Greta Thunberg e Malala Yousafzai sono tra le attiviste contemporanee più note al mondo, due giovani donne che hanno raggiunto la fama internazionale grazie alle loro lotte per il rispetto dei diritti umani e in qualità di propulsori di cambiamento sociale. Eppure rappresentano due volti della stessa medaglia, due modalità di fare attivismo che man mano che passa il tempo (e che la militanza diventa sempre più legata alla presenza sui social media) diventano sempre più differenti e speculari.
Le due giovani attiviste, nonostante le apparenti similitudini che spesso fanno nascere costanti paragoni, non potrebbero essere più distanti e nuove questioni nel dibattito pubblico mondiale (prima fra tutti la questione palestinese) stanno tracciando una netta divisione nel mondo dell’attivismo e dell’impegno sociale.
Malala Yousafzai e la lotta per il diritto all’istruzione delle ragazze
Malala Yousafzai è nata alla fine degli anni ’90 a Mingora in Pakistan settentrionale, dilaniato dalla guerra e dal regime violento e misogino dei Talebani, che proprio in quegli anni avevano occupato la Swat Valley e proibito alle ragazze di frequentare la scuola.
Ispirata da suo padre (non a caso un’insegnante), a soli 11 anni ha iniziato a sostenere l’istruzione femminile e parlare della sua vita tramite il suo blog per la BBC Urdu.
La sua attività di advocacy incessante per la parità nell’istruzione non solo l’ha resa il nuovo volto speranzoso della lotta contro l’oppressione maschilista ma l’ha anche fatta diventare un bersaglio: il 9 ottobre 2012, mentre era su un autobus, Yousafzai è stata vittima di un attentato da parte dei Talebani, che le ha causato gravi ferite alla testa lasciato parte del volto paralizzato.
Successivamente, il suo impegno nel mondo dell’attivismo e dei diritti civili non si è fermato ma anzi: ha fondato la propria ONG chiamata Malala Fund, ha parlato in più occasioni alle Nazioni Unite e a 17 anni è diventata la più giovane vincitrice del premio Nobel per la Pace.
Greta Thunberg, una voce per l’ambiente e un futuro sostenibile
A differenza dell’attivista pakistana, Greta Thunberg è cresciuta a Stoccolma, in Svezia, da una famiglia borghese.
Fin da adolescente ha mostrato un grande interesse verso la sostenibilità, il veganismo e la questione climatica: a 15 anni, inizia a saltare la scuola ogni venerdì per manifestare davanti al Parlamento svedese, al quale chiede di agire tempestivamente contro la crisi climatica.
La sua lotta ben presto guadagna rilevanza in tutto il mondo, ispirando la nascita di “Fridays for Future“ , un movimento internazionale di giovani che si mobilitano per la giustizia ambientale e il diritto a un futuro vivibile.
Anche Thunberg ha poi trasportato la sua lotta di fronte alle istituzioni, parlando dinanzi la COP24, il World Economic Forum e il Parlamento europeo.
La giovane attivista svedese non solo è stata inclusa tra le 100 persone più influenti, ma nel 2019 la rivista Time l’ha decretata “Person of the year“ e lo stesso anno è stata nominata al Premio Nobel per la Pace.
I limiti dell’attivismo liberale e la necessità di un impegno che non sia performativo
Negli ultimi anni però l’attivismo di Malala si è rivelato sempre più accomodate e vittima di una narrativa di corporate-branding: gli stessi pakistani per cui ha largamente lottato ora la accusano di essere uno strumento dell’Occidente e di essere caduta vittima dell’abbaglio liberale.
Inoltre, l’attivista è stata anche fortemente criticata per non aver fatto abbastanza per sostenere i palestinesi di Gaza in seguito agli avvenimenti del 7 ottobre 2023 e soprattutto per aver prodotto insieme a Hillary Clinton un musical per Broadway incentrato sulla storia delle suffragette americane – la stessa Clinton che in Pakistan è ricordata come responsabile degli attacchi con i droni durante il suo mandato al Dipartimento di Stato.
Thunberg invece non si è fermata alla retorica e ad una militanza superficiale: la sua lotta si è estesa dall’ambiente ai diritti dei lavoratori, dalla giustizia sociale all’auto-determinazione del popolo palestinese.
La sua decisione di prendere parte in prima linea alla Global Sumud Flotilla con gli aiuti umanitari diretti a Gaza, venendo poi arrestata dalla forze israeliane, l’ha fatta bollare da gran parte dei media come “un’estremista comunista anti-Semita”.
In realtà, la sua apparente “radicalizzazione” rivela la parabola di attivismo senza compromessi, che diventa scomodo quando perde il suo appeal di fronte alle élite liberali-capitaliste perché si rifiuta di separare diritti che sono interconnessi.
Alla fine della storia, gli attivisti che lasciano davvero un segno sono quelli che osano sfidare apertamente chi detiene il vero potere.