Pompei, nuove scoperte: chiarita la causa dei fori nel muro risalenti all’assedio di Silla.
Esistono posti in cui la storia non rimane confinata nei testi, ma continua a pulsare sotto la superficie, come se avesse ancora qualcosa da comunicare. Pompei è uno di questi. Ogni volta che sembra di aver compreso tutto, riemerge un particolare che cambia la prospettiva e obbliga a rimettere insieme i pezzi. Questa volta non si tratta di abitazioni, affreschi o oggetti di uso quotidiano, ma di qualcosa di più grezzo, scolpito nella pietra: tracce di conflitto, rimaste lì per oltre duemila anni.
Un team di studiosi italiani, in una ricerca pubblicata sulla rivista Heritage nel 2026, ha deciso di interpretare queste impronte come si farebbe con una ferita che non si è mai completamente rimarginata. Il risultato è una ricostruzione sorprendente, poiché suggerisce l’impiego di un’arma molto più avanzata di quanto si possa pensare quando si riflette sull’antichità. Una macchina capace di colpire in rapida successione, tanto da ricordare – con tutte le dovute precauzioni – una sorta di mitragliatrice antica.
Segni distintivi e ripetuti che modificano l’interpretazione dell’assedio

Chi si reca a Pompei oggi tende a collegare ogni aspetto all’eruzione del Vesuvio del 79 d.C., ma la città aveva già affrontato momenti estremamente difficili. Uno di questi è l’assedio condotto da Lucio Cornelio Silla, avvenuto quasi un secolo prima della catastrofe vulcanica. Ed è proprio a quell’episodio che sembrano riferirsi i segni osservati sulle mura settentrionali.
Da tempo gli archeologi sono a conoscenza dei grandi crateri circolari creati dai proiettili in pietra lanciati dalle catapulte romane. Sono evidenti, quasi didascalici. Tuttavia, tra questi colpi più appariscenti, si cela un’altra trama, più sottile e meno immediata: piccoli fori quadrati, distribuiti secondo un disegno a ventaglio.
Per anni sono rimasti in secondo piano, interpretati come danni generici o semplice deterioramento. I ricercatori hanno scelto di esaminarli da vicino, senza fretta. Hanno creato modelli tridimensionali ad altissima precisione utilizzando scanner laser e fotogrammetria, entrando letteralmente nella forma di quei segni. Profondità, larghezza, inclinazione: ogni aspetto è stato analizzato per comprendere cosa potesse averli causati.
Da questa analisi è emersa una pista chiara. Quegli impatti non sembrano il risultato di colpi isolati, ma di una sequenza rapida, quasi ritmica. Tutto indica verso una macchina da guerra capace di lanciare più proiettili in successione: il polybolos, una catapulta a ripetizione descritta nei trattati di ingegneria greca del III secolo a.C.
Il confronto con quei testi antichi ha fornito un ulteriore elemento. La disposizione a ventaglio visibile sulle mura coincide con il movimento meccanico attribuito a queste macchine, una sorta di “spazzata” laterale che consentiva di colpire bersagli diversi in rapida successione. Non si tratta solo di colpire con forza, ma di colpire in modo continuo e controllato, seguendo il ritmo della battaglia.
Anche i reperti conservati nei musei hanno contribuito a rafforzare questa interpretazione. Alcuni dardi con punta in ferro, associati alla cosiddetta catapulta Scorpion, mostrano dimensioni compatibili con quelle ricavate dai modelli digitali delle mura di Pompei. È come se, pezzo dopo pezzo, si stesse ricomponendo una scena rimasta congelata.
La cenere del Vesuvio ha preservato queste tracce per secoli
Esiste un elemento che rende tutto questo ancora più affascinante. Dopo l’assedio, Pompei è stata sepolta dall’eruzione del Vesuvio. Quella copertura improvvisa ha agito come una capsula del tempo, conservando non solo edifici e oggetti, ma anche le cicatrici lasciate dalla guerra. Senza quella protezione, molti di questi segni sarebbero scomparsi sotto l’azione del tempo, della pioggia e delle trasformazioni successive. Invece sono giunti fino a noi, consentendo oggi una lettura estremamente precisa.
Le immagini utilizzate nello studio illustrano bene questo passaggio. Da un lato, fotografie storiche dei primi del Novecento, come quelle attribuite a Van Buren intorno al 1925, dall’altro scatti recenti del 2024. Gli stessi segni sono ancora presenti, riconoscibili, quasi ostinati. In uno degli scatti più antichi si può notare anche un’asta di misura appoggiata al muro, lunga circa tre metri, utile per stimare proporzioni e dimensioni di una fortificazione alta circa quattro metri e mezzo.
Ancora più eloquente è il confronto tra modelli tridimensionali: da un lato l’impatto di un grande proiettile sferico, dall’altro gruppi di segni più piccoli, quadrangolari e ravvicinati. Due linguaggi diversi incisi nella stessa pietra. Il primo narra l’assedio come lo abbiamo sempre immaginato. Il secondo apre a uno scenario nuovo, più dinamico, quasi moderno nella logica.
Secondo i ricercatori, questa configurazione radiale e ravvicinata suggerisce l’uso di uno scorpione automatico, progettato per colpire chi si esponeva anche solo per pochi istanti. Arcieri che apparivano dalle aperture laterali, difensori che si affacciavano tra i merli: bersagli fugaci, intercettati da una macchina concepita per non concedere tregua.
In questa interpretazione, le mura di Pompei diventano qualcosa di più di una semplice struttura difensiva. Si trasformano in una superficie narrativa, capace di restituire la tensione di un momento specifico. Non servono parole, basta osservare la direzione dei colpi, la loro densità, il modo in cui si distribuiscono.
E forse è proprio questo che colpisce di più. L’idea che una città conosciuta in tutto il mondo per la sua fine improvvisa continui a raccontare anche ciò che è avvenuto prima. Una storia fatta di strategie, ingegno e violenza organizzata. Una storia che riaffiora lentamente, mentre qualcuno decide di esaminare più attentamente un dettaglio che per anni era rimasto ai margini.
Le cicatrici di Pompei non parlano solo di distruzione. Raccontano anche l’evoluzione delle tecnologie, il modo in cui gli esseri umani hanno imparato a combattere, progettare e colpire. E nel farlo, restituiscono un’immagine dell’antichità molto meno statica di quanto si possa pensare. Più complessa, più viva, più vicina.
Fonte: Heritage