Per un periodo di venticinque anni, quel fossile ha mantenuto un’aura quasi sacra. Pohlsepia mazonensis, rinvenuto in Illinois e descritto nel 2000, era diventato un caso emblematico della paleontologia: il presunto polpo più antico conosciuto, un reperto risalente a circa 300 milioni di anni fa, sufficientemente significativo da essere inserito nel Guinness dei primati. Ora, però, quella classificazione viene messa in discussione. Il nuovo studio pubblicato su Proceedings of the Royal Society B rimuove il reperto dalla categoria dei polpi e lo avvicina ai nautiloidi, il gruppo che include il moderno Nautilus, un mollusco marino con conchiglia esterna ancora esistente oggi.
Il punto cruciale risiede in ciò che la roccia nascondeva sotto la sua superficie. I ricercatori hanno impiegato il sincrorotrone, una tecnica di imaging che utilizza fasci di luce estremamente potenti, descritti come più luminosi del Sole, per analizzare strutture invisibili all’occhio umano. L’immagine è quasi da laboratorio forense: un reperto di oltre 300 milioni di anni riesaminato con strumenti che venticinque anni fa non erano disponibili. I dubbi sulla sua identità circolavano già da tempo, ma mancava il metodo adeguato per confermare tali incertezze.
Esternamente, quel fossile sembrava raccontare un’altra narrazione. Braccia, pinne, profilo da cefalopode molle: sufficienti per inserirlo negli studi sull’evoluzione dei polpi e anticiparne l’origine di circa 150 milioni di anni. Il problema risiedeva all’origine, molto prima della fossilizzazione. L’animale aveva iniziato a decomporsi per settimane prima di essere sepolto, e tale degrado aveva modificato il corpo al punto da renderlo credibilmente “octopus-like”. Anche l’assenza della conchiglia viene oggi interpretata come parte di questo stesso processo di decomposizione.
Successivamente, sono emersi dettagli minuziosi, quelli capaci di far crollare intere teorie. Nella roccia è stata rinvenuta una radula, la struttura alimentare a nastro con file di denti tipica dei molluschi. In ogni fila, i ricercatori hanno identificato almeno 11 elementi dentiformi. È qui che il fossile cambia categoria: i polpi generalmente presentano 7 o 9 denti per fila, mentre i nautiloidi possono arrivare a 13. La forma e il numero dei denti corrispondono invece a Paleocadmus pohli, un fossile nautiloide già noto nello stesso sito di Mazon Creek, in Illinois.

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Quei denti minuscoli spostano il fossile tra i nautiloidi
La conseguenza più significativa riguarda il calendario evolutivo. Rimosso questo reperto dalla storia dei polpi, l’origine del gruppo si sposta più avanti e si riallinea a un quadro che per anni ha suscitato dibattito. I dati suggeriscono un’apparizione dei polpi nel Giurassico, quindi durante l’era Mesozoica, e collocano in quel periodo anche la separazione tra i polpi e i loro parenti a dieci braccia, come i calamari. Quel vecchio fossile fuori posto, che per decenni ha disturbato il quadro generale, smette così di forzare la cronologia verso il Paleozoico.
Esiste anche un secondo effetto, meno evidente ma di grande importanza. I resti di Paleocadmus conservati a Mazon Creek diventano ora la più antica testimonianza conosciuta di tessuti molli di un nautiloide nel record fossile, con un vantaggio di circa 220 milioni di anni rispetto al record precedente. In paleontologia, spesso accade così: un primato viene superato, un altro si forma nello stesso momento, ma in una direzione completamente diversa da quella inizialmente prevista.
La parte più affascinante, in questo caso, è la sproporzione. Per anni, il fossile sembrava enorme nella sua notorietà e solido nella sua classificazione. A rimettere tutto in ordine è stata una fila di denti minuscoli, rimasta intrappolata nella roccia per oltre 300 milioni di anni.
fonte: Proceedings of the Royal Society B