Alla frontiera di Ventimiglia briciole per gli esseri umani

Alla frontiera di Ventimiglia briciole per gli esseri umani 2

Foto di Andrea Umbrello

Questo reportage a cura di Cecilia Vicinanza nasce sulla frontiera di Ventimiglia, dove due mondi si sfiorano senza toccarsi. Da un lato la città ligure che continua la propria vita ordinata, dall’altro gli uomini e le donne che dormono sotto i ponti, tra le tende e lungo i binari. Ogni giorno qualcuno tenta di oltrepassare il confine, ogni notte si ricomincia da capo. È un respiro che non si arresta mai.

“Ci vediamo lì”. Rispondo così ad Andrea Umbrello, giornalista che accompagno a Ventimiglia, dove dobbiamo svolgere alcune interviste per un nostro progetto editoriale che riguarda i flussi migratori.

23 settembre. Ore 13.04. Arrivo in stazione. Non so ancora orientarmi, non mi accorgo di cosa succede intorno a me. Non so di scendere da uno dei treni preferiti da chi indirizza la tratta dei . A Ventimiglia si fermano tutti i treni. Se vuoi proseguire per la , devi cambiare binario e salire su un altro mezzo. La stazione è un luogo fondamentale per chi fa il trafficante di esseri . Gli orari devi averli stampati in testa. E il treno da è il più importante. È affollato a sufficienza da farti confondere tra la gente. Ma facciamo un passo indietro.

7 settembre, i giornali riportano: “Ventimiglia, sparatoria nella notte tra migranti lungo il fiume Roja: si aggrava uno dei feriti”; “Sparatoria al campo migranti sul Roja, feriti due tunisini di 18 e 30 anni”; e tanti altri titoli, che usano il termine “migranti”. Ma si tratta di migranti?

Migrante: agg. detto di una grande quantità di persone, che emigra o si sposta cercando nuove sedi: popoligruppi etnici migranti. Così dice la Treccani.

Sotto al ponte del fiume Roja, che attraversa la città di Ventimiglia, prima di sfociare nel Mar Ligure, si accampano gruppi di persone immigrate, sì, ma ormai stabilite da tempo sul posto, che non hanno minimamente in programma di spostarsi altrove. Queste persone vivono, anzi sopravvivono, grazie a due attività principali: lo spaccio di droga e il traffico di esseri umani. Sono organizzati in clan che si smezzano “la piazza” e, come tutte le mafie che si rispettino, a volte si fanno la guerra. Il 7 settembre, un regolamento di conti, una sparatoria, il fuoco alle tende. L’amministrazione comunale ha deciso per lo sgombero. Sotto quel ponte, ora, non c’è più nessuno. Basta però recarsi a quello successivo. Ritroveremo tutti quanti.

E quindi? Dove sono questi migranti di frontiera? Perché Ventimiglia è famosa per quello? I migranti di Ventimiglia, sono persone in movimento che cercano di passare in Francia, senza permessi e documenti. E che anche qui, come in ogni altro confine che ho mai visitato, italiano e non, si trovano a negoziare con mafie più o meno organizzate per avere una chance di attraversare le frontiere indisturbati. La figura chiave di questo flusso di esseri umani si chiama passeur, letteralmente colui che fa passare, e a seconda dei casi, e soprattutto della profondità delle tasche dei clienti, offre diverse opzioni per il transito.

C’è il treno, che si prende rigorosamente senza biglietto. La prima stazione oltre confine è quella di Menton Garavan. Qui, una decina di poliziotti francesi in tenuta antiproiettile, per motivi suppongo di deterrenza, anche se nessuno viene mai trovato in possesso di armi da fuoco, si adopera per rastrellare i vagoni di ogni treno in arrivo dall’Italia, in cerca di irregolari. Li fa quindi scendere e li riammette in .

C’è chi si nasconde dentro i tir, grazie all’aiuto delle abili mani dei trafficanti più esperti, e viene poi trasportato da camionisti sedicenti ignari. La notte prima del nostro arrivo hanno fermato 8 persone.

C’è chi paga dei passeur privati, che forniscono il servizio illegalmente in auto. E poi c’è chi sceglie di percorrere i sentieri montani a piedi lungo la costa. Sperando di non sbagliare strada e ritrovarsi al Passo della Morte, che si chiama così per validissime ragioni.

Garanzie di successo? Zero.

Probabilità di farcela? Molte.

Contributo reale del trafficante? Quasi nullo.

Viene spontaneo, tuttavia, chiedersi come mai sia così difficile oltrepassare una frontiera tra due paesi che fanno parte dell’Accordo di Schengen. Il motivo è semplice, nel 2015, dopo il Bataclan, per intenderci, la Francia decise di reintrodurre i controlli alle frontiere interne per ragioni di sicurezza. Doveva essere un provvedimento della durata di circa 6 mesi. Avanti veloce, settembre 2025: i controlli sono ancora qui, nonostante l’ abbia chiesto alla Francia di provvedere allo smantellamento di queste misure e al ripristino dell’area a libera circolazione di Schengen.

Sarebbe interessante poter conoscere i numeri di questo fenomeno. Quante persone passano illegalmente dalla frontiera ogni giorno? A oggi si pensa che le cifre si aggirino intorno al centinaio di passaggi al giorno, ma non possiamo avere numeri certi. Se le persone passano, è perché nessuno le ha fermate per contarle! Gli unici che si contano sono i riammessi. Ma sono una minima parte. Gli altri, invece, sono semplicemente invisibili.

Anche i riammessi, comunque, dopo qualche tentativo, riusciranno a migrare. La polizia di frontiera francese, infatti, consegna un foglio di via e quella italiana le fa eco, con un foglio di riammissione. I fogli potete trovarli tutti per terra sui tornanti che salgono verso Ponte San Ludovico. Cosa si conclude riguardo a questa burocrazia di facciata? Che non serve a nulla. Le persone riammesse ritenteranno il passaggio poche ore dopo, fino a riuscire nella propria impresa.

Cosa distingue, quindi, questa frontiera dalle altre? Perché il fenomeno, qui, si svolge in maniera così silente? Il motivo è che questo silenzio fa comodo alle istituzioni che non sono disposte ad organizzare servizi di accoglienza, che sono lasciati totalmente in mano all’attivismo cittadino. Ogni sera alle 18, volontari provenienti da diverse associazioni italiane o francesi portano a turno da mangiare alle persone che dormiranno fuori, in una piazza di fronte al cimitero, che ha almeno due cose in comune con piazza San Marco a : si trova lungo un fiume ed è sovraffollata di piccioni. Qui, però, le briciole sono per gli esseri umani.

A Ventimiglia, non esistono posti dove dormire. C’è il cosiddetto PAD, gestito da Save the Children presso la sede della Caritas, che ospita piccoli nuclei famigliari. Ma a Ventimiglia non esiste una struttura di accoglienza per gli uomini. Se sei maschio, stai per strada.

Abbiamo conosciuto un ragazzo egiziano, che attende qui che venga accettata la sua richiesta di asilo. Parla bene l’italiano ed è un imbianchino. È distinto, ci tiene alla sua igiene, ma è costretto a dormire per strada. Ha detto che qui nessuno si prende cura di loro. Nessuno lo fa lavorare. Quindi non può pagare un affitto.

Paola, napoletana, ex-volontaria della chiesa delle Gianchette, dove nei primi anni del fenomeno si radunarono migliaia di persone in transito, ci dice che la cosa che manca qui è una memoria storica. Le persone si sono dimenticate che questa è una terra di migranti da sempre, da quando i migranti erano italiani provenienti dal sud Italia. Va ricostruita una consapevolezza comune dei cittadini. Che si riconoscano e siano fieri della propria di accoglienza.

Lasciamo Ventimiglia dopo tre giorni di molte domande e poche risposte.

Perché costringiamo le persone a questo gioco assurdo di guardie e ladri?

Perché non esistono forme di accoglienza organizzata?

Perché non cooperiamo tra paesi?

Perché le giunte comunali non vedono valore nell’aiutare le persone a togliersi dalla strada?

Perché esistono i confini?

Quando smetteremo di chiedere alle persone di accontentarsi delle briciole?

Cecilia Vicinanza