CPR nel Casertano, tra sicurezza e diritti umani

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CPR nel Casertano, tra sicurezza e umani

Da settimane il litorale domizio è tornato al centro del dibattito nazionale sull’immigrazione. Stavolta, però, non per uno sbarco, né per un’emergenza improvvisa.

Al centro del dibattito politico e delle tensioni sul territorio c’è il piano per la realizzazione di un nuovo Centro di permanenza per il rimpatrio a Castel Volturno, nel Casertano.

La struttura, che dovrebbe sorgere nell’area della Piana, prevede 120 posti e un investimento superiore ai 43 milioni di euro. L’ipotesi della costruzione del CPR ha però provocato immediate reazioni: proteste, assemblee pubbliche, critiche da parte di associazioni e ecclesiale, fino ad arrivare alle iniziative parlamentari annunciate da alcuni esponenti politici.

Una vicenda che, con il passare dei giorni, ha assunto un significato più ampio, trasformandosi in un confronto acceso sulle politiche migratorie, sull’impatto sociale della struttura e sulla tutela dei diritti delle persone coinvolte.

A Castel Volturno si stanno incrociando due temi profondamente divisivi: la gestione delle politiche migratorie e il rispetto dei diritti umani.

Il CPR previsto nel Casertano nasce all’interno della strategia nazionale che punta ad ampliare la rete delle strutture per il rimpatrio degli stranieri privi di titolo di soggiorno.

Al momento in non è presente alcun CPR operativo e, secondo il Ministero dell’Interno, la nuova struttura sarebbe necessaria per potenziare il sistema dei rimpatri sul territorio nazionale.

Dai documenti relativi al progetto emerge la previsione di aree abitative, zone dedicate ai controlli, spazi destinati alle forze dell’ordine e ambienti pensati per ospitare le persone trattenute in attesa dell’esecuzione del provvedimento di espulsione.

Ma è soprattutto il luogo scelto ad aver provocato la reazione più forte. L’area individuata si trova infatti nella zona umida della Piana, un territorio che negli anni è stato associato a progetti di recupero ambientale e tutela naturalistica.

Proprio questo aspetto è diventato uno dei principali punti di contestazione. Molti movimenti locali accusano il Governo di voler trasformare una zona fragile e delicata in una grande infrastruttura detentiva.

Nel corso degli ultimi giorni le proteste si sono moltiplicate. A Castel Volturno si sono svolte assemblee pubbliche, incontri tra cittadini, associazioni e rappresentanti del terzo settore. In diversi interventi il futuro CPR è stato definito il simbolo di una politica incapace di affrontare davvero il fenomeno migratorio e orientata soprattutto alla gestione securitaria del problema.

Una delle voci più nette è stata quella della Chiesa campana. L’arcivescovo di Capua e , Pietro Lagnese, ha espresso pubblicamente la propria contrarietà alla realizzazione del centro, parlando di una scelta che rischia di colpire ulteriormente un territorio già segnato da marginalità sociale, povertà e difficoltà croniche.

Nel documento diffuso insieme a numerose realtà associative, il riferimento è chiaro: i CPR vengono descritti come luoghi nei quali la dignità delle persone finisce spesso compressa in nome dell’emergenza e della sicurezza.

Le parole utilizzate negli appelli pubblici mostrano quanto il clima si sia irrigidito. Alcuni movimenti parlano apertamente di “detenzione amministrativa”, altri definiscono i CPR strutture inefficaci e incapaci di produrre reali risultati sul piano dei rimpatri.

Secondo i dati richiamati da sindacati e associazioni, infatti, solo una parte delle persone trattenute nei centri viene poi effettivamente rimpatriata. Per questo motivo molti contestano l’investimento economico previsto per Castel Volturno, sostenendo che quelle risorse potrebbero essere utilizzate per politiche di inclusione sociale, regolarizzazione e servizi territoriali.

La questione si inserisce in un contesto già estremamente delicato. Castel Volturno da anni rappresenta uno dei territori simbolo delle contraddizioni italiane sull’immigrazione. Qui convivono integrazione e sfruttamento, lavoro nero e solidarietà, emergenza abitativa e presenza storica di comunità straniere.

Il litorale domizio è spesso finito sotto i riflettori per degrado urbano, criminalità e abusivismo edilizio, ma nello stesso tempo è anche uno dei luoghi dove sono nate esperienze significative di accoglienza e convivenza.

Ed è proprio questo il punto sollevato da gran parte del fronte contrario al CPR: il timore che la realizzazione della struttura finisca per rafforzare ulteriormente la narrazione di Castel Volturno come periferia problematica destinata ad accogliere tutto ciò che altrove viene rifiutato.

Un territorio già fragile, sostengono i comitati locali, rischierebbe di diventare ancora una volta il luogo su cui scaricare tensioni sociali e scelte politiche impopolari.

Sul piano politico, intanto, il caso è arrivato anche in Parlamento. Il deputato del Movimento 5 Stelle Agostino Santillo ha annunciato iniziative parlamentari e presentato un’interpellanza urgente sulla realizzazione del centro.

Santillo ha parlato di una scelta “calata dall’alto”, contestando sia l’impatto ambientale del progetto sia l’opportunità politica di costruire il CPR proprio in un’area considerata di interesse naturalistico.

Negli ultimi giorni anche il consigliere regionale M5S Raffaele Aveta ha depositato una mozione in Consiglio regionale per chiedere formalmente alla Regione Campania di esprimere contrarietà al progetto.

Secondo Aveta, Castel Volturno avrebbe bisogno di investimenti in sicurezza urbana, sviluppo e servizi, non di una nuova struttura di trattenimento amministrativo. Ma se da un lato cresce il fronte del “no”, dall’altro il Governo continua a difendere la scelta.

Il Governo continua a sostenere la necessità di ampliare la rete nazionale dedicata ai rimpatri, ritenendo fondamentale la presenza di strutture adeguate anche nel Sud per la gestione dei cittadini stranieri destinatari di provvedimenti di espulsione. In quest’ottica, il CPR viene indicato come uno degli strumenti centrali nell’attuazione delle attuali politiche migratorie.

Ed è qui che il dibattito assume un carattere ancora più complesso. Perché il tema dei CPR divide da anni giuristi, istituzioni, forze politiche e organizzazioni umanitarie. Da una parte c’è chi sostiene che senza queste strutture il sistema dei rimpatri diventerebbe di fatto impraticabile. Dall’altra c’è chi considera i CPR luoghi profondamente problematici sotto il profilo della tutela dei diritti fondamentali.

Le contestazioni si concentrano soprattutto sul principio stesso del trattenimento amministrativo. Nei CPR finiscono infatti persone che non sono accusate di reati penali, ma che si trovano in una posizione irregolare dal punto di vista dei documenti.

Secondo associazioni e realtà impegnate nella tutela dei diritti, uno dei punti più controversi riguarda proprio la limitazione della personale di individui che, in molti casi, arrivano da percorsi segnati da sfruttamento, condizioni di forte disagio o contesti di guerra e instabilità.

Negli appelli diffusi in Campania ricorre spesso la stessa domanda: è davvero possibile affrontare il fenomeno migratorio esclusivamente attraverso strumenti di controllo e trattenimento? Oppure il rischio è quello di alimentare ulteriormente marginalizzazione e tensioni sociali?

A Castel Volturno questa domanda assume un peso ancora più forte perché il territorio porta addosso anni di ferite irrisolte. Basta percorrere alcune strade del litorale per capire quanto qui il confine tra emergenza e normalità sia diventato sottile.

Interi quartieri convivono da tempo con problemi strutturali: servizi insufficienti, edilizia degradata, lavoro sommerso, presenza della criminalità organizzata. In questo scenario, l’arrivo di un CPR viene percepito da molti cittadini come l’ennesima decisione dall’alto senza una reale strategia di rilancio del territorio.

Anche il linguaggio utilizzato nel dibattito pubblico racconta molto del clima che si respira. Da una parte c’è chi parla di “sicurezza” e “legalità”, dall’altra chi insiste su “dignità”, “umanità” e “integrazione”. Due visioni profondamente diverse che finiscono inevitabilmente per scontrarsi.

Nel frattempo il procedimento amministrativo va avanti. La gara pubblica resta aperta e i tempi tecnici indicano che l’eventuale completamento della struttura richiederà comunque diversi mesi, se non anni. Ma il conflitto politico e sociale è già iniziato e difficilmente si fermerà presto.

Il caso Castel Volturno rischia così di trasformarsi in uno dei simboli nazionali del confronto sulle politiche migratorie italiane. Non soltanto per la presenza del futuro CPR, ma perché dentro questa vicenda si concentrano molte delle contraddizioni che attraversano oggi il Paese: il rapporto tra sicurezza e diritti, il ruolo delle periferie, il peso dell’immigrazione nel dibattito politico, la difficoltà di costruire percorsi di integrazione realmente efficaci.

In Campania, intanto, il fronte contrario al progetto continua ad allargarsi. Associazioni, sindacati, realtà religiose e movimenti civici stanno cercando di costruire una mobilitazione stabile. Le prossime settimane saranno decisive anche sul piano istituzionale, soprattutto dopo le iniziative parlamentari annunciate e le pressioni rivolte alla Regione.

Resta però una domanda destinata ad accompagnare tutta la vicenda: se il CPR rappresenti davvero una risposta concreta alla gestione dell’immigrazione oppure l’ennesimo intervento emergenziale destinato ad aggravare le tensioni di un territorio già fragile. A Castel Volturno il dibattito non riguarda soltanto un centro da costruire. Riguarda il modello di società che si intende costruire attorno al tema migratorio.

Felicia Bruscino