Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario a Torino, è stato oggetto di un’ordine di espulsione disposto dal Ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, sulla base di alcune dichiarazioni a difesa del 7 ottobre. Le realtà sociali e religiose di Torino di sono opposte, e davanti la prefettura si sono riunite centinaia di persone per chiedere la liberazione di Shahin. Fino a dove vale il diritto d’espressione?
Le accuse e il trasferimento
Da lunedì 24 novembre Mohamed Shahin, imam della moschea di San Salvario a torino, è stato prelevato e trasferito con molta rapidità nel Cpr di Caltanissetta, lontano da familiari e avvocati. Il trasferimento è avvenuto a seguito della revoca del permesso di soggiorno e al decreto di espulsione firmato da Matteo Piantedosi, Ministro degli Interni, su impulso dell’interrogazione parlamentare avanzata dalla deputata di Fratelli d’italia, Augusta Montaruli.
Il provvedimento è stato adottato a seguito delle frasi pronunciate nel corso della manifestazione per Gaza del 9 ottobre: Mohamed Shanin aveva definito l’attacco del 7 ottobre come un atto di resistenza, una reazione ad anni di occupazione. Tra le motivazioni dell’ordine di espulsione emerge, poi, l’accusa di “radicalizzazione connotata da una spiccata ideologia antisemita”.
Mohamed Shahin: trasformare il dolore in azioni pacifiche
Le motivazioni del decreto sembrano contraddire l’immagine dell’imam che viene descritta da chi lo conosceva, così come dalle realtà politiche e religiose di Torino: Mohamed Shanin vive in Italia da vent’anni, è incensurato ed è diventato un punto di riferimento nel dialogo tra le diverse comunità religiose.
Proprio per questo, già il giorno successivo Mohamed aveva ritrattato sui social le sue dichiarazioni, con un comunicato congiunto delle diverse comunità religiose cittadine:
“Chi mi conosce sa che questi ultimi due anni di genocidio a Gaza sono stati per me un periodo di profonda sofferenza, impotenza e dolore umano. Come persona di fede ho provato a trasformare quel dolore in azioni pacifiche, in manifestazioni dove non ho mai appoggiato iniziative violente o di danneggiamento e ho sempre cercato di promuovere l’ordine pubblico”.
La mobilitazione a Torino
Non sorprende, dunque, che la città di Torino (e non solo) si sia mobilitata al fianco dell’imam e contro la sua espulsione: centinaia di persone si sono riunite davanti la Prefettura del capoluogo piemontese per chiederne il rilascio.
In un comunicato di Torino per Gaza si legge
“A Mohamed è stato revocato il permesso di soggiorno di lunga durata e imposta una deportazione immediata verso l’Egitto: un paese in cui non può tornare, dove il regime dittatoriale di al-Sisi – da lui ripetutamente denunciato per corruzione e per il suo esplicito sostegno allo Stato colonialista di Israele – lo esporrebbe a rischio di arresto, tortura e detenzione a vita”.
Nonostante abbia formalizzato una nuova richiesta di asilo con allegata documentazione, che dovrebbe sospendere ogni provvedimento di espulsione, il giudice ha convalidato l’ordine di espulsione, disponendo il rimpatrio. Il fondamento sembra essere la nuova dottrina dominante della destra nazionale e internazionale, che vede la “remigration” come soluzione al fenomeno dell’immigrazione, ma anche come strumento di repressione del dissenso.
Associazioni e comunità religiose: qual è il vero obiettivo?
Anche il mondo dell’associazionismo e diverse comunità religiose si sono aggiunte alla voce che chiede la liberazione di Mohamed. La rete del dialogo cristiano-islamico ha pubblicato un comunicato di critica e preoccupazione per un’espulsione che “costituirebbe altresì una minaccia per la sua incolumità ed il rispetto dei suoi diritti civili”, auspicando che Shahin possa riprendere la sua permanenza in Italia e così la sua opera di dialogo.
L’Anpi ricorda, invece, che
“la moschea di via Saluzzo è sempre stata aperta e collaborativa. Ha ospitato iniziative che hanno coinvolto tutte le comunità religiose e laiche. E ci viene il dubbio, che vorremmo venisse smentito, che l’obiettivo forse sia proprio quello di isolare una comunità, quella islamica”.
Mohamed Shahin non è l’unico
In effetti, il caso di Mohamed Shanin non è isolato: islamofobia e stigmatizzazione delle comunità musulmane dilagano in questo periodo storico, con conseguenze ancor più evidenti quando pregiudizi e discriminazione vengono istituzionalizzati per mezzo di provvedimenti esecutivi. Spesso con il fine di fermare chi si è mobilitato contro il genocidio in Palestina. Criminalizzazione e punizioni sproporzionate hanno colpito anche altri attivisti, nonostante il diritto d’espressione dovrebbe essere garantito a tutti, piaccia o meno il contenuto.
È il caso, per esempio, di Ahmed Salem, che in attesa della procedura di asilo è stato sottoposto a detenzione nel carcere di Rossano Calabro, con sequestro dei beni personali. Lui, come a molti altri, è stato accusato di “terrorismo”: contestazione che in casi estremi ha portato a prolungare la detenzione per diversi mesi, come nel caso di Anan Yaeesh, che rinchiuso da più di un anno ha intrapreso uno sciopero della fame.
Sintomatico di questo clima socio-politico è l’abuso (in Italia e all’estero) di strumenti amministrativi come il foglio di via, notificato a molti attivisti tra cui Mohammad Hannoun, presidente dell’Associazione Palestinesi in Italia e accusato neanche un mese fa di “istigazione alla violenza”. Lo schema è lo stesso: esasperazione del rischio e misure eccezionali di limitazione della libertà sulla base di una colpevolezza solo presunta. A quanto pare, il diritto di parola è sulla bocca di chiunque nel difendere i nostri astratti valori occidentali. Eppure, non proprio tutti possono goderne.