morte che oscurano la popolazione palestinese da oltre un secolo, mentre l’Occidente continua a peccare d’ignavia.
Davanti agli orrori che non cessano e mentre l’affamata popolazione civile viene brutalmente assassinata nell’attesa di un sacco di farina, conoscere i processi decisionali che hanno portato all’irrimediabile situazione in cui si trovano le persone palestinesi può contribuire a far crescere la consapevolezza che ad oggi Israele opera come uno Stato terrorista e criminale, tra assassinii, apartheid e colonizzazione.
L’orrore del presente e gli eventi del passato dovrebbero mostrare come in una società che si reputa civile non può esserci spazio per il pensiero sionista; l’unica cosa che resta da fare è resistere con la luce della ragione, della cultura e dell’umanità, per una Palestina libera di vivere senza l’oppressione colonizzante e per la cessazione di ogni regime autoritario, che legittima il suo potere con l’uso della violenza.