Condanna per la morte di Moussa Balde nel Cpr di Torino

Condanna per la morte di Moussa Balde nel Cpr di Torino 2

La condanna per la morte di Moussa Balde nel Cpr di Torino chiude il primo grado di un processo che ha messo sotto esame la gestione del centro di corso Brunelleschi. Un anno con pena sospesa all’ex direttrice, assolto il medico responsabile. Resta intatta la questione delle responsabilità istituzionali e del sistema dei centri di permanenza per il rimpatrio.

A cura di Andrea Umbrello

Il tribunale di ha emesso oggi la sentenza di primo grado per la morte di Moussa Balde, il richiedente asilo trovato senza vita nel 2021 all’interno del centro di permanenza per il rimpatrio di corso Brunelleschi. Annalisa Spataro, ex direttrice della struttura, è stata condannata a un anno di carcere per omicidio colposo con pena sospesa grazie alla condizionale. Il medico responsabile del Cpr è stato invece assolto perché il fatto non sussiste.

Il giudice ha concesso alla Spataro le attenuanti generiche, che la procura aveva chiesto di escludere perché l’imputata non avrebbe mai manifestato dispiacere né proposto alcun risarcimento alle famiglie. La condanna obbliga ora la donna e la che gestiva il centro a versare immediatamente oltre 300mila euro ai familiari della vittima, assistiti dall’avvocato Gianluca Vitale. I sostituti procuratori Giovanni Caspani e Rossella Salvati avevano richiesto due anni di reclusione per Spataro e un anno e quattro mesi per il medico.

Visibilmente contrariata, Spataro ha contestato duramente il verdetto subito dopo la lettura del dispositivo, definendolo distante dalla verità. L’avvocato Vitale ha invece dichiarato che la sentenza rappresenta un avvertimento per chiunque intenda gestire luoghi del genere, che secondo lui dovrebbero cessare di esistere. Chi amministra i Cpr deve sapere di poter essere chiamato a rispondere penalmente di ciò che accade al suo interno. Il tribunale ha riconosciuto la responsabilità dell’ente gestore nella morte di Balde, ma è rimasta fuori dal procedimento la responsabilità dello Stato nella gestione del centro e nell’assenza di controlli effettivi da parte della prefettura.

Moussa Balde venne trovato morto il 23 maggio 2021 nel Cpr torinese, dopo esservi arrivato da Ventimiglia dove aveva subito un’aggressione violenta. Le autorità avevano accertato che si trovava in privo di documenti regolari e lo avevano rinchiuso nel centro di corso Brunelleschi. La sua e le modalità di gestione degli ospiti del Cpr sono state al centro anche di un altro processo, conclusosi nel novembre 2024.

Thierno Balde, fratello della vittima, aveva affermato durante la prima udienza che il vero responsabile della morte di Moussa resta lo Stato. Il sistema dei centri di permanenza è ingiusto e lui si aspettava giustizia da quel processo. Suo fratello era giunto in Italia per aiutare economicamente la famiglia, senza aver commesso alcun crimine, con il solo obiettivo di costruirsi una vita migliore. Nessuno lo ha soccorso quando soffriva.

La vicenda ha contribuito a portare sotto i riflettori le condizioni di vita delle persone rinchiuse nei Cpr. La struttura torinese, chiusa temporaneamente dal 2023 al 2025, è stata riaperta lo scorso marzo dopo lavori di ristrutturazione, tra numerose polemiche. Oggi la gestione è affidata alla cooperativa sociale Sanitalia. Il centro ha l’aspetto di un grande edificio militare e ospita circa settanta persone che vivono circondate da inferriate spesse e recinzioni. I garanti delle persone private della hanno segnalato ripetutamente gravi problemi, tra cui l’assenza di assistenza psicologica per gli ospiti, spazi trascurati e la totale disumanizzazione del trattamento riservato dagli operatori. Ciononostante, l’utilità dei Cpr viene ancora rivendicata soprattutto dai politici di centrodestra.

La morte di Moussa Balde resta racchiusa tra le mura del Cpr di Torino come di qualsiasi altro centro del genere. Una condanna stabilisce una responsabilità individuale ma lascia intatto il meccanismo che ha reso possibile quella fine. Il Cpr continua a funzionare, continua a rinchiudere persone che non hanno commesso reati, continua a generare isolamento, sedazione e attese senza certezze.

La politica difende i centri di permanenza invocando ragioni di ordine pubblico. Un ordine fondato sulla detenzione amministrativa che produce soltanto silenzio e paura. Moussa Balde è entrato vivo in una struttura dello Stato ed è uscito morto. Continuando a perseguire soluzioni di questo genere, ogni sentenza rimarrà incompleta e ogni richiamo alla dignità umana risulterà vano.