Lucha y Siesta: autogestire il mondo che vogliamo

Lucha y Siesta: autogestire il mondo che vogliamo 2

Un modo diverso di immaginare la vita collettiva e di praticarla. Un modo diverso di narrare esperienze, sentimenti, desideri, lotte, mettendo in discussione e in crisi un sistema dominante, unilaterale, vittimizzante. Un modo di vivere comune, transfemminista, autogestito: questa è la Casa delle donne Lucha y Siesta. È la costruzione di una comunità che si basa su un “noi” intersezionale, che include donne cis, persone trans, binarie e non binarie. Questo polo politico e culturale, attivo dall’8 marzo del 2008, nasce da uno spazio abbandonato nel quadrante sud di Roma, a Lucio Sestio. Nonostante le difficoltà e nonostante il rischio di sgombero sotto cui si trova, di nuovo, dal 24 novembre 2023, Lucha y Siesta è un luogo irrinunciabile in quanto comunità che ha saputo dimostrare e dimostra tutt’oggi che un’alternativa economica, politica e sociale, oltre ad essere necessaria, è anche possibile.

La nascita di Lucha y Siesta: “siamo partite da un vuoto

Come nasce Lucha y Siesta e cosa significa riappropriarsi di uno spazio abbandonato? 

Lucha y Siesta nasce nel 2008 da un vuoto, uno spazio bianco: un vecchio deposito ATAC è stato infatti occupato, ormai 17 anni fa, da un gruppo di attive nei movimenti per il diritto all’abitare. Nei molteplici momenti assembleari, ci siamo rese conto che mancavano spazi concreti in cui intraprendere percorsi di fuoriuscita dalla violenza. Parliamo proprio di luoghi fisici, come le case, perché senza uno spazio in cui ci si può fermare e riposare, non si può uscire dalla violenza.

La voce di Margherita, attivista e operatrice di Lucha y Siesta che intervistiamo, rimane stabile, nonostante il peso delle parole e delle esperienze che porta con sé: il vuoto istituzionale, il silenzio politico, le lacune nei servizi, l’indifferenza nei confronti di tutte queste mancanze. 

Secondo la Convenzione di Istanbul, a dovrebbero esserci almeno 300 posti per donne in percorsi di fuoriuscita dalla violenza, ma ne abbiamo solo 46, ai quali si aggiungono un’altra decina che offre Lucha. 

Lucha y Siesta nasce come risposta concreta alla violenza patriarcale. È un modello di riappropriazione transfemminista degli spazi, soprattutto quando uno Stato come quello in cui viviamo attua politiche orientate verso la guerra, tagliando così i fondi all’educazione, alla sanità, alle politiche abitative.

Ad oggi, Lucha y Siesta è un’associazione anche per poter concorrere nei bandi istituzionali. Ha una doppia anima che accosta l’associazione alla pratica di autogestione, che invece non è riconosciuta e non gode di fondi pubblici. Se la decisione di non procedere con l’istituzionalizzazione da un lato non concede i fondi e ci obbliga a essere continuamente in allerta, allo stesso tempo ci dà la possibilità di sperimentare l’antiviolenza che vorremmo. 

L’autogestione come pratica resistente di vita

Che cosa significa autogestione per voi e come la declinate nella vita di ogni giorno? Che rapporto ha questo spazio con il quartiere? 

L’operatrice ci restituisce una panoramica geografica di uno spazio che è diventato, nel corso del tempo, un punto di riferimento irrinunciabile per il quartiere – tra Don Bosco e Appio Claudio – e, più in generale, per la città di Roma.

Lucha y Siesta ha una posizione abbastanza centrale nella città: siamo infatti al VII Municipio, in una zona piena di servizi, come ad esempio la metro. Oltre che centrali, siamo dunque visibili e accessibili, e questa è anche una scelta politica. In un’area che registra il più alto tasso di donne, italiane e non, noi abbiamo scelto di visibilizzare il problema della violenza e, allo stesso tempo, visibilizzare l’antiviolenza come presidio politico permanente sul territorio.

Le persone che arrivano qui hanno le chiavi dal primo giorno, e questo è sovversivo rispetto al classico modello assistenzialistico. Lucha y Siesta è infatti un “servizio” e non si conforma a tali logiche: siamo un’assemblea in cui si ridefiniscono regole e bisogni settimanalmente, anche e soprattutto in base a chi questi spazi li abita. Chi attraversa Lucha y Siesta partecipa alle decisioni, sia nelle assemblee di gestione sia in quelle politiche: persone giovani, adulte e bambini.

L’idea alla base è favorire percorsi di autogestione e autonomia a partire da una situazione che non abbiamo scelto, per fare in modo di dare alle persone il più ampio spazio nella maniera più orizzontale possibile. Le relazioni che costruiamo non sono dunque assistenzialistiche né gerarchiche. È infatti uno spazio libero dalle asimmetrie di potere. 

Autogestione e autodeterminazione, a Lucha y Siesta, significano anche mettere in pratica il principio del “nessuna salva nessuna”. Qui, la cura non è carità e la sicurezza non è controllo: è una pratica quotidiana di autonomia orientata alla trasformazione dell’esistente

Lucha y Siesta, uno spazio pubblico e privato, di attraversamento e intimità

Lucha è un “bene comune”, che cosa significa?

Lucha y Siesta è casa, silenzio, riposo in abbondanza ma anche spazio pubblico. Come già detto, siamo uno spazio in cui le persone stanno ricostruendo la propria vita ma siamo anche luogo di attraversamento. Lucha è stata rinominata dal quartiere bene comune, cioè un luogo in cui vengono organizzate iniziative politiche pubbliche, eventi culturali, assemblee.

Definirei Lucha uno spazio sicuro per le persone che ci vivono attraverso determinate pratiche ma, allo stesso tempo, anche non sicuro perché si pone in aperto contrasto con le politiche pubbliche istituzionali antiviolenza. Abbiamo infatti scelto di accogliere non soltanto donne cis, ma anche persone trans, binarie e non binarie, e questo è in completa antitesi con l’operato istituzionale, apertamente transfobico. 

In questo senso dunque, Lucha y Siesta diventa un laboratorio del “ che vorremmo”, ma messo in pratica: uno spazio intimo ma aperto, in cui l’antiviolenza si intreccia in toto con il lavoro culturale e territoriale. 

L’obiettivo è quello di non far rimanere la trasformazione nella nostra bolla, ma diffonderla. Questo significa che Lucha si rende un’istituzione antiviolenza della politica transfemminista, ponendosi in dialogo con le istituzioni dall’interno.

Che cos’è la pratica della politica separata e perché i centri antiviolenza devono essere spazi separati?

Come già ho accennato prima, i CAV nascono negli anni ‘70 dai gruppi di autocoscienza e sono spazi di riconoscimento reciproco delle oppressioni. Dopo il riconoscimento, arriva l’elaborazione e quindi la consapevolezza che questa oppressione è comune ed è portata avanti dal medesimo sistema patriarcale, che appunto permea la in cui viviamo.

Il separatismo è pertanto una metodologia di lavoro necessaria per il contrasto alla violenza di genere, affinché tutte le soggettività possano vivere e attraversare spazi sicuri e liberi da un sistema opprimente e discriminatorio.

Attraverso il separatismo, il lavoro politico dell’antiviolenza si basa sul riconoscimento, che è un momento fondamentale nell’ascolto di una : senza questa fase, non c’è lavoro antiviolenza. I colloqui si fanno in due per evitare la relazione binaria tra aiutante e aiutata, ma anche perché – proprio in seguito al riconoscimento – è necessario un confronto, perché le storie delle persone possono arrivare in maniera diversa. 

Margherita sottolinea il concetto di lavoro dell’antiviolenza – e non servizio -, portato avanti dalle operatrici in un territorio politico vivo. Il separatismo non è infatti sinonimo di isolamento, come la narrazione dominante suggerisce, ma di elaborazione politica e collettiva, dove il riconoscimento reciproco e la relazione tra pari diventano strumenti di trasformazione. Non esiste dunque la retorica della salvezza, della fragilità, della dipendenza e, soprattutto, della vittimizzazione

Leggi e punitivismo: il ddl consenso e l’approccio istituzionale

Come leggete la mancata approvazione del ddl consenso e l’approvazione del ddl femminicidio lo scorso 25 novembre? 

Non è stato un caso. Lo Stato preferisce punire il singolo aggressore, invece di affrontare la violenza di genere come problema sistemico. Il punitivismo è un investimento che lo Stato decide di fare, illudendosi dunque della violenza come questione privata, di coppia, e deresponsabilizzando l’istituzione stessa, anche attraverso l’uso delle carceri. Come Lucha y Siesta, il caposaldo politico che adottiamo è antipunitivista e anticarcerario, nonostante le complessità che le esperienze di violenza dimostrano.

Investire soldi e energie nel punitivismo e negare la promozione di una cultura del consenso è dunque complice dello stesso sistema di oppressione. È proprio il consenso il punto centrale, perché questo richiede educazione, relazioni e responsabilità collettiva. C’è anche da dire che questo ragionamento non si deve sviluppare solamente rispetto agli organi istituzionali, ma anche nella società civile. 

Bisogna ragionare oltre la sfera legislativa. Se una legge viene definitivamente approvata e entra in vigore, chi la applica successivamente? A cosa serve una legge se chi la deve applicare non è formato sul tema della violenza di genere? La rivittimizzazione in seguito ad una violenza viene fatta dalle leggi ma soprattutto da chi le applica. Non parlo solamente degli organi giudiziari, ma anche di tutti quegli attori, come le forze dell’ordine o gli assistenti sociali o la stampa che promuovono la narrazione dello stupro e non quella del consenso. 

Transfemminismo e guerra globale: perché è necessaria l’intersezionalità nelle pratiche di resistenza

Che cosa significa essere transfemministe oggi, in un mondo che investe in armi e taglia sul welfare?

L’ è dentro un’economia di guerra, che decide quali corpi possono vivere e quali no: l’economia genocidiaria sta determinando quali popoli, territori e genealogie hanno il diritto di riprodursi e di esistere. Dalla Palestina all’Italia: genocidio, ecocidio e patriarcato sono collegati dalla stessa logica di dominio, maschile e occidentale.

Investire in armi è investire contro la vita, contro la scuola e la cultura e risponde a una visione di politica suprematista e capitalista. Attraverso l’azione diretta, il nostro lavoro politico è basato su un transfemminismo resistente e contrastante anche al pinkwashing e al rainbow-washing che viene usato per coprire tutti i crimini contro l’umanità in Palestina e nel mondo. 

È fondamentale continuare a definire Lucha y Siesta uno spazio politico che si costruisce, giorno per giorno, in cui la politica non è solamente un ideale astratto ma anche una pratica concreta, visibile e collettiva, che si modifica secondo ogni bisogno e opportunità, secondo ogni relazione e esperienza. Dal 2023, la miopia della Giunta regionale Rocca vuole porre fine a un’esperienza diretta e dal basso che ha saputo offrire un sostanziale modello di antiviolenza e un ascolto dei bisogni collettivi, coltivandoli con cura, solidarietà e sorellanza. 

Lucrezia Agliani