CPR, l’ombra lunga sulla politica migratoria – Ultima Voce

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CPR, l’ombra lunga sulla politica migratoria

Nell’ultimo decennio l’Italia ha registrato un afflusso migratorio crescente, nonostante l’adozione di procedure restrittive e orientate alla detenzione. Le strutture di detenzione per migranti sono tenute a garantire vitto, alloggio, igiene, tutela della salute e assistenza generale alla persona. Tuttavia, in queste strutture le condizioni sono spesso critiche. Ad oggi i Centri di permanenza per i rimpatri continuano a rappresentare uno dei nodi più controversi delle politiche migratorie italiane.

A ribadirlo è il secondo rapporto di monitoraggio del Tavolo asilo e immigrazione (TAI), presentato a il 28 gennaio nella Sala Caduti di Nassiriya del Senato. Un documento che non si limita a fotografare singole criticità, ma restituisce un quadro strutturale, sistemico, in cui la detenzione amministrativa appare sempre più distante dagli obiettivi dichiarati e sempre più incompatibile con il rispetto dei diritti fondamentali.

Le condizioni di vita nei CPR d’ sono descritte come precarie, le violazioni della legge sono riconosciute e, sebbene non diffuse, chiaramente documentate. Le criticità più evidenti sono l’insufficiente presenza di mediazione culturale e l’inadeguata tutela della salute mentale.

Le testimonianze basate sui dati del progetto Trattenuti di ActionAid e dell’Università di Bari, sono raccolte nel rapporto e sono dirette, crude, difficili da ignorare. Sono raccontati da chi ha vissuto l’esperienza di detenzione amministrativa – descrivono condizioni che vanno ben oltre l’attesa di un rimpatrio. Parlano di cibo deteriorato o scadente, di cure mediche nell’insieme insufficienti e di un in cui la salute fisica e mentale diventa secondaria rispetto alla mera gestione amministrativa delle persone trattenute.

Tra queste voci c’è quella di Mohammad, cittadino tunisino che aveva vissuto in Italia per quindici anni prima di essere trattenuto. La sua descrizione del periodo passato nel CPR è un ritratto segnato da mesi sospesi senza attività, senza prospettive e senza stimoli, in cui la mancanza di occupazione, di relazioni sociali e di prospettive realistiche di futuro ha portato molte persone a cercare vie estreme per comunicare la propria sofferenza. Un quadro in cui gli atti di autolesionismo diventano forme disperate di comunicazione e resistenza psicologica.

Il rapporto, intitolato CPR d’Italia: istituzioni totali, è il secondo dopo quello pubblicato nel 2024 e si fonda su un lavoro di monitoraggio condotto nel corso del 2025 in dieci centri distribuiti sul territorio nazionale: Roma (Lazio), (Lombardia), (Piemonte), Palazzo San Gervasio (Basilicata), Gradisca d’Isonzo (Friuli-Venezia Giulia), Macomer (Sardegna), Brindisi e Bari (Puglia), Caltanissetta e Trapani (Sicilia).

Le visite delle delegazioni del TAI hanno incontrato ostacoli significativi, in particolare nell’accesso alla documentazione, spesso negata o fornita in modo parziale dagli enti gestori. Una mancanza di trasparenza che, secondo gli autori, non è episodica ma strutturale, e che contribuisce a rendere questi luoghi opachi agli occhi dell’opinione pubblica.

Al di là delle difficoltà, i dati raccolti tracciano un quadro chiaro. Tra settembre e dicembre 2025, nei centri di permanenza per i rimpatri monitorati erano trattenute 546 persone: una cifra che rappresenta meno dello 0,2% delle persone stimate in posizione di irregolarità sul territorio italiano. Un dato che solleva interrogativi sull’effettiva utilità del sistema detentivo, soprattutto se messo in relazione ai costi economici e che comporta.

La composizione delle persone trattenute segnala tendenze ormai consolidate. La maggioranza proviene dal Nord Africa, in particolare Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto, seguiti da cittadini dell’Africa subsahariana – Nigeria, Gambia, Senegal – e da alcuni Paesi asiatici come Bangladesh, Pakistan e India. Si tratta quasi esclusivamente di uomini: l’unico Centro di Permanenza per il Rimpatrio dotato di una sezione femminile è quello di Roma, con una capienza limitata a cinque posti. Una marginalità numerica che non attenua, tuttavia, la gravità delle condizioni denunciate.

Il punto centrale del rapporto riguarda il paradosso che caratterizza l’evoluzione dei Centri negli ultimi dieci anni. Tra il 2014 e il 2024, la capacità del sistema detentivo è aumentata, così come i tempi massimi di trattenimento. A questo si aggiunge l’apertura di nuove strutture, comprese quelle previste in Albania. Eppure, a fronte di questa espansione, l’efficacia in termini di rimpatri è progressivamente diminuita.

Nel 2024, solo il 41,8% delle persone transitate nei centri di detenzione è stato effettivamente rimpatriato, il dato più basso mai registrato. Ancora più significativo è il confronto con il totale dei provvedimenti di allontanamento: appena il 10,4% dei rimpatri è avvenuto attraverso i centri, in calo rispetto all’anno precedente.

Questi numeri mettono in discussione il fondamento giuridico stesso della detenzione amministrativa. Secondo la giurisprudenza, essa è compatibile con la Costituzione solo se strettamente finalizzata all’esecuzione del rimpatrio. Ma se il rimpatrio avviene in una percentuale così ridotta dei casi, il trattenimento perde la sua giustificazione e assume, di fatto, una funzione punitiva. Il Tai parla apertamente di un sistema che contribuisce alla criminalizzazione delle persone migranti, trasformando l’irregolarità amministrativa in una condizione di colpevolezza sociale.

Ad oggi, l’immigrazione rimane un tema attuale che influenza fortemente la politica nazionale italiana; infatti, nel 2024 il Governo italiano guidato dal Primo Ministro ha firmato un Memorandum d’intesa con l’Albania, un paese extra-UE, per costruire due nuovi CPR “offshore” sulle coste albanesi nelle città di Shengjin e Gjader. Un accordo che segna un ulteriore passo verso l’esternalizzazione delle politiche migratorie e che solleva interrogativi giuridici e umanitari, soprattutto alla luce delle criticità già documentate nei centri presenti sul territorio italiano.

Sul piano delle condizioni di vita, il rapporto evidenzia una “stabilizzazione delle criticità”. Ciò che un tempo appariva come emergenza o eccezione è diventato normalità. Le carenze strutturali sono diffuse: edifici fatiscenti, spazi sovraffollati, acqua insufficiente, scarsa pulizia. Elementi che generano un rischio sanitario costante, aggravato dalla difficoltà di accedere a cure mediche adeguate. L’assistenza sanitaria, quando presente, è spesso episodica e inadeguata rispetto ai bisogni, soprattutto per chi soffre di patologie croniche o disturbi psicologici.

Un altro aspetto centrale riguarda l’isolamento. La comunicazione con l’esterno è sistematicamente limitata, rendendo difficile mantenere contatti con familiari, avvocati, associazioni. Questa separazione contribuisce a una progressiva spersonalizzazione delle persone trattenute, che vengono ridotte a numeri, a presenze da “gestire” più che a individui titolari di diritti. Il rapporto descrive un contesto in cui la non è solo fisica, ma anche psicologica, quotidiana, incorporata nelle pratiche di controllo e nella negazione dell’autonomia.

Il concetto di “istituzione totale”, richiamato nel titolo del rapporto, non è casuale. I centri vengono descritti come luoghi chiusi, autoreferenziali, in cui ogni aspetto della vita è regolato dall’autorità e in cui la possibilità di scelta è ridotta al minimo. Un modello che produce sofferenza in modo sistematico e che incide profondamente sulla salute mentale delle persone trattenute. I gesti di autolesionismo, le proteste, gli incendi non sono episodi isolati, ma segnali di un disagio profondo che il sistema non riesce – o non vuole – affrontare.

Durante la presentazione al Senato, la riflessione si è spinta oltre la denuncia. Gianfranco Schiavone, presidente del Consorzio italiano di solidarietà – Ufficio rifugiati di Trieste ed ex componente del direttivo dell’Asgi, ha lanciato un appello chiaro: superare definitivamente i Cpr. «Chiediamo che tramonti l’idea di riformarli», ha sostenuto, dichiarando che non si tratta di migliorare un sistema fallimentare, ma di riconoscerne l’incompatibilità con i principi di uno Stato di diritto.

Il rapporto del Tavolo asilo e immigrazione si inserisce così nel dibattito più ampio sulla gestione delle migrazioni in Italia e in . Un dibattito che spesso oscilla tra logiche securitarie e retoriche emergenziali, ma che raramente mette al centro la dignità delle persone. I dati e le testimonianze raccolti indicano una strada diversa: quella di politiche basate sull’accoglienza, sulla regolarizzazione, su percorsi di inclusione capaci di ridurre l’irregolarità senza ricorrere alla detenzione.

In un contesto in cui la migrazione continua a essere uno dei fenomeni strutturali del nostro tempo, il tema dei Cpr diventa emblematico. Non solo per ciò che accade al loro interno, ma per ciò che rappresentano: la scelta di rispondere a una questione complessa con strumenti che producono esclusione, sofferenza e, in ultima analisi, inefficacia. Il secondo rapporto del Tai non offre soluzioni semplici, ma pone una domanda imprescindibile alla politica e alla società: fino a che punto è accettabile sacrificare la dignità umana in nome di una gestione che, numeri alla mano, non funziona.

Felicia Bruscino