L’accordo tra Stati Uniti e eSwatini per le persone migranti

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L’accordo tra Stati Uniti e eSwatini per il trasferimento forzato di persone migranti ha acceso un acceso dibattito internazionale, sollevando interrogativi sul ruolo dei Paesi africani in nuove strategie di gestione dell’immigrazione. Mentre Washington punta a esternalizzare parte dei propri processi di deportazione, il piccolo regno dell’Africa australe si trova al centro di critiche e tensioni politiche interne ed esterne. Tra finanziamenti milionari, pressioni diplomatiche e contestazioni legali, la vicenda mette in luce un modello emergente – e controverso – delle politiche migratorie globali.

Un piccolo regno al centro di una grande controversia

Nell’Africa australe, un Paese di meno di un milione di abitanti è improvvisamente diventato il fulcro di una complessa strategia migratoria statunitense. L’eSwatini, monarchia governata dal re Mswati III, ha infatti accettato di ospitare temporaneamente persone espulse dagli , in cambio di un finanziamento milionario. Una scelta che ha scatenato critiche, dubbi giuridici e preoccupazioni sia interne che internazionali.

L’accordo tra Stati Uniti e eSwatini, rimasto a lungo avvolto da riservatezza, prevede – secondo documenti e testimonianze raccolti da organizzazioni per i l’accoglienza fino a 160 persone provenienti da Paesi terzi. In cambio, Washington ha trasferito 5,1 milioni di dollari destinati a rafforzare la gestione delle frontiere e dell’immigrazione del regno africano.

Le prime conferme ufficiali e il caso dei fondi bloccati

La conferma della somma ricevuta dagli Stati Uniti è arrivata solo di recente, durante un intervento parlamentare del ministro delle Finanze, Neal Rijkenberg. Il ministro ha spiegato che i fondi sono stati depositati sul conto della National Disaster Management Agency (NDMA), ma che l’agenzia non ha ancora avuto il permesso di utilizzarli. Mancano infatti le procedure amministrative necessarie per sbloccare il denaro, lasciando di fatto sospesa la destinazione dei milioni versati.

La comunicazione del governo ha alimentato ulteriori perplessità: perché un accordo di tale portata è stato tenuto nel silenzio istituzionale? E quali saranno concretamente gli impieghi dei fondi, se e quando verranno autorizzati?

Nonostante la scarsità di informazioni ufficiali, alcune operazioni dell’accordo tra Stati Uniti e eSwatini sono già state realizzate. Due gruppi di persone deportate sono stati trasferiti in eSwatini negli ultimi mesi: cinque a luglio e dieci a ottobre. Per queste persone, provenienti da Paesi diversi – tra cui Giamaica, Cuba, Laos, Vietnam e Yemen – l’eSwatini rappresenta solo una tappa intermedia.

Secondo la portavoce governativa Thabile Mdluli, sono in corso contatti diplomatici con i Paesi d’origine per organizzare il rimpatrio definitivo. Uno dei deportati sarebbe già tornato in Giamaica, mentre per gli altri si attendono risposte dai rispettivi governi.

Le reazioni del governo e le accuse di mancanza di trasparenza dell’accordo tra Stati Uniti e eSwatini

Il governo di Mbabane sostiene che l’accordo tra Stati Uniti e eSwatini rientri pienamente nelle sue prerogative e ne rivendica la legittimità. La portavoce Mdluli ha ribadito di aver sempre comunicato pubblicamente che gli Stati Uniti stavano contribuendo alle spese di welfare e ai costi logistici legati alla permanenza dei deportati.

Tuttavia, le assicurazioni non sembrano aver convinto una parte della civile. Diverse organizzazioni locali e gruppi di avvocati hanno avviato un’azione legale contro lo Stato per contestare la validità dell’intesa. L’accusa principale ruota intorno alla presunta mancanza di trasparenza e al rischio che l’accordo violi norme nazionali e internazionali sui diritti dei migranti.

La scelta dell’eSwatini di collaborare alle politiche migratorie statunitensi ha sollevato malumori anche fuori dal Paese. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno adottato un approccio particolarmente duro nelle espulsioni, definendo alcuni dei deportati come “criminali pericolosi” o addirittura “mostri”. Un linguaggio che ha alimentato pregiudizi e tensioni.

Human Rights Watch ha reso pubblico un documento secondo cui l’accordo tra Stati Uniti e eSwatini sarebbe solo uno dei tasselli di una strategia più ampia di esternalizzazione delle deportazioni. Altri Paesi africani – come Ghana, Ruanda e Sud Sudan – avrebbero stretto intese simili con Washington.

Le preoccupazioni del Sudafrica e il rischio di instabilità regionale

Il coinvolgimento dell’eSwatini non è passato inosservato agli Stati confinanti. Il Sudafrica, che condivide con il regno uno dei confini più attraversati della regione, teme che alcune delle persone deportate possano spostarsi nel proprio territorio attraverso vie informali.

La preoccupazione nasce anche dal fatto che la gestione della sicurezza in eSwatini è spesso percepita come fragile, soprattutto fuori dai principali centri urbani. L’eventualità che il Paese possa trasformarsi in un punto di transito incontrollato allarma Pretoria, già impegnata a fronteggiare flussi migratori irregolari e tensioni interne.

Un Paese piccolo al centro di un grande gioco geopolitico

Un tempo noto come Swaziland, l’eSwatini è un territorio privo di sbocco sul mare, incastonato tra Sudafrica e Mozambico. Il regno, guidato da Mswati III dal 1986, combina un sistema politico monarchico con un’economia fragile, dipendente dagli aiuti esterni.

Accettare l’accordo sull’esternalizzazione dei migranti con gli Stati Uniti rappresenta per il Paese una fonte di finanziamento non indifferente, ma allo stesso tempo espone il governo a critiche internazionali e interne. La vicenda rivela la vulnerabilità di molti Stati africani, costretti a muoversi tra pressioni economiche e responsabilità etiche difficili da conciliare.

Lucrezia Agliani