
Demarcazione terre indigene: il Brasile avanza
La decisione del governo brasiliano di riconoscere legalmente nuove terre indigene, molte delle quali situate nell’area amazzonica, offre una soluzione climatica significativa e costituisce un netto contrasto con le attuali lotte sui diritti territoriali e i dibattiti sulla “fortress conservation” (modello di conservazione a fortezza in Kenya). La decisione, comunicata il 17 novembre 2025, arriva in un momento delicato, segnato dalle proteste esplose durante la COP30 a Belém, nel cuore dell’Amazzonia, dove gruppi indigeni hanno chiesto con forza maggiore rappresentanza e tutela dei loro diritti.
La designazione, formalizzata attraverso ordinanze firmate dal Ministro della Giustizia e della Pubblica Sicurezza, Ricardo Lewandowski, è un passo cruciale verso la completa demarcazione legale di queste terre, che richiederà in ultima analisi un decreto presidenziale del Presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Il giorno dell’annuncio coincide simbolicamente con la “Giornata dei Popoli Indigeni” all’interno del vertice, trasformando ciò che poteva sembrare un atto burocratico in un gesto politico di forte impatto.
Il presidente Luiz Inácio Lula da Silva, tornato al potere nel 2023, ha riportato al centro dell’agenda politica la demarcazione delle terre indigene, dopo anni di stallo sotto il governo di Jair Bolsonaro. Ma nonostante i 16 territori già approvati dall’inizio del suo mandato e i 21 complessivamente demarcati dalla sua amministrazione, il percorso rimane lungo e per molti gruppi indigeni insufficiente rispetto alle attese e alle promesse elettorali.
Pressioni, proteste e un cambio di tono
Nei giorni precedenti all’annuncio, fuori dalla COP, si sono moltiplicate manifestazioni affollate. Cartelli con scritto “Demarcação Já” – (Demarcazione ora) – sventolavano tra percussioni, cori e interventi improvvisati. In alcuni momenti, soprattutto dopo le cariche di contenimento della polizia, la tensione era salita al punto da catalizzare l’attenzione della stampa internazionale. Il messaggio, però, era chiaro: senza la protezione dei territori indigeni, le promesse climatiche rischiano di restare lettera morta.
Tra i nuovi territori riconosciuti spiccano il Sawré Ba’pim, residenza storica dei Munduruku, e il Tupinambá de Olivença, nello stato di Bahia, teatro di lunghi conflitti agrari. In totale, le nuove aree si estendono su centinaia di migliaia di ettari, distribuiti in sette stati e abitati da comunità come Mura, Pataxó, Guarani-Kaiowá, Munduruku, Pankará e Guarani-Mbya. Per migliaia di famiglie significa avere finalmente un documento ufficiale che garantisce diritti esclusivi su terre che, di fatto, custodiscono da generazioni.
Di particolare rilievo è il territorio Tupinambá de Olivença, nello stato di Bahia, la cui demarcazione era attesa da anni e che assume oggi un valore simbolico ancora più marcato: l’annuncio arriva infatti dopo il ritorno in Brasile del Mantello Tupinambá, un manufatto sacro rimasto in europa per oltre tre secoli.
La demarcazione come strumento contro la deforestazione
La risoluzione non ha solo un valore politico o sociale. La scienza, da anni, sostiene che i territori indigeni siano tra le barriere più efficaci contro la distruzione dell’Amazzonia. Dove la terra è riconosciuta formalmente alle comunità native, il disboscamento cala drasticamente: questo perché il controllo quotidiano del territorio scoraggia attività illegali e permette una gestione più sostenibile delle risorse naturali.
Secondo una recente analisi dell’APIB e dell’Istituto di Ricerca Ambientale dell’Amazzonia, l’espansione delle aree indigene legalmente protette potrebbe prevenire fino al 20% della deforestazione aggiuntiva e contribuire a ridurre del 26% le emissioni di carbonio entro il 2030. Numeri che, inseriti nel contesto della COP30, assumono un peso politico rilevante.
Non a caso, Dinamam Tuxá, uno dei portavoce più ascoltati dell’Articulation of Indigenous Peoples of Brazil (APIB), ha commentato la notizia con toni che sono rimbalzati sui media locali: “Demarcare significa proteggere. E proteggere non serve solo ai popoli indigeni, serve all’intera umanità”.
Il ritmo delle nuove demarcazioni segna anche un ritorno alla politica ambientale che Lula aveva già perseguito nei suoi mandati precedenti. L’era Bolsonaro, invece, aveva completamente bloccato il processo: tra il 2018 e il 2022 non è stato riconosciuto neanche un nuovo territorio. Le pressioni delle lobby agricole e minerarie, unite a una narrativa ufficiale spesso ostile verso le comunità indigene, avevano cancellato in pochi anni molti degli avanzamenti precedenti.
Dal 2023, l’amministrazione Lula ha rimesso mano ai dossier accumulati nei cassetti ministeriali. Con le nuove dieci aree, i territori riconosciuti dal suo ritorno al potere diventano ventuno. Un risultato che, seppur contestato da alcuni settori del Congresso e da governatori più vicini all’agro-business, rappresenta una delle colonne portanti della strategia climatica nazionale.
Il paragone con il Kenya: due modelli opposti di conservazione
Il tema della tutela delle terre indigene non riguarda solo il Brasile. Alla COP30, diversi osservatori hanno sottolineato il parallelo con la situazione del Kenya e, più in generale, dell’Africa orientale. In molti paesi della regione, la conservazione ambientale è stata storicamente costruita sul modello della “fortress conservation”: grandi parchi protetti da cui le comunità locali vengono allontanate. Spesso con la forza, per garantire la presenza di animali selvatici e attrarre turismo internazionale.
È il caso, tra gli altri, dei Maasai, dei Sengwer e degli Endorois, spesso finiti al centro di controversie e ricorsi internazionali per sfratti e violazioni dei diritti umani. Anche se la Costituzione keniana del 2010 ha introdotto forme di riconoscimento dei diritti collettivi sulle terre, l’applicazione pratica è ancora lenta e piena di ostacoli burocratici e politici.
Il confronto con il Brasile è significativo. Brasilia, invece di considerare le comunità native un ostacolo, ha scelto (almeno negli ultimi due anni) di coinvolgerle come alleati nella conservazione. Una scelta che ribalta l’idea che tutela ambientale e diritti indigeni siano in conflitto. Al contrario, dimostra che il riconoscimento dei diritti territoriali può essere una delle strategie più efficaci per proteggere foreste e biodiversità.
Con questo annuncio, il Brasile ha voluto mandare un messaggio anche ai negoziatori riuniti alla COP30: la battaglia contro la deforestazione non può essere vinta solo con fondi climatici e accordi internazionali, ma richiede decisioni politiche concrete sul fronte interno.
In un momento in cui gli impegni globali sul clima vacillano e i Paesi discutono su come finanziare la protezione delle foreste tropicali, la scelta di Lula offre un modello alternativo. Non una promessa, ma un atto amministrativo che cambia lo status giuridico di territori reali e dà più forza alle comunità che li abitano. E, in prospettiva, anche alla credibilità del Brasile nei negoziati internazionali.
Sebbene la COP30 abbia rappresentato un momento cruciale per dimostrare un’azione coordinata volta a fermare e invertire la deforestazione, incrementare il ripristino e promuovere i diritti degli indigeni, per i popoli indigeni la COP di quest’anno si è rivelata un incubo, nonostante la partecipazione record.