Interdizione delle acque territoriali trasferimenti migranti

Interdizione delle acque territoriali trasferimenti migranti 2

Il governo italiano ha approvato un pacchetto di norme che introduce l’interdizione delle acque territoriali per le imbarcazioni che trasportano migranti. La misura permette di fermare le navi fino a sei mesi e trasferire le persone a bordo in Paesi terzi come l’Albania, dove verranno sottoposte a procedure d’asilo accelerate. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano la violazione del diritto internazionale del mare e del principio di non-refoulement.

A cura di Andrea Umbrello

Il 5 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato il decreto sicurezza e il Ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato che la prossima settimana arriverà un pacchetto di norme sull’immigrazione che prevederà l’interdizione delle acque territoriali e la possibilità di trasferire i in Paesi terzi sicuri dove effettuare le procedure d’asilo. L’interdizione può durare fino a 30 giorni, prorogabili fino a sei mesi, per le imbarcazioni che rappresentano una minaccia per l’ordine pubblico, e i migranti a bordo verranno trasferiti in Paesi terzi con cui l’Italia ha accordi, Albania in primis.

Piantedosi parla di “interdizione delle acque territoriali” quando andrebbe chiamato blocco navale, una differenza lessicale che nasconde la natura della misura secondo il diritto internazionale. Il blocco navale è una misura di , e la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare vieta di intercettare imbarcazioni che trasportano materiale umanitario in acque internazionali. Il Manuale di Sanremo del 1994 stabilisce che il blocco navale ha dei limiti precisi ed è vietato se ha il solo proposito di affamare la popolazione civile o impedire l’arrivo di beni essenziali alla sopravvivenza.

La Risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite 3314 del 1974 definisce il blocco dei porti o delle coste di uno Stato da parte delle forze armate di un altro Stato come atto di aggressione, se svolto in assenza di dichiarazione di guerra, mentre il diritto internazionale marittimo riconosce la giurisdizione esclusiva dello Stato di bandiera in acque internazionali e vieta qualsiasi intervento armato a bordo da parte di altri Stati. Il governo italiano sa che la misura è problematica dal punto di vista giuridico e per questa ragione parla di “interdizione” inserendola in un pacchetto più ampio che riguarda la gestione dei flussi migratori, usando il riferimento alle nuove norme europee come giustificazione.

L’8 dicembre 2025 il Consiglio Ue ha approvato tre regolamenti che riguardano rimpatri, Paesi terzi sicuri e lista Paesi di origine sicuri, e nella lista figurano Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco e Tunisia. I regolamenti consentono agli Stati membri di istituire centri di rimpatrio in Paesi terzi, legittimando su scala europea il modello Albania che il governo italiano sta portando avanti.

I criteri di sicurezza per definire un Paese come “sicuro” sono stati abbassati e l’Ue usa il tasso di riconoscimento delle domande d’asilo come parametro principale, considerando un Paese sicuro quando la percentuale di concessione non supera il 20%. Il legame tra il richiedente asilo e il Paese terzo non è più obbligatorio e basta il transito attraverso quel territorio per giustificare il trasferimento.

Le garanzie per i richiedenti asilo vengono smantellate pezzo per pezzo e chi presenta ricorso contro una decisione di inammissibilità non ha più il diritto automatico di rimanere nell’Ue durante il procedimento. Le procedure accelerate permettono di respingere le domande senza esaminarne il merito, e i migranti possono essere trasferiti in Paesi terzi anche in presenza di rischio di refoulement basandosi su precedenti valutazioni. Gli accordi con i Paesi terzi possono essere formali o informali e gli standard relativi alle garanzie sui diritti sono stati abbassati, permettendo di concludere accordi anche quando sussistono carenze documentate di rispetto dei diritti umani in parti del territorio del Paese terzo o nei confronti di categorie specifiche di persone.

La Convenzione SOLAS e il diritto consuetudinario obbligano gli Stati a prestare soccorso e garantire un porto sicuro, eppure l’Italia addita come criminali le ONG che salvano vite in mare e stipula accordi con Libia, Egitto e Tunisia. Le prove documentano che questi accordi non rispettano i diritti umani di base e incentivano violenze e corruzione. Sul fronte interno, il governo persegue la linea della criminalizzazione del soccorso e del blocco delle navi umanitarie fuori dalle acque territoriali italiane. Ai migranti salvati in acque internazionali viene richiesto di fare domanda di protezione internazionale a bordo delle navi per radicare la responsabilità negli Stati di bandiera, con l’obiettivo di liberarsi dalla responsabilità dell’accoglimento attraverso interpretazioni discutibili della normativa internazionale.

I centri in Albania sono il primo esempio di hub per il rimpatrio secondo quanto dichiarato esplicitamente da Piantedosi, e le strutture finora bloccate dalla magistratura italiana trovano una nuova legittimazione nelle norme europee. Il governo italiano ha giocato un ruolo importante nell’approvazione dei regolamenti Ue e Piantedosi si è dichiarato “molto soddisfatto” del risultato ottenuto. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano il progressivo smantellamento del sistema d’asilo mentre la società civile europea ha firmato dichiarazioni congiunte contro i trasferimenti nei Paesi terzi, mettendo in luce rischi elevatissimi come detenzione arbitraria in territori sottratti alla giurisdizione europea, espulsioni a catena verso Paesi non sicuri e violazioni del principio di non-refoulement.

L’Unhcr ha espresso riserve sull’abolizione del criterio del legame tra richiedente asilo e Paese terzo sicuro e ha messo in guardia sui potenziali rischi di respingimento, mentre la Commissione europea ha ammesso le preoccupazioni ma ha tirato dritto forte del supporto della maggioranza dei Paesi membri. Il blocco navale promesso dalla destra italiana diventa realtà attraverso l’interdizione delle acque territoriali che permette di fermare le imbarcazioni e trasferire i migranti in Albania o altri Paesi terzi, esternalizzando le procedure d’asilo e sacrificando i diritti fondamentali in nome della “gestione dei flussi”.

La Costituzione italiana garantisce il diritto d’asilo. La Convenzione di Ginevra stabilisce il principio di non-refoulement. Il diritto internazionale del mare obbliga al soccorso delle persone in pericolo. Eppure il governo italiano viola continuamente questi principi con la complicità dell’Unione europea, che ne legittima le pratiche. Chi attraversa il Mediterraneo rischia la vita e chi viene respinto nei Paesi terzi sicuri rischia violenze, detenzione arbitraria e deportazioni a catena. Il governo parla di “gestione dei flussi migratori” senza mai soffermarsi sulla violazione dei diritti umani. Il diritto internazionale, sullo sfondo, stabilisce regole precise che l’Italia e l’Europa scelgono di ignorare.