Esiste un luogo in europa dove è possibile attraversare un Paese senza nemmeno rendersene conto. Noi lo abbiamo sperimentato in bicicletta, seguendo la sottile linea di quello che un tempo era un confine rigido e che oggi rappresenta un ricordo e una splendida pista ciclabile da esplorare. Ci troviamo tra Gorizia e Nova Gorica, due città che condividono una medesima origine e sono state separate per decenni da reticolati, barriere e diffidenze. Pedalare in questo luogo significa vivere la storia europea ad ogni curva. Non si tratta di un percorso qualsiasi: è un viaggio attraverso le fratture del Novecento e la loro lenta ricomposizione.
La ferita del 1947 e la nascita di una nuova città
Il 1947 segna un cambiamento radicale, quando il Trattato di Parigi ridisegna la mappa geografica. Gorizia rimane in italia, mentre oltre il confine sorge Nova Gorica, edificata ex novo dalla Jugoslavia di Josip Broz Tito. Una città moderna, razionale, cresciuta rapidamente per sostituire il centro storico rimasto oltre il limite.
Per quasi sessant’anni, quella linea ha rappresentato un muro concreto. In alcuni tratti era costituita da filo spinato, in altri da una barriera in cemento: il noto Muro di Gorizia. Famiglie divise, amici costretti a salutarsi da lontano. Dopo il restauro, del celebre Muro sono rimasti piccoli segni (che sembrano dei cumuli) a testimoniare il passato, mentre una targa al centro della piazza indica il confine ora non più inaccessibile.
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Piazza Transalpina, metà Italia e metà Slovenia
Il fulcro emotivo del nostro itinerario, partito dalla Galleria ciclopedonale Castagnevizza, una ex galleria ferroviaria trasformata in un tratto ciclopedonale di circa 1 km, è Piazza Transalpina, in sloveno Trg Evrope. Qui la frontiera attraversava esattamente il centro della piazza: da un lato l’Italia, dall’altro la Jugoslavia. La stazione ferroviaria, inaugurata nel 1906 sotto l’Impero austro-ungarico, divenne improvvisamente “straniera”.
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Arrivando al centro della piazza, ci siamo fermati sul mosaico circolare che indica il punto preciso del confine. Nessuna barriera, nessun controllo: solo bambini che giocano attraversando liberamente quello che un tempo era un limite invalicabile. È qui che, il 1° maggio 2004, la Slovenia è entrata nell’unione Europea. È qui che il muro è stato abbattuto in una cerimonia collettiva.
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Dalla Cortina di ferro a Schengen
Con l’ingresso della Slovenia nell’UE e successivamente nell’area Schengen, i valichi sono diventati semplici strade urbane. Dove un tempo c’erano dogane, oggi si trovano piste ciclabili, parchi e centri culturali in fase di rilancio. Le vecchie abitazioni dei doganieri stanno per rinascere come spazi museali e turistici. Lungo il percorso abbiamo incontrato anziani in attesa dell’autobus, giovani diretti ai bar sloveni, italiani che attraversano per fare rifornimento o shopping. La vita quotidiana ha preso il posto della tensione geopolitica. Tuttavia, le differenze rimangono evidenti: Nova Gorica con i suoi condomini modernisti, i casinò e un’economia vivace; Gorizia con i suoi eleganti palazzi e il peso di un passato legato alla frontiera e alla militarizzazione della Guerra Fredda.
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Pedalare nella memoria, guardare al futuro senza confini
Ogni metro del nostro percorso racconta una storia: il contrabbando, i lasciapassare, le attese ai controlli. Oggi rimangono i cippi di confine e alcune fotografie d’epoca. La sensazione, mentre pedaliamo, è intensa. Comprendi quanto un confine possa influenzare le esistenze e quanto sia significativo il momento in cui viene superato. Qui non si celebra l’annullamento delle identità, ma la loro convivenza.
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Gorizia e Nova Gorica rimangono due città, due Stati, due lingue. Tuttavia, condividono una piazza, eventi, progetti culturali (sono state entrambe Capitale europea della cultura, intenzionalmente insieme) e una visione comune. E mentre attraversavamo senza fermarci quella linea un tempo inaccessibile, abbiamo avvertito chiaramente che i confini, quando diventano muri, impoveriscono. Quando si trasformano in ponti, invece, arricchiscono. Pedalare su questo ex confine è stato emozionante. Perché qui la storia non è un capitolo chiuso: è una strada aperta, da percorrere liberamente.