Aborto in Malawi nel 2025: una panoramica

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L’aborto in Malawi è ancora soggetto a pesanti restrizioni imposte dal Codice Penale e dunque viene spesso praticato tramite modalità non sicure, mettendo a repentaglio la vita di moltissime donne e ragazze. Grazie a una recente sentenza della Corte Suprema del Paese, però, la situazione sta cambiando e ora le sopravvissute a violenza sessuale che rimangono incinte hanno diritto a sottoporsi alla procedura. Tra retaggi coloniali e fondamentalismo religioso,  i gruppi per i diritti delle donne e gli altri diritti umani si battono per una legge che renda l’aborto in Malawi legale e sicuro per tutte.

Secondo quanto previsto dal Codice Penale, l’aborto in Malawi è consentito solo per salvare la vita della madre, senza eccezioni per stupro, incesto o grave anomalia fetale. Nei casi al di fuori di questo, dunque, è un reato punibile con la reclusione.

Una panoramica sui vincoli all’aborto in Malawi

Ironicamente, la questione dell’aborto in Malawi scardina tutti gli stereotipi sull’Africa retrograda e barbara: infatti, le leggi altamente restrittive del Paese derivano dal periodo coloniale britannico.

D’altra parte, permane questa concezione stigmatizzata che l’aborto sia “contrario ai valori familiari del Paese e che costituisca un’imposizione delle nazioni occidentali“.

Le pene detenitive previste per aver ricevuto un aborto nei casi non previsti dal Codice Penale variano dai 7 ai 14 anni di reclusione mentre sono previsti tre anni  per aver fornito farmaci o strumenti per praticare l’aborto.

Inoltre, per essere praticato l’aborto richiede l’approvazione di due medici e il consenso del coniuge.

La piaga degli aborti non sicuri

Date le notevoli restrizioni alla pratica dell’aborto in Malawi e la “censura” nei confronti della contraccezione, gli aborti non sicuri sono molto diffusi e costituiscono tra le principali cause di mortalità materna.

Si stima infatti che ogni anno più di 141.000 donne (spesso ragazze adolescenti) si sottopongano ad aborti clandestini e non sicuri. Almeno 30.000 di queste soffrono complicazioni, alcune delle quali fatali, e l’assistenza post-aborto nelle strutture ospedaliere finisce per costare milioni di dollari al governo centrale.

Molti aborti sono eseguiti da cliniche private, da guaritori tradizionali oppure sono autoindotti, spesso tramite il consumo di miscele di erbe nocive o farmaci.

La sentenza storica dell’High Court

La recente è stata emessa dopo la causa intentata da una ragazza di 14 anni a cui è stato negato l’aborto da un ospedale pubblico dopo essere stata violentata.

La Corte ha affermato che le minorenni  vittime di sessuale che rimangono incinte hanno il diritto di accedere automaticamente all’aborto e che costringerle a portare avanti una gravidanza  è un trattamento “disumano e degradante“.

Inoltre, gli operatori sanitari devono impegnarsi anche nel considerare la salute mentale (e non solo quella fisica) delle vittime di violenza sessuale.

Grazie a questa sentenza non solo sarà possibile ridurre i decessi materni ma verranno anche diminuiti costi associati all’assistenza post-aborti clandestini, alleviando la pressione sul sistema sanitario nazionale.

Questa sentenza è un primo passo importantissimo, segnando il primo caso in cui l’Alta Corte del Paese ha riconosciuto e discusso un framework secondo cui l’aborto in Malawi può essere eseguito legalmente, grazie anche delle nuove linee guida per il Ministero della Salute.

Il percorso vero una legge dedicata

Questo però non è abbastanza: come per ogni altro angolo del , è necessaria una piena legalizzazione dell’aborto, che dovrà essere pubblico, sicuro e accessibile a tutte, per rispettare interamente i diritti sessuali e riproduttivi di ogni donna.

In Malawi, numerose organizzazione di lobbying e ONG per i diritti delle donne che operano in tutta l’Africa si battono da anni per un progetto di legge organico sull’interruzione di gravidanza ma vengono fortemente ostacolati dall’influenza esercitata da molti leader religiosi.

In aggiunta, con la politica del Oresidente degli Stati che vieta i finanziamenti dalle agenzie statunitensi alle ONG straniere che sostengono l’aborto, molte delle organizzazioni del Paese si ritrovano ora senza aiuti finanziari e quindi le loro battaglie a favore dei diritti delle donne vengono ulteriormente intralciate.

Una Commissione Speciale è attiva dal 2012 per la depenalizzazione dell’aborto e nel 2015 ha proposto il Termination of Pregnancy Bill per rendere legale l’aborto nei casi di stupro, incesto o rischi per la salute sia del feto che della madre, in aggiunta all’obbligo di consulenze di pianificazione familiare. La proposta però è stata respinta.

La sentenza del 2025 ha il merito di aver riaperto il dibattito sulla necessità di una legge sull’aborto in Malawi: vanno affrontate le cause profonde dietro gli abusi sessuali e va riconosciuto alle donne il diritto di decidere liberamente dei propri corpi.

Sara Coico