In una biblioteca di roma, può succedere che un’intera lingua riemerga attraverso cinque righe inserite in una pagina scritta in latino. Nessun frastuono da scavi, nessuna tomba aperta, nessun tesoro scintillante da museo. Solo pergamena, inchiostro, cataloghi, immagini digitali e lo sguardo esperto di chi sa che i manoscritti medievali, talvolta, custodiscono più vitalità nelle pieghe che nei titoli.
La scoperta riguarda Caedmon’s Hymn, ritenuto il poema più antico conosciuto in inglese antico. Una nuova copia, finora sfuggita all’attenzione degli studiosi, è stata rinvenuta in un manoscritto conservato presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Il codice risale ai primi decenni del IX secolo, tra l’800 e l’830, ed è attualmente considerato la terza testimonianza superstite più antica del testo. Ciò che risulta particolarmente affascinante, però, è il modo in cui il poema appare nella pagina: non come nota marginale, né come aggiunta casuale di un lettore successivo, ma all’interno del corpo principale di un testo latino. Per la storia della lingua inglese, questo è un dettaglio di grande rilevanza. Indica che, già poco più di un secolo dopo Beda, qualcuno considerava quelle parole in volgare sufficientemente significative da affiancarle alla lingua colta dell’europa medievale.
Cinque righe in mezzo al latino
Il manoscritto contiene la Historia Ecclesiastica Gentis Anglorum, la Storia ecclesiastica del popolo inglese, redatta in latino dal Venerabile Beda nell’VIII secolo. Beda, monaco e studioso nato intorno al 673 e deceduto nel 735, narrò la storia di Caedmon: un contadino legato all’abbazia di Whitby, nel North Yorkshire, incapace di recitare versi durante un banchetto e per questo allontanatosi in silenzio, imbarazzato. Secondo la tradizione, quella notte gli apparve in sogno una figura che gli ordinò di cantare la Creazione. Caedmon obbedì e da quel momento nacque un inno di nove versi, dedicato a Dio come creatore del cielo, della terra e degli uomini.
Per il lettore odierno, nove versi possono sembrare quasi insignificanti. Un frammento. Una scheggia. Per gli storici della lingua, invece, rappresentano una traccia di passaggio: l’inglese nel momento in cui entra nella letteratura scritta, molto prima di Shakespeare, dell’impero britannico, delle canzoni pop e dell’inglese globale che oggi riempie aeroporti, piattaforme, manuali tecnici e serie televisive. L’inglese antico di Caedmon ha poco a che vedere con quello che si studia nelle scuole. È una lingua grezza, germanica, vicina al mondo di Beowulf, composta di suoni che a un orecchio contemporaneo sembrano provenire da una stanza chiusa da secoli.
Nella traduzione moderna, l’inno inizia invitando a lodare il custode del regno celeste, la potenza del creatore, il pensiero della sua mente, l’opera del padre della gloria. Poi si presenta il cielo come tetto, la terra preparata per gli uomini, il mondo di mezzo affidato all’umanità. Una cosmologia in miniatura, tutta racchiusa in poche righe. Piccola, compatta, con il peso specifico delle cose che sono sopravvissute.
Il passaggio cruciale riguarda Beda. Nella sua opera, aveva narrato la storia di Caedmon in latino e aveva tradotto il poema, senza mantenere l’originale in inglese antico. In due copie più antiche già note, conservate a Cambridge e a San Pietroburgo, il testo inglese appare ai margini o alla fine. Nel manoscritto romano, invece, l’inglese antico si inserisce nella struttura del testo latino. È come se un lettore o uno scriba avesse avvertito un’assenza e avesse reinserito la voce di Caedmon nel punto in cui doveva trovarsi. Una lingua periferica che riacquista spazio tra le righe della lingua ufficiale.
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Da Nonantola a Roma
Il codice ha una storia movimentata, quasi più avvincente del poema che contiene. Fu realizzato nell’abbazia benedettina di Nonantola, nei pressi dell’attuale modena, uno dei principali centri di copiatura del Medioevo. Da lì seguì il destino accidentato di molti libri antichi: spostamenti, dispersioni, furti, passaggi di mano, cataloghi incompleti, riapparizioni parziali. Con il declino dell’abbazia, diversi manoscritti giunsero a Roma. Durante le turbolenze dell’era napoleonica, furono trasferiti per sicurezza nella chiesa di San Bernardo alle Terme. Successivamente, il codice venne rubato insieme ad altri volumi.
Il viaggio proseguì oltre i confini italiani. Il manoscritto passò nella collezione dell’antiquario inglese Thomas Phillipps, poi in quella del bibliofilo svizzero Martin Bodmer. Nel Novecento, giunse fino a New York, tra le mani del libraio antiquario H.P. Kraus. Il Ministero della Cultura italiano lo acquistò nel 1972 e lo riportò alla Biblioteca Nazionale Centrale di Roma. Da allora era lì, presente e quasi invisibile. Un oggetto del genere esiste, viene conservato, registrato, eppure rimane muto finché qualcuno torna a osservarlo con la domanda giusta.
A rimettere insieme i pezzi sono stati Elisabetta Magnanti e Mark Faulkner, studiosi del Trinity College Dublin. Magnanti stava esaminando i manoscritti della storia di Beda e si è trovata di fronte a riferimenti contraddittori: alcuni indicavano l’esistenza del codice a Roma, altri lo consideravano perduto. La biblioteca ha confermato che il volume era nelle sue collezioni. La digitalizzazione ha completato il lavoro: ricevute le immagini, i ricercatori hanno riconosciuto la presenza dell’inno in inglese antico e, soprattutto, la sua posizione all’interno del testo latino.
Qui la tecnologia entra in scena in modo discreto ma utile. Non sostituisce lo studio, non compie miracoli da sola. Permette a due ricercatori in Irlanda di esaminare un manoscritto custodito a Roma senza dover maneggiare ogni volta un oggetto fragile di dodici secoli. Amplia il tavolo di lavoro. Riduce le distanze. Rimette in circolazione libri che per secoli hanno viaggiato troppo e poi, per decenni, sono rimasti troppo fermi.
L’inglese prima dell’inglese
La rilevanza della scoperta si comprende meglio osservando quanto poco inglese antico sia giunto fino a noi. Gli studiosi stimano circa tre milioni di parole superstiti, per lo più provenienti dal X e dall’XI secolo. Caedmon’s Hymn risale molto più indietro, verso il VII secolo, quando l’inglese era una delle lingue dell’isola britannica e il latino dominava la scrittura religiosa, storica e colta. Per questo ogni nuova testimonianza è significativa. Non si limita ad aggiungere un esemplare a una lista. Sposta l’equilibrio di ciò che sappiamo sulla circolazione, sul prestigio e sulla memoria di una lingua.
Il manoscritto romano fornisce anche dettagli tecnici preziosi. Gli studiosi hanno identificato in questa copia la più antica testimonianza superstite della recensione northumbriana “eordu”, una variante testuale riconoscibile da una particolare formulazione in un verso. Prima di questa scoperta, la testimonianza più antica di quella versione risaliva alla fine del XII secolo. Il salto all’indietro supera i tre secoli. Questi numeri possono sembrare dettagli da filologi, finché non si comprende che la storia delle lingue si ricostruisce proprio in questo modo: una parola diversa, un segno di punteggiatura, una posizione nella pagina, una mano che copia in un monastero lontano dal luogo d’origine del testo.
Anche la punteggiatura suscita curiosità. Nel testo in inglese antico compaiono piccoli segni tra le parole, una pratica insolita nei manoscritti in quella lingua. Un dettaglio materiale, minuscolo, quasi da osservare con una lente d’ingrandimento. Eppure proprio questi segni suggeriscono che le tradizioni di copia potessero essere più varie di quanto lascino intendere i pochi manoscritti sopravvissuti. Il Medioevo che arriva nei manuali spesso appare compatto, ordinato, già sistemato nelle sue caselle. I manoscritti autentici raccontano un’altra storia: esitazioni, contaminazioni, mani diverse, errori, recuperi, aggiunte, scelte pratiche.
C’è poi un elemento culturale molto italiano in questa storia inglese. Una poesia composta, secondo la tradizione, nel Nord dell’Inghilterra, viene conservata in un codice copiato a Nonantola e oggi custodito a Roma. Prima dell’Europa dei voli low cost e degli Erasmus, prima delle lingue standardizzate e delle mappe nazionali come le immaginiamo oggi, i testi viaggiavano già. Lenti, fragili, esposti a guerre, furti, collezionisti, incendi, eredità e mani distratte. Eppure viaggiavano.
Le biblioteche stanno ancora parlando
La Biblioteca Nazionale Centrale di Roma conserva attualmente la più vasta collezione di codici altomedievali provenienti dall’abbazia di Nonantola: 45 manoscritti datati tra il VI e il XII secolo. L’intera collezione nonantolana è stata digitalizzata e resa accessibile online. La biblioteca ha già reso disponibili circa 500 copie digitali di manoscritti e sta lavorando a un progetto più ampio sulle riproduzioni in microfilm di circa 110.000 manoscritti provenienti da 180 biblioteche italiane, con l’obiettivo di offrire agli studiosi oltre 40 milioni di immagini.
Questa è forse la parte meno scenografica e più potente della vicenda. La scoperta del poema inglese più antico a Roma non deriva da una pergamena appena dissotterrata, bensì da un libro già custodito, già acquisito, già catalogato, già sopravvissuto. Era necessario riaprire la questione, verificare, digitalizzare, confrontare. In un’epoca in cui tutto sembra dover essere nuovo per avere valore, questa storia ricorda quanto materiale resti ancora nascosto dentro ciò che possediamo già.
I manoscritti medievali hanno avuto esistenze molto meno solenni di quanto li immaginiamo nelle teche. Sono stati spostati, venduti, rubati, ricuciti, dimenticati, ricomprati. Hanno perso copertine, cambiato scaffali, attraversato confini, accumulato polvere. Alcuni sono finiti in collezioni private, altri sono rimasti all’interno di biblioteche pubbliche senza attirare l’attenzione giusta. Ogni digitalizzazione ben realizzata apre una fessura. Da lì può emergere una parola, una variante, una poesia, un pezzo di storia linguistica che attendeva solo di essere illuminato.
Caedmon, il mandriano che secondo Beda non sapeva cantare davanti agli altri, ritorna così da un manoscritto copiato in italia e conservato a Roma. La sua voce passa dal sogno alla pergamena, dal latino all’inglese antico, da Nonantola a New York e poi di nuovo a Roma. Più che una scoperta, sembra un rientro a casa con mille anni di ritardo. Cinque righe sopra il fondo di una pagina. Abbastanza per fare rumore.
fonte: Trinity College Dublin