Il libro della scomparsa di Ibtisam Azen: realtà o finzione?

Il libro della scomparsa di Ibtisam Azen: realtà o finzione? 2

Il libro della scomparsa di Ibtisam Azen si basa su una domanda molto semplice, ma non per questo di poco conto: cosa succederebbe se tutti i palestinesi sparissero? L’opera ruota intorno a questo interrogativo, raccontato dal punto di vista del palestinese Alaa e dell’israeliano Ariel. Se un giorno, a mezzanotte, tutti i palestinesi non esistessero più, cosa succederebbe agli israeliani? Cosa succederebbe se nella propria vita non esistesse più il nemico, il bersaglio del proprio odio?

Il libro della scomparsa

Un evento inspiegabile sconvolge Israele: nel cuore di una notte qualunque, tutti i palestinesi svaniscono nel nulla. Nessuna traccia, nessuna spiegazione. Medici, braccianti, autisti, giovani e anziani: spariti. Il paese si risveglia senza coloro che, da decenni, incarnano l’altro, il nemico, l’alibi collettivo. Su questa premessa si basa Il libro della scomparsa di Ibtisam Azen, raccontare cosa sarebbe Israele senza quella minoranza che vive dentro i confini dello Stato ebraico, ma che viene considerata “diversa” e “inferiore”.

La scomparsa palestinese è di fatto la realizzazione di un sogno sionista radicale, quella di una terra “di Israele” senza il suo popolo originario. A fare da guida in questo scenario surreale è Ariel, un giornalista ebreo israeliano che, trovatosi in mano il diario del suo vicino palestinese Alaa, inizia a leggerlo alla ricerca di risposte. Il libro della scomparsa si apre su uno scenario denso di tensione e ambiguità: la scomparsa improvvisa è solo il preludio di un evento più grande? Un attentato? Una ? Un complotto? Ma via via che la narrazione avanza, Azem disinnesca le aspettative di catastrofe e dirige lo sguardo altrove: verso le crepe nascoste sotto l’apparente efficienza e vitalità della israeliana. Quelle crepe, ignorate o rimosse per decenni, non hanno mai avuto modo di essere guarite: sono diventate ferite profonde, suppurate, che compromettono la coesistenza stessa.

La stessa storia è presentata da due punti di vista così diversi ma così simili, di chi vive nella stessa città, nello stesso palazzo, ma vive vite distanti anni luce l’una dall’altra.

Con Il libro della scomparsa Azem ci ricorda che il male non arriva sempre sotto forma di esplicita. Spesso è ordinario, comodo, persino burocratico. È il male banale del disinteresse, dell’abitudine, dell’azione non contestata. Come cambiare la serratura della casa di chi è appena scomparso, senza chiedersi perché. Come accettare che chi non ha più voce venga semplicemente rimosso dalla narrazione pubblica.

L’immaginario rischia di diventare reale

Se non vi siete mai soffermati davvero sul conflitto israelo-palestinese e sulla condizione dei palestinesi in Israele, è probabile che vi sentiate disorientati di fronte alla retorica disumanizzante che spesso accompagna le azioni militari israeliane nella Striscia di Gaza. Di fronte al ripetersi di crimini di guerra, ci si chiede come sia possibile giustificare una violenza così sproporzionata ricorrendo alla tragedia fondante della Shoah. Un evento storico che, se usato come giustificazione assoluta, rischia di diventare scudo per ogni violazione, anche quando a pagarne il prezzo è un’intera popolazione civile che non può essere ritenuta collettivamente colpevole.

Di fronte al genocidio dei palestinesi perpetrato dal governo di Benjamin Netanyahu, in cui le vittime palestinesi sono ormai oltre 54mila, i governi si stanno piano piano svegliando, iniziando a condannare la strage a Gaza e in Cisgiordania. Ma se non verrà fatto qualcosa in tempo, se una tregua non verrà raggiunta, l’ipotesi immaginaria su cui si basa Il libro della scomparsa potrebbe diventare pericolosamente reale: il popolo palestinese non esisterà più.

Il libro della scomparsa è un romanzo che interroga, più che spiegare. E lo fa con una domanda centrale, che non riguarda solo Israele e Palestina, ma ogni società che ha fatto del conflitto un’abitudine: chi siamo, quando non abbiamo più un nemico da cui definirci? E cosa ne resta, allora, della nostra umanità?

Marco Andreoli