L’Assemblea No ponte di Messina contro la devastazione

L'Assemblea No ponte di Messina contro la devastazione 2

In piazza a Messina, il movimento No Ponte torna a farsi sentire. Tra bandiere, striscioni e cori, gli attivisti denunciano il progetto del ponte sullo Stretto come una minaccia per l’ambiente, la comunità e l’identità della città. Abbiamo intervistato l’Assemblea No Ponte per capire le ragioni di questa opposizione che dura da oltre due decenni, la storia della lotta e i progetti di resistenza futura. Sabato 9 agosto alle 18, a Messina, si è svolta un’importante manifestazione per rivendicare i diritti degli abitanti e la difesa del territorio contro ogni logica bellica.

La storia dell’Assemblea No Ponte e del movimento: vent’anni di resistenza sul territorio

Con l’approvazione definitiva del Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile (CIPESS) dello scorso 6 agosto, l’enorme progetto di 13.5 miliardi, nonché bandiera politica del Ministro delle Infrastrutture , si appresta sempre di più a stravolgere completamente e drasticamente il territorio siciliano e calabrese. Nonostante la costante incertezza e gli enormi buchi neri che hanno condito anni di esternazioni e propaganda politica, secondo quanto dice il Ministro Salvini, l’effettiva percorribilità del ponte è prevista tra il 2032 e il 2033.

Fino a quel giorno e oltre, e da circa vent’anni, il movimento No Ponte porterà nelle piazze e nelle strade di e oltre la sua determinazione per opporsi e lottare, con ogni mezzo necessario, alla devastazione del territorio, mascherata da progresso economico e infrastrutturale.

Abbiamo chiesto ad alcuni attivisti dell’Assemblea No Ponte la storia del movimento contro questa grande opera.

Il movimento No ponte esiste da più di vent’anni: è in generale qualsiasi realtà, persona, comitato o associazione che si muove contro il ponte. È nato quando l’idea di costruire il ponte prese piede in maniera più definita: un’operazione scollegata dai bisogni sociali e legata a speculazioni finanziarie. Tanti sono stati i soldi spesi, fiumi di milioni di euro, senza avere mai risultati concreti. Il movimento ha raccolto attorno a sé tanti tecnici, avvocati, ambientalisti e tanti altri comitati più interessati alla materia degli espropri.

Ad esempio, il corteo di oggi è stato organizzato dall’Assemblea No Ponte che, ormai da un anno, si riunisce per confrontarsi con tutte queste realtà e per portare in piazza un’importante determinazione politica contro un progetto di .

Aldilà della mostruosità – confessano gli attivisti – il Ponte è un piano coerente con la linea politica del Governo Meloni, soprattutto se si pensa alla sempre più massiccia militarizzazione, la corsa agli armamenti, la lesione di diritti civili e umani, le detenzioni nei CPR in e in Albania, la criminalizzazione del dissenso. Questa lotta è contro un progetto di società che vuole il Sud come poligono militare, con due caratteristiche in particolare, la segretezza e le mafie.

Le conseguenze ricadranno interamente sulle vite degli abitanti, già impoveriti, e su un territorio in declino, lo stesso che ai loro occhi merita solamente colate di cemento. Ad oggi, il movimento No ponte ha un carattere di massa e siamo tutti convinti che il territorio si ribellerà a tutta questa devastazione, ai sequestri della città di Messina e alla sua provincia.

La lotta dell’Assemblea No Ponte e del movimento non punta a una difesa dell’esistente: tante volte c’è stata l’occasione di ribadire la profonda consapevolezza delle ferite e delle contraddizioni della terra siciliana.

Difendiamo la dignità e il futuro di questa terra: la lotta contro il ponte è contro una visione di una società escludente, di una società che si ciba solo di armi e guerra, di una società frantumata e spoliticizzata. Su questa lotta, un settore importante dei ceti subalterni della stanno trovando uno strumento di riscatto.

Nelle parole di chi parla, di chi cammina nel corteo, di chi urla cori dal megafono, si percepisce tanta rabbia che nasce dall’arroganza e dalla violenza diventate ormai insostenibili: una “tracotanza” che rimbomba in tutte le dichiarazioni del Ministro Salvini, ad esempio, che rende sempre più chiaro come la vita delle persone, la loro casa così come la loro dignità sono in vendita.

Ma la risposta è sempre più chiara e preponderante: una fiumana umana davanti a tutti i cantieri e tutte le case che vogliono demolire e espropriare, contro tutte le colate di cemento di cui ci vorrebbero ricoprire”, come ha detto un manifestante. “Non è vero che siamo contro il progresso, ma contro la distruzione e lo sfruttamento del territorio”. La risposta è di totale rifiuto verso ciò che lascia spazio solo al deserto, che però non sarà mai pace. La risposta è anche nel fondo di ogni parola, di ogni sguardo che grida rispetto e cura.

La politica degli espropri tra scarsa informazione e diritto alla città

Tra le conseguenze del Ponte sullo Stretto, c’è l’intera questione dei cantieri e la preparazione a questi. Questo comporta ingenti quantità di espropri, identificazione di migliaia di metri quadrati che lo Stato dovrà dunque togliere a chi ci abita e a malapena rendergli l’indennizzo. Questo significa che altrettante migliaia di famiglie vedranno distruggersi in pochi minuti la loro casa, le strade e le piazze della loro vita.

Molti pensano che riguarderanno solo la zona di Faro, ma non è così. Siamo tutti espropriandi: ci saranno più di 40 cantieri da nord a sud, da est a ovest. Questa scarsa informazione sull’argomento è stata fatta di proposito, tant’è che bisogna ancora spiegare alle persone che stanno perdendo la loro casa.

In relazione al territorio, poche persone riceveranno gli indennizzi, in quanto rientreranno nei casi di effettivo esproprio; c’è poi chi subirà l’esproprio di servitù, ma ancora non sono stati chiariti dettagli più precisi, e sopratutto se e, nel caso, a quanto ammonterebbe l’indennità relativa. Per non parlare di chi, al contrario, non dovrà dare niente, ma avrà comunque i cantieri a un centimetro da casa.

Vivremo in un cantiere a cielo aperto e, se l’opera dovesse essere effettivamente portata a termine, sarebbe un gigantesco Autogrill senza alcuna identità né espressione né prospettiva sociale.

Il diritto alla città e allo spazio pubblico è l’ennesima lesione della dignità ai danni di chi, a Messina, ci vive.

Una mobilitazione per la cura dell’ambiente

Quali sarebbero le conseguenze territoriali e ambientali dell’opera?

Costruire il ponte significa distruggere l’ambiente. La frase che accompagnerà la manifestazione è “Vogliamo l’acqua, non la guerra”, perché uno dei focus del movimento è la condizione di costante pericolo di desertificazione che, la città di Messina e il Sud Italia più in generale, si trovano a vivere. Nel corso degli anni, e ancora oggi, ci sono periodi di 15 giorni senza acqua e periodi di razionamento a giorni o ore alterne.

La quantità di acqua che richiederebbe la realizzazione del ponte è assurda e inesistente, sebbene i numeri precisi ancora non siano ancora noti. Siamo un’isola e non abbiamo l’acqua: quest’opera significa distruggere l’ambiente e togliere le poche riserve che il territorio ha.

Nel corteo, c’è anche chi viene dalla Provincia di Messina, altrettanto preoccupato per il futuro coinvolgimento, anche delle aree periferiche della città in cui nasceranno cantieri.“Vogliamo l’acqua, non la guerra, perché il ponte è l’emblema della catastrofe e molte risorse le hanno prese da quelle destinate ai bisogni dei territori”.

Lo Stretto – continuano gli attivisti dell’Assemblea No Ponte – è uno dei tre corridoi migratori più importanti per i rapaci tra Africa ed : migliaia di specie protette potrebbero avere seri problemi, a partire dalle loro abitudini. Sono delle specie di animali che faticano ad adattarsi all’antropizzazione. Ogni primavera centinaia di persone vengono qui per osservare questo fenomeno unico. Se il ponte si farà, perderemo per sempre questo patrimonio naturale.

L’altra faccia della medaglia: guerra e militarizzazione

L’altro grande tema, al centro delle mobilitazioni del movimento No ponte, è la guerra, anche per evidenziare quanto tutto sia legato, intersezionale, in una concatenazione di cause ed effetti, di negligenze e speculazioni. Il tipo di narrazione sociale e politica che si sta costruendo è quella che lega il ponte sullo Stretto alla guerra e al riarmo. Quando si parla di sconvolgimento del territorio, si intende anche la continua militarizzazione della Regione Sicilia, già isola fondamentale a garantire gli stretti rapporti bellici tra Italia, Europea e NATO.

Il Governo lo presenta come opera strategica anche per interessi militari e quindi sarà inserito e strettamente legato al 5% di incremento delle spese militari che chiede la NATO. Ci sono due conseguenze a questa decisione: da un lato, significa che potrebbe esserci bisogno di ulteriori protezioni e aree sorvegliate, incidendo ulteriormente in un territorio già militarizzato con Sigonella, il MUOS, Comiso.

Dall’altro lato, definire l’opera in questo modo è anche un trucco per ottenere fondi bypassando la mancanza di investimenti europei e privati. Il tutto è accompagnato da una propaganda di guerra martellante che, secondo me, è aumentata durante il lockdown, fino alla guerra in e al genocidio in Palestina.

A completare il quadro di un apparato di criminalizzazione e repressione, c’è il Decreto Sicurezza, divenuto legge a giugno. Un attacco alla società nella sua interezza di esprimersi, opporsi, lottare contro le varie facce del male. Parlare del DDL 1660 nella materia del ponte sullo Stretto è necessario in quanto, nel testo di legge sono previste delle sanzioni più dure – a seguito di una modifica del già esistente codice penale – contro chi tenta di impedire la realizzazione delle opere pubbliche o di un’infrastruttura strategica che, sempre nel testo, vengono ora chiamate “infrastrutture destinate all’erogazione di energia, di servizi di trasporto, di telecomunicazioni o di altri servizi pubblici”.

Potrebbe diventare uno strumento per intimidire chi lotta, colpendo chi , anche passivamente, chi è già nei CPR o nelle carceri. Aldilà della tanta propaganda che ci circonda, e che quindi ci può confondere, il messaggio è chiaro: vogliono spaventare chi alza la testa.

Dello stesso avviso è un altro giovane attivista e manifestante, tra le migliaia di persone che attraversano Messina, che sottolinea come il Ponte sullo Stretto sia “lo specchietto delle allodole, il mito del progresso che ha solamente rovinato i territori”, ribadendo come la sua presenza in piazza sia “per ribadire una città che segua i bisogni di ogni persona che ci vive, non quella delle grandi corporazioni o dei privati. Essere giovane a Messina significa che tante cose qui non si possono fare e le alternative sono di accettare nuove opere o andarsene, senza protestare, ma io rimango qui, resisto e lotto”.

Questa non è solamente una battaglia locale, è una lotta di tutti e di tutte. Perché il ponte non è solo cemento e acciaio, ma il simbolo di un modello che devasta i territori, svuota le comunità, militarizza le vite.

“Davanti a ogni cantiere, troveranno corpi, voci e mani pronte a bloccare le ruspe” grida qualcuno tra le tante bandiere che sventolano, sotto un cielo terso, sempre complice di tutto. Eccola la fiumana, qui e ora. Chi è sceso in piazza sapeva e sa che lo scontro sarà lungo: Il territorio siciliano non è in vendita, così come la nostra dignità”. La terra, i quartieri, le piazze sono di chi le vive e nessuno gliele porterà via, non con le agende politiche, non con il cemento, non con la guerra.

Lucrezia Agliani