Alessandra Algostino: intervista su separazione carriere

Alessandra Algostino: intervista su separazione carriere 2

Ieri, 18 settembre 2025, la Camera ha dato il terzo via libera alla riforma costituzionale della separazione delle carriere, fortemente voluta dalla maggioranza. Ora si attende l’ultima votazione al Senato entro fine anno, a seguito della quale molto probabilmente si procederà a referendum. Abbiamo intervistato la docente di Diritto Costituzionale Alessandra Algostino, per approfondire il significato della riforma nella sua dimensione sia giuridica che politica.

Qual è l’iter di revisione costituzionale e in quale fase siamo?

“Siamo in una fase avanzata, nel senso che il disegno di legge è stato approvato in terza lettura alla Camera. Manca soltanto un’ultima lettura del Senato. In caso di esito favorevole, l’articolo 138 della Costituzione prevede che se non si raggiunge la maggioranza dei due terzi (e così non è) può darsi luogo a referendum. Quest’ viene chiamato confermativo, ma è più corretto definirlo oppositivo, poiché permette alla società civile di impedire l’entrata in vigore della modifica costituzionale. Al contrario del referendum abrogativo, non è richiesto un quorum partecipativo”.

La professoressa Algostino ci tiene a sottolineare come questo ruolo contro-maggioritario del referendum sia quanto mai importante in casi come quello in esame, dove la riforma è portata avanti da una sola forza politica: le leggi di revisione costituzionale richiederebbero, invece, una mediazione tra le parti politiche, un compromesso, poiché solo in questo modo si può giustificare la modifica del patto sociale.”

Il principio di separazione delle carriere e l’Alta Corte disciplinare

Entrando nel merito della riforma, si parte dal principio di separazione della carriere tra magistrati requirenti e giudicanti. Secondo la professoressa Algostino, è un tema di cui si può discutere, anche se i dati attenuano le preoccupazioni della maggioranza, poiché riportano un numero esiguo di passaggi da una funzione all’altra. Ma è chiaro che la posta in gioco è un’altra ed è l’indipendenza della magistratura. Ad ogni modo, la riforma prevede lo sdoppiamento del Csm (Consiglio superiore della magistratura) in due organi distinti per magistrati giudicanti e requirenti, con estrazione a sorte dei membri per un terzo laici e per due terzi togati.

“I Csm manterrebbero dunque tutte le loro funzioni primarie (assunzioni, assegnazioni, trasferimenti, conferimento di funzioni), ad eccezione della competenza in materia di provvedimenti disciplinari, attribuita ad un nuovo organo: l’Alta Corte disciplinare.

In questo modo, assistiamo ad una torsione verticistica della funzione disciplinare, con una gerarchia piramidale accentuata nuovamente dalla nomina per estrazione dei membri (sei laici e nove togati, tra magistratura giudicante e requirente), che, nel caso dei togati, prevede un sorteggio tra coloro che abbiano almeno vent’anni di esercizio e svolgano o abbiano svolto funzioni di legittimità (Cassazione)”.

Nordio: “la separazione delle carriere è consustanziale al processo accusatorio”. Condivide questa affermazione?

“Non condivido. Già a seguito della riforma Cartabia, la separazione delle carriere è un dato di fatto e in realtà lo è sempre stato. I dati raccontano di percentuali bassissime di casi di passaggio da una funzione all’altra. Perché insistere sulla separazione delle carriere? Il è che sia funzionale a far sì che in futuro il PM sia maggiormente dipendente dal Ministero della Giustizia, con un controllo più penetrante dell’Esecutivo”.

Esplicito è, poi, il richiamo della professoressa al “piano di rinascita democratica” elaborato dalla P2, nel quale si progettava una forma di responsabilità del Guardasigilli verso il Parlamento rispetto all’operato dei pubblici ministeri. Contrariamente a quanto afferma il Ministro della Giustizia , lo sdoppiamento del Csm e la creazione dell’Alta Corte disciplinare, così come il metodo del sorteggio per la nomina, tendono a minare l’indipendenza del giudice, piuttosto che garantirla.

“Pensiamo alla campagna denigratoria in atto contro la magistratura, per esempio rispetto al ruolo del giudice sulla questione dei centri per in Albania. L’obiettivo sembra depotenziare il ruolo del magistrato come garante dei , inserendolo in un processo di verticalizzazione del potere che concerne il complesso della forma di governo. Il tutto nel quadro della spinta autoritaria in atto, che vorrebbe la magistratura a servizio del Governo”.

Il dibattito su questo fenomeno può essere allargato anche al piano internazionale?

“Si, si registra una tendenza globale in questo senso. Emerge un insofferenza di chi detiene il potere nei confronti di chi svolge la funzione di bilanciamento. Ne sono un esempio gli attacchi alla Corte Penale Internazionale e alla Corte Internazionale di Giustizia, provenienti da vari esponenti di governo in tutto il per minare la legittimità del potere giudiziario a livello internazionale. Un’insofferenza verso i limiti che si traduce in una “hybris” del potere, che pretende la totale impunità. La vicenda di Israele ne è il massimo esempio”.

La retorica della diretta investitura popolare dell’esecutivo, secondo cui la vittoria alle elezioni giustificherebbe i pieni poteri, si fonda sul mito della nostra epoca: la governabilità. La professoressa Algostino sottolinea che il nostro parlamento viene sempre più visto come organo asservito alle decisioni prese dal Governo, con una concentrazione del potere nelle mani dell’organo monocratico di vertice dell’esecutivo. Non è più il parlamento che veicola la sovranità popolare, ma il capo che decide.

“Il modello è quello della democrazia decidente, lo stesso sotteso alla riforma del premierato, già affermatosi in via di fatto attraverso l’abuso di strumenti come la questione di fiducia e il decreto legge. Il parlamento viene relegato ad un ruolo meramente ratificativo”.

Quali sono i veri problemi del nostro sistema giudiziario?

Bisognerebbe intervenire, innanzitutto, sulla carenza di organico: la Corte EDU ha più volte condannato l’ per violazione delle norme sul giusto processo, in particolare con riguardo alla durata sistematicamente troppo lunga dei procedimenti. Ma di questo la maggioranza non si è occupata, e la critica della professoressa Algostino tuona puntuale:

“La riforma tende invece a sminuire la ricchezza della magistratura, che è legata anche al suo pluralismo. I promotori si sono posti come obiettivo di mettere fine al correntismo, senza considerare che è proprio la diversità di opinioni all’interno del potere giudicante che dà un’immagine viva della magistratura. Il pluralismo può, dunque, svolgere un ruolo positivo nella nostra architettura democratica, anche rispetto a ciò che riguarda l’attuazione dei valori costituzionali”.

In conclusione, la riforma di cui stiamo trattando non può essere sottratta al contesto storico che viviamo, siccome si muove parallelamente all’involuzione democratica che attraversa la maggior parte dei paesi occidentali, in particolare il nostro. Questa tendenza svuota di senso le nostre democrazie, che non sono mere strutture di amministrazione del potere, ma sono accompagnate da vari aggettivi: conflittuale, sociale e pluralista.

Lorenzo Faranda