Nell’ottobre del 2012, il New York Times riservò la copertina del suo magazine domenicale a un’isola greca di cui molti ignoravano persino la posizione. Il titolo era incisivo: The Island Where People Forget to Die. Dan Buettner, esploratore e collaboratore del National Geographic, aveva già descritto Ikaria in un articolo del 2009, ma fu quel servizio a rendere l’isola parte dell’immaginario collettivo globale. Il racconto si apriva con la storia di un immigrato greco che negli Stati uniti ricevette una diagnosi di cancro ai polmoni considerata terminale. Decise di tornare nella sua isola natale per morire, e dopo trentacinque anni era ancora lì, libero dalla malattia e attivamente impegnato nella vita quotidiana.
Una delle cinque “Zone Blu” del mondo
Il termine “Blue Zone” è stato coniato da Dan Buettner per designare quelle rare aree del pianeta in cui le persone godono di una vita significativamente più lunga e sana, raggiungendo frequentemente i cento anni con tassi straordinariamente elevati. Le zone identificate sono cinque: oltre a Ikaria, ci sono la sardegna, Okinawa in giappone, la penisola di Nicoya in Costa Rica e Loma Linda in California. Ikaria è una delle poche in europa.
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Sull’isola risiedono circa diecimila persone, con un’aspettativa di vita superiore di otto-dieci anni rispetto agli americani, la metà dei casi di malattie cardiache, tassi di cancro notevolmente inferiori e, aspetto forse più sorprendente, quasi assenza di demenza. Un abitante su tre raggiunge i novant’anni. Per fare un confronto, negli stati uniti, chi supera gli 85 anni ha elevate probabilità di sviluppare l’Alzheimer, mentre ad Ikaria questa probabilità scende sotto il dieci percento.
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La ricerca scientifica avvalora i dati
Uno studio osservazionale pubblicato sull’International Journal of Environmental Research and Public Health ha esaminato il profilo di vita di 71 abitanti di Ikaria con un’età media di 94 anni, nelle municipalità di Evdilos e Raches. I risultati hanno mostrato che il 77,9% di questi ultranovantenni aveva interazioni sociali quotidiane; il tasso di adesione alla dieta mediterranea era del 62,7%; i punteggi di depressione, misurati con la Geriatric Depression Scale, erano significativamente inferiori rispetto a quelli registrati in altre isole greche analizzate.
Un secondo studio, condotto nell’arco di un anno tra il 2012 e il 2013, aveva già esaminato lo stesso campione: nonostante il 70% dei partecipanti fosse affetto da ipertensione e il 66% avesse malattie croniche, la funzionalità cognitiva e fisica risultava sorprendentemente preservata. Questi dati contraddicono l’equazione automatica tra età avanzata e declino.
Cosa si consuma a Ikaria
La dieta è probabilmente il fattore più analizzato. Oltre il 50% delle calorie giornaliere degli ikarioti proviene dai grassi, di cui l’olio d’oliva rappresenta circa la metà. Legumi (ceci, lenticchie, fagioli dall’occhio), patate e verdure selvatiche costituiscono la base dell’alimentazione, mentre la carne appare circa ogni due giorni e il pesce solo sei-otto volte al mese.
Sull’isola crescono oltre 150 varietà di erbe selvatiche, alcune delle quali presentano livelli di antiossidanti dieci volte superiori a quelli del vino rosso. Il miele locale, considerato antibatterico e antinfiammatorio secondo la tradizione, viene utilizzato per dolcificare, al posto dello zucchero raffinato. Il tè di erbe di montagna (menta, camomilla, salvia, rosmarino, tarassaco) è un rituale quotidiano che accompagna la vita di tutti i giorni. Molte di queste tisane possiedono proprietà diuretiche leggere, contribuendo a mantenere bassa la pressione arteriosa e a preservare la salute delle arterie. Secondo i ricercatori, la connessione con i bassi tassi di demenza sarebbe almeno in parte attribuibile a questo.
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Il tempo, il sonno, la comunità
La dieta da sola non spiega tutto, poiché gli ikarioti consumano vino rosso robusto, si dedicano a partite di domino fino a tarda notte e vivono a un ritmo che ignora gli orologi, senza dimenticare il territorio montuoso, che li costringe a camminare ogni giorno, quasi senza accorgersene. Il pisolino pomeridiano è sacro e i villaggi, nel primo pomeriggio, si svuotano, come in un rito collettivo. Un altro aspetto è che il calendario religioso ortodosso prevedeva tradizionalmente il digiuno per quasi metà dell’anno, una forma di restrizione calorica che, secondo alcuni studiosi, è l’unico metodo dimostrato per rallentare l’invecchiamento nei mammiferi.
Inoltre, c’è il tessuto sociale. Ad Ikaria è difficile isolarsi, ci si aspetta la presenza costante di tutti ai festival di villaggio, alle funzioni religiose e alle celebrazioni, e chi non si presenta riceve la visita del vicino. La solitudine, un fattore di rischio documentato per la demenza e la mortalità precoce, è praticamente sconosciuta.
La geografia come destino
Esiste anche una spiegazione storica. L’isola è stata oggetto di successive invasioni (Persiani, Romani e Turchi) che nel corso dei secoli hanno costretto gli abitanti a ritirarsi verso l’interno, lontano dalle coste. Il risultato è una cultura isolata, ricca di tradizioni e valori familiari quasi intatti. Quell’isolamento, che per secoli aveva significato arretratezza, si è rivelato una forma involontaria di protezione, dalle mode alimentari, dallo stress dell’economia globale e dalla frenesia della vita moderna che tutto consuma.