Aggiornare il proprio smartphone ogni volta che viene lanciato un nuovo modello è un comportamento comune: la notifica di un’offerta, l’esposizione brillante, la promessa di una fotocamera leggermente migliore, il vecchio dispositivo riposto in un cassetto insieme ai caricabatterie che nessuno ha il coraggio di gettare. Appare come un gesto semplice, quasi automatico. Tuttavia, in sei anni, tale gesto può trasformarsi in una spesa di quasi 4.000 euro e in un’impronta ecologica molto più significativa di quanto si possa pensare quando si tiene in mano uno smartphone ancora perfettamente operativo.
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Un recente studio condotto da Fraunhofer Austria per Refurbed ha cercato di analizzare numeri, costi e conseguenze di tre modalità diverse di utilizzo di uno smartphone. I risultati sono piuttosto chiari: scegliere telefoni ricondizionati, prolungare la vita del dispositivo, rivenderlo quando ha ancora valore e riciclarlo in modo appropriato può ridurre i costi dal 25% al 76% rispetto ai modelli di consumo più tradizionali. In termini assoluti, il risparmio può variare da 274 euro fino a 2.574 euro per dispositivo nell’arco di sei anni, con margini ancora più elevati per i modelli più costosi, come gli iPhone.
Questa informazione emerge in un momento cruciale per l’europa, mentre gli Stati membri si preparano ad adottare la direttiva sul Diritto alla Riparazione, concepita per facilitare e rendere più conveniente la riparazione di un prodotto, prolungandone la vita utile e riducendo la continua sostituzione che ha trasformato la tecnologia in una sorta di tapis roulant domestico. La questione, in questo caso, riguarda sia il portafoglio che le risorse: terre rare, metalli critici, acqua, energia, emissioni. Tutti aspetti che rimangono invisibili quando lo smartphone è nuovo, pulito e sigillato nella sua confezione.
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Il telefono che rimane in circolazione
Lo studio prende avvio da uno smartphone medio con un prezzo iniziale di 575 euro e ne analizza il ciclo di vita per sei anni. Il primo scenario è il più costoso: un telefono nuovo ogni anno, i vecchi dispositivi accumulati in casa e poi disperso in circuiti di riciclo illegali nel Sud del mondo. In questo modello, la spesa totale arriva a 3.834 euro in sei anni, di cui 3.450 euro per gli acquisti e 384 euro di costi ambientali. Tradotto nella vita quotidiana, si tratta di circa 639 euro l’anno, quattro volte la spesa stimata per un modello circolare.
L’impatto ambientale segue la stessa tendenza. Un singolo utente, in questo scenario, riesce a generare 684 kg di CO₂, circa otto volte in più rispetto al modello circolare, consumando 346 grammi di terre rare e metalli, nove volte tanto. È il lato meno visibile della cultura dell’usa e getta tecnologico: il dispositivo cambia mano raramente, rimane utile per un breve periodo, per poi diventare un peso morto. Prima in un cassetto, poi in una filiera poco trasparente.
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BlurryBay
Lo scenario più vicino alle abitudini italiane è meno estremo, ma rimane inefficiente. Il telefono viene utilizzato per circa tre anni, poi viene dimenticato in casa, bloccando risorse preziose, e finisce tra i rifiuti domestici. In sei anni, il costo totale stimato è di 1.294 euro, composto da 1.150 euro di acquisto e 144 euro di costi ambientali, ovvero circa 215 euro l’anno. Rispetto alla circolarità, questo modello costa quasi il 35% in più, produce il doppio delle emissioni di CO₂ e spreca quasi il triplo delle risorse rare.
Il terzo scenario riguarda i telefoni ricondizionati e la circolarità. Lo smartphone viene acquistato, utilizzato per circa tre anni, rimesso in commercio tramite un programma di permuta, ricondizionato professionalmente, utilizzato da un nuovo proprietario per ulteriori tre anni e infine riciclato in modo appropriato. In sei anni, il costo totale scende a 959 euro, di cui 876 euro legati all’acquisto e 83 euro di costi ambientali indiretti. La spesa media diventa circa 160 euro l’anno. Anche l’impronta ecologica cambia scala: 83 kg di CO₂ e appena 38 grammi di materie prime critiche, tra cui cobalto, rame, magnesio e palladio.
Fraunhofer Austria ha deciso di analizzare i dati a livello di singolo prodotto, evitando di creare categorie morali di consumatori buoni o cattivi, come spiega Paul Rudorf, autore dello studio presso Fraunhofer Austria:
Per noi era fondamentale calcolare i risultati a livello di prodotto piuttosto che per specifici gruppi di utenti per evitare inutili colpevolizzazioni dei consumatori.
Ogni smartphone, prima di arrivare nelle mani degli utenti, deve essere prodotto. La fabbricazione comporta già un costo economico e ambientale iniziale. La differenza si manifesta negli anni successivi: quanto viene utilizzato, se viene rivenduto, se viene ricondizionato, se viene recuperato in modo corretto o se rimane fermo in un cassetto fino a perdere quasi tutto il suo valore materiale.
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Il peso si accumula prima dell’acquisto
Quando si discute di rifiuti elettronici, l’istinto porta a focalizzarsi sulla conclusione della storia: cassonetti, centri di raccolta, tassi di riciclo, impianti di smaltimento. Tuttavia, per l’elettronica di consumo, una parte significativa del danno si concentra molto prima, nella fase di produzione. Secondo i dati sui cicli di vita richiamati nell’analisi, tra il 70% e il 90% dell’impronta di carbonio di uno smartphone deriva dalla sua fabbricazione. Nel caso dell’iPhone 16 Pro, i dati ambientali ufficiali indicano che circa l’80% delle emissioni è legato alla produzione, mentre lo smaltimento a fine vita pesa meno dell’1%.
Kilian Kaminski, co-fondatore di Refurbed, riassume così il concetto:
La strategia più efficace per ridurre l’impatto ambientale non consiste nel gestire i rifiuti in modo più efficiente, ma nell’evitare del tutto la produzione di nuovi dispositivi.
Nel caso degli smartphone, ciò implica mantenere in uso più a lungo i dispositivi già esistenti, rivenderli quando hanno ancora valore e farli rientrare in una filiera controllata.
La produzione di un dispositivo tecnologico richiede miniere, raffinazione, componenti, microchip, trasporti, acqua e una grande quantità di energia. Un singolo impianto di semiconduttori può consumare fino a 10 milioni di galloni di acqua ultrapura al giorno, una quantità paragonabile al consumo quotidiano di oltre 130.000 famiglie europee. Quando il telefono viene acceso per la prima volta, porta già con sé questa impronta. Utilizzarlo più a lungo significa distribuire questa impronta su più anni e più vite, invece di ricominciare tutto da capo ad ogni acquisto.
In questo contesto, il ricondizionamento diventa più interessante rispetto al semplice riciclo. Migliorare il riciclo è certamente utile. Tuttavia, un dispositivo rigenerato evita una parte della nuova produzione. In media, la produzione di uno smartphone nuovo genera circa 70 kg di CO₂, richiede oltre 25.000 litri d’acqua e produce 182 grammi di rifiuti elettronici. Scegliere un dispositivo rigenerato può ridurre le emissioni dell’82%, diminuire il consumo di acqua virtuale dell’89% ed evitare l’83% di e-waste. Per quanto riguarda i minerali da conflitto, come stagno, tantalio, tungsteno e oro, la riduzione può arrivare fino al 97%.
Questa logica è valida a una condizione precisa: il ricondizionato deve realmente sostituire l’acquisto del nuovo. Se il prezzo più basso diventa solo un incentivo a cambiare dispositivo più frequentemente, il vantaggio ambientale si riduce. La circolarità funziona quando diminuisce la produzione aggiuntiva, non quando accelera il desiderio di aggiornamenti. Il telefono ricondizionato consente di risparmiare e pesa meno sulle risorse, ma solleva una domanda molto concreta: quanta tecnologia acquistiamo per necessità e quanta per abitudine.
Il caso iPhone 15
Un esempio concreto proviene dall’iPhone 15. Nell’ultimo anno, la versione ricondizionata venduta sul marketplace è risultata in media il 46% più economica rispetto al modello nuovo di fabbrica. Allo stesso tempo, ha consentito una riduzione dell’84% delle emissioni di CO₂, dell’87% del consumo d’acqua e del 68% delle materie prime critiche.
Dai dati forniti da Refurbed emerge che, dalla creazione della piattaforma, sono stati rimessi in circolazione oltre 10 milioni di dispositivi rigenerati, con un risparmio complessivo dichiarato di 474.000 tonnellate di CO₂, 166 miliardi di litri d’acqua e 1.555 tonnellate di rifiuti elettronici.
Secondo Kaminski, il risparmio assume un’importanza maggiore quando il telefono viene utilizzato più a lungo, rivenduto o smaltito in modo corretto:
Solo attraverso modalità di utilizzo virtuose, come la rivendita, un uso prolungato o un corretto smaltimento, i consumatori possono risparmiare almeno 274 euro e fino a 2.574 euro per dispositivo nell’arco di sei anni.
Le cifre si riferiscono a un dispositivo medio; per i modelli più costosi, il margine può aumentare ulteriormente.
Tuttavia, il tema va oltre il singolo telefono. Le aziende, ad esempio, spesso acquistano smartphone e laptop seguendo logiche ancora molto lineari: si acquista nuovo, si sostituisce dopo poco, si gestisce il vecchio parco dispositivi come un problema secondario. I dati di Fraunhofer Austria indicano un margine anche per le politiche di acquisto aziendali: minori spese iniziali, recupero di valore attraverso programmi di permuta e riduzione dei costi ambientali indiretti grazie al riutilizzo di materiali e risorse critiche.
Per misurare in modo più immediato l’impatto di una scelta, Refurbed ha reso disponibile un calcolatore interattivo che consente di confrontare l’impronta di un dispositivo ricondizionato con quella di un prodotto nuovo: stima CO₂, acqua, materie prime e rifiuti elettronici associati alla scelta di un dispositivo ricondizionato rispetto a uno nuovo.
Il cassetto non è neutro
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Il vecchio telefono abbandonato in casa sembra innocuo. Rimane lì, spento, dentro una scatola o in un cassetto, magari accanto a un caricatore di cui nessuno ricorda più l’origine. In realtà, trattiene materiali che potrebbero essere reinseriti nel ciclo produttivo. Cobalto, rame, palladio, terre rare e altri metalli rimangono bloccati, mentre il mercato continua a richiedere nuova estrazione e produzione.
Quando i dispositivi escono dai circuiti ufficiali, il problema si sposta altrove. Una parte dell’elettronica dismessa viene esportata come “bene usato” e finisce in aree prive di infrastrutture adeguate. In luoghi come Accra, in Ghana, apparecchi e cavi vengono spesso smontati a mano o bruciati all’aperto per recuperare metalli, con gravi conseguenze per la salute e l’ambiente.
L’Europa consuma tecnologia in grandi quantità e una parte del costo materiale ricade lontano dagli scaffali in cui quella tecnologia viene venduta. La questione riguarda il modo in cui vengono raccolti, ricondizionati, rivenduti e riciclati i dispositivi che hanno ancora valore materiale. Lasciarli uscire da filiere tracciabili significa perdere risorse e spostare altrove una parte del costo ambientale.
Per questo motivo, il dibattito europeo sul riciclo rischia di rimanere limitato se si concentra solo sull’ultimo anello della catena. Il Diritto alla Riparazione, i requisiti di Ecodesign e la rendicontazione sulle emissioni lungo le catene del valore, come previsto dalla direttiva CSRD, v