RECUP tra cibo e clima. Un’intervista a Eleonora D’Elia

RECUP tra cibo e clima. Un’intervista a Eleonora D’Elia 2

In un mondo in cui ogni anno vengono sprecate milioni di tonnellate di cibo, parlare di diritto al cibo significa necessariamente parlare anche di giustizia ambientale. Il cibo gettato via non è solo una risorsa materiale persa: è acqua consumata inutilmente, suolo sottratto alla biodiversità, energia bruciata invano, ed è spesso frutto di lavoro precario e sottopagato. In questo scenario si inserisce l’esperienza di RECUP, associazione nata a Milano e ora attiva anche a Roma e San Donato Milanese, che unisce la lotta allo spreco alimentare con la costruzione di una comunità solidale.

Ne abbiamo parlato con Eleonora D’Elia, responsabile dei social media dell’associazione, per capire come il recupero del cibo possa diventare una pratica concreta di resistenza consapevole, non solo a livello sociale e alimentare, ma anche climatico.

Le origini di RECUP: da un’idea semplice, un grande progetto collettivo

Come nasce RECUP e quali sono stati i suoi obiettivi iniziali?

RECUP nasce nel 2016 da un’idea semplice ma potente: recuperare il cibo invenduto – in eccedenza – a fine per condividerlo gratuitamente. Le fondatrici si sono ispirate ad alcune esperienze francesi e hanno iniziato nei mercati rionali milanesi, dove il cibo invenduto era abbondante e, spesso, destinato ai rifiuti. Il progetto si è subito posto l’obiettivo di rendere effettivo il diritto al cibo, inteso non come semplice accesso a calorie, ma a un’alimentazione sana, ricca di frutta e verdura.

All’inizio, il progetto prevedeva una serie di rapporti interpersonali da costruire, e non è stato sempre così semplice. Se da un lato l’obiettivo era quello di coinvolgere collettivamente chi faceva il raccoglimento dell’eccedenza in solitaria, dall’altro c’era la necessità di dialogare e spiegare ai commercianti locali cosa fosse RECUP. Il modello di azione collettiva e solidale, nonostante frenato all’inizio da qualche resistenza di privati commercianti, ha poi iniziato ad integrarsi perfettamente nell’ del mercato. Questa attività, fatta di dialoghi e collaborazioni, è nata informalmente nel 2015 ma in appena un anno si è moltiplicata in molti mercati rionali della città di .

Nel 2016, appena un anno dopo, il gruppo di RECUP era diventato molto grande e, per questo motivo, il corpo collettivo ha deciso di diventare un’associazione, iscrivendosi dunque al registro come realtà riconosciuta. La scelta dell’associazione ha portato numerose opportunità, come quelle di partecipare a bandi e, di conseguenza, allargarsi sul tessuto sociale e urbano, raggiungendo anche le zone più periferiche di Milano. 

Abbiamo chiesto poi a Eleonora quali fossero, oltre agli obiettivi pratici, i valori che caratterizzano tutt’ora RECUP.

Il valore fondante di RECUP è combattere lo spreco alimentare con un’azione molto concreta e quotidiana, affinché il diritto al cibo si traduca materialmente in un pasto garantito e sano, soprattutto quando al centro della missione ci sono cibi freschi e basici come frutta e verdura. Nonostante l’attività del recupero in eccedenza già esistesse, era comunque effettuata in solitaria da persone che si avvicinavano ai mercati rionali e chiedevano se ci fossero degli scarti, alla fine della giornata.

Con RECUP, questa attività ha cominciato ad essere al centro di una pratica collettiva e solidale, in cui diverse persone – normalmente, di età molto giovane, cioè tra i 20 e i 30 anni – provenienti da diverse condizioni sociali e economiche, hanno iniziato a cooperare. La componente della socialità è una delle caratteristiche più rilevate e, per questo, apprezzate, poiché rende possibile l’unione e l’avvicinamento di tante persone, che possono sfruttare quegli istanti come l’unica di socialità nella giornata. 

RECUP è sicuramente una pratica politica e sociale, un modello pensato e praticato dal basso, in cui l’obiettivo finale non è sicuramente il profitto economico, ma il coinvolgimento nell’attività del recupero del cibo. Ogni persone così si può sentire parte integrante, senza essere necessariamente all’interno di una catena produttiva, né di un sistema gerarchizzato secondo qualifiche o importanza sociale. Si partecipa per scelta, per solidarietà, per umanità. Questo lo rende accessibile a tutte e tutti. Le persone, oltre a ricevere, spesso aiutano anche a trasportare, selezionare, organizzare, diventando parte attiva della rete.

Un altro valore fondamentale di RECUP è la condivisione. Condividere è una prassi costante tra tutte le persone volontarie che attraversano gli spazi di RECUP. Inoltre, essere volontari e beneficiari è sicuramente un aspetto innovativo che facilita e incentiva questo modello di attività e gestione delle risorse, che dunque non è ridotto a semplice assistenzialismo.

Quello di RECUP è un modello orizzontale, che facilita momenti di inclusione anche per le persone con più difficoltà: i mercati infatti sono uno snodo sociale fondamentale, in cui esperienze e punti di vista si incrociano e si fondono. Ad esempio, c’è sempre un grande scambio di ricette per pranzi, merende o cene, e questo facilita le prime interazioni, riesce a rompere il ghiaccio tra persone sconosciute.

RECUP, infine, non richiede alcun tipo di documento o informazione fiscale: a volte, per alcune persone, le registrazioni dei dati personali possono essere dei limiti. Molte di loro infatti, spesso tagliate fuori dai sistemi di standardizzazione e burocrazia, rimangono positivamente sorprese dal fatto che tutto è gratuito e che tutto è anonimo.

Nel microcosmo di RECUP – che tanto piccolo, in realtà, non è -, nessuno è solo destinatario o solo donatore, ma ognuno partecipa all’attività in base ai propri bisogni e alle proprie capacità.

Dai mercati alle persone: un modello che unisce

Come si struttura oggi RECUP nei diversi territori?

Oggi RECUP è attivo in 20 mercati: 10 a Milano, 9 a e 1 a San Donato Milanese. Ogni settimana si recuperano in media 14 tonnellate di cibo, raggiungendo circa 5.000 persone. L’associazione coinvolge circa 300 volontari, e, tra le città di Roma e Milano, possiede 55 tra associazioni e enti partner che operano al suo fianco.

Eleonora ci parla poi del periodo della pandemia da COVID-19, un momento oscuro nella storia globale dell’ decennio, che, d’altro canto, per RECUP si è rivelato essere un passaggio di grande crescita. 

In collaborazione con il Comune di Milano, RECUP ha organizzato la distribuzione di pacchi alimentari con le eccedenze del mercato ortofrutticolo all’ingrosso, considerata un’attività di prima necessità. I volontari di RECUP hanno operato per molti mesi a Milano, fino alla fine del progetto, cioè con la riapertura delle città e il ritorno della zona verde. Dal 2020 infatti, RECUP ha iniziato ad intrattenere sempre più collaborazioni con associazioni per la realizzazione di pacchi alimentari, grazie al recupero all’ingrosso.

Anche sulla città di Roma ci sono stati grandi cambiamenti, tutti accolti positivamente. Nel 2022, dopo un periodo di sperimentazione, è nata anche l’esperienza presso il mercato Corinto, nel quartiere Ostiense della Capitale.

Ci sono alimenti che si sprecano più di altri?

Eleonora sospira, confessando che è una domanda tanto banale da pensare quanto difficile a cui rispondere. 

Dipende dalla stagione, e questo rende la categorizzazione assoluta abbastanza complessa. In estate abbondano pomodori e zucchine, in inverno cime di rapa. A volte si recuperano partite intere di ortaggi fuori standard che non possono essere venduti, come le famose zucche australiane di qualche anno fa. Il dato fondamentale è che il cibo scartato non è mai andato a male, dunque è perfettamente e interamente commestibile: è solo fuori dai parametri del mercato, e per questo finisce nell’immondizia.

RECUP agisce qui, trasformando lo scarto in bene comune e rendendo visibile l’assurdità di un sistema che butta via il cibo mentre molte persone non riescono a permetterselo.

I dati del recupero, soprattutto in seguito alla pandemia, vengono aggiornati settimanalmente e riescono in questo modo ad estrapolare una visione più completa dell’impatto che RECUP riesce ad avere nella raccolta del cibo. Inoltre, si sta affinando un sistema per stimare l’impatto ambientale evitato, come la CO2 e l’acqua risparmiate.

Un alimento coltivato in Perù ha un impatto diverso da uno coltivato in , e conoscere la filiera aiuta anche a valutare meglio il valore del recupero. L’osservatorio Waste Watcher ha fatto molto per mappare lo spreco nella grande distribuzione, ma c’è ancora poca attenzione sui mercati rionali: qui RECUP vuole fare la differenza, nonostante sia molto difficile ricostruire il quantitativo di cibo sprecato.

Qual è il legame tra diritto al cibo e cambiamento climatico? Ma soprattutto, può RECUP essere considerato un modello di resistenza concreto alla crisi climatica e alla precarietà sociale che ne deriva? 

Come abbiamo avuto la cura di sottolineare più volte, il cibo recuperato da RECUP non è solamente una risorsa materiale, ma anche un mezzo per creare inclusione sociale e sollevare sempre più consapevolezza sulla condizione climatica che stiamo vivendo e con cui, già ad ora, dobbiamo fare i conti. 

Il legame è strettissimo e, per questo, la lotta di RECUP al cambiamento climatico è molto importante. Quando sprechiamo cibo, sprechiamo anche tutte le risorse che sono servite per la produzione: acqua, fertilizzanti, carburanti per il trasporto, ore di lavoro umano. Combattere lo spreco vuol dire inoltre risparmiare soldi e opporsi, con consapevolezza, ai sistemi estremamente inquinanti di smaltimento. Anche il cibo, quindi, diventa indicatore ambientale e sociale: ciò che viene sprecato è spesso ciò che è stato prodotto in condizioni insostenibili.

E quando si riesce a salvarlo e ridistribuirlo, non si sta solo aiutando chi ha bisogno, ma si sta anche evitando emissioni di CO2, contenendo il consumo di risorse e resistendo a una logica di mercato distruttiva.

Recuperare il cibo è un’azione solidale, ma anche un atto politico e ambientale. Significa opporsi a un sistema che produce spreco come “effetto collaterale” accettabile. Inoltre, l’associazione promuove una petizione nazionale per chiedere incentivi fiscali ai commercianti che donano cibo e per assegnare gare pubbliche per il recupero alimentare. L’obiettivo è far riconoscere questa attività come servizio strutturale, affinché ci sia un sostegno anche da parte delle istituzioni.

Il laboratorio di RECUP  dimostra come, oltre al necessario riconoscimento dei fenomeni sistemici che caratterizzano le nostre vite, si può riuscire ad evadere dalle contraddittorie logiche di profitto, nel nome della giustizia sociale e ambientale. La prima, perché garantisce un pasto dignitoso, la seconda perché riduce l’impatto della filiera agroalimentare nell’atmosfera. In un millennio segnato da crisi ambientale e disuguaglianze crescenti, garantire il diritto al cibo significa anche difendere il pianeta. RECUP è la prova che un gesto collettivo, a livello locale, può effettivamente educare ad un modello di vita diverso, migliore, le cui basi si fondano su concetti e pratiche di resistenza, equità e futuro. 

Lucrezia Agliani