Marte continua a stupire: una valle lunga come l’Italia, con segni di acqua e lava, potrebbe rivelare l’esistenza di un antico oceano.

Su Marte si trovano segni che sembrano eccessivamente vasti anche per un intero pianeta. Shalbatana Vallis è uno di questi: una valle imponente, che si estende vicino all’equatore marziano per circa 1.300 chilometri, una lunghezza simile a quella dell’italia da nord a sud. Oggi si presenta arida, irregolare, segnata da crateri, pianure levigate dalla lava, aree collassate e accumuli scuri trasportati dal vento. Tuttavia, osservandola con gli strumenti adeguati, smette di apparire come un semplice paesaggio desolato. Si trasforma in una sorta di archivio aperto, ricco di indizi su un Marte che miliardi di anni fa potrebbe essere stato molto più caldo, instabile e umido.

La nuova immagine catturata dalla camera ad alta risoluzione HRSC della missione Mars Express mostra una sezione della parte settentrionale della valle, dove il canale si incunea nel suolo e conserva i segni di una storia geologica piuttosto dinamica. Acqua, vulcani, impatti, ghiaccio sotterraneo, frane lente, materiali depositati e successivamente rimodellati: tutto sembra essersi accumulato in un unico luogo, come se il paesaggio avesse continuato a riscriversi sopra le proprie rovine.

Una ferita scavata dall’acqua

Shalbatana Vallis si sarebbe formata circa 3,5 miliardi di anni fa, quando ingenti quantità di acqua sotterranea avrebbero trovato un varco verso la superficie. Immaginare Marte come un deserto rosso e immobile non aiuta molto in questo contesto. La scena originale doveva essere molto più violenta: falde o riserve intrappolate sotto il suolo, pressione, cedimenti, e poi l’acqua che rompe gli argini invisibili e scorre verso il basso, erodendo materiale, aprendo solchi profondi e incidendo un canale largo chilometri.

Nel tratto analizzato, la valle principale entra nell’immagine da sud-ovest e si dirige verso nord, con una larghezza di circa 10 chilometri e profondità che raggiungono circa 500 metri. Questi dati sarebbero già sufficienti a restituire la scala del fenomeno, anche senza il confronto con la nostra geografia. Una valle larga come una città e profonda come un grattacielo rovesciato racconta di un’energia che difficilmente si concilia con l’idea di un pianeta sempre secco.

Gli scienziati ipotizzano che in passato Shalbatana Vallis fosse addirittura più profonda. Nel corso di miliardi di anni, porzioni del canale si sono riempite di materiali diversi, depositi giunti da processi successivi, strati che hanno smussato e coperto parte della forma originale. In una zona più irregolare si nota anche una macchia scura, tendente al blu-nero nelle ricostruzioni cromatiche, interpretata come cenere vulcanica successivamente spostata e redistribuita dai venti marziani. Anche questo particolare è significativo: l’acqua ha aperto la ferita, il vulcanismo e l’atmosfera l’hanno modificata.

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Dove l’oceano resta una possibilità

Shalbatana Vallis fa parte di una rete più ampia di canali di deflusso marziani, strutture colossali che si concentrano in una zona particolarmente interessante del pianeta: il confine tra gli altopiani meridionali, più antichi e craterizzati, e le pianure settentrionali, molto più lisce e basse. Questo confine geologico rappresenta una delle grandi fratture della storia marziana, anche perché molti dei principali canali di deflusso terminano verso Chryse Planitia, una delle aree più depresse di Marte.

Proprio Chryse Planitia alimenta da tempo un’ipotesi affascinante e ancora oggetto di discussione: in un passato remoto, quando il clima del pianeta poteva essere più caldo e umido, quell’area potrebbe aver ospitato una vasta massa d’acqua, forse un oceano antico. Shalbatana Vallis diventa quindi un elemento cruciale all’interno di una mappa più ampia. Se enormi volumi d’acqua sono davvero fluiti verso le pianure basse, il loro arrivo avrebbe potuto contribuire a riempire bacini estesi, lasciando tracce oggi difficili da interpretare poiché il tempo marziano cancella lentamente, copre, frattura e riempie.

Già nell’ottobre 2025 era stato diffuso un sorvolo virtuale della regione, seguendo il percorso della valle dalla sorgente negli altopiani di Xanthe Terra fino alla zona più uniforme di Chryse Planitia. Visto in questo modo, Shalbatana Vallis assomiglia a una condotta naturale gigantesca, un canale di trasferimento tra zone alte e basse, tra un Marte più antico e accidentato e un Marte più levigato, quasi sedimentato.

Terreni che crollano

La parte più insolita del paesaggio è quella definita terreno caotico. Il nome può sembrare quasi troppo semplice, ma rende bene l’idea: blocchi frantumati, rilievi irregolari, creste, cumuli, porzioni di suolo che sembrano aver perso coesione. Nei dintorni di Shalbatana Vallis, questo terreno si presenta vicino ai depositi scuri di cenere vulcanica, all’interno di una sezione più ampia e disturbata della valle.

La spiegazione più plausibile coinvolge il ghiaccio sotterraneo. Quando il ghiaccio intrappolato sotto la superficie inizia a fondere o a scomparire, il terreno sovrastante perde sostegno, si abbassa, si frantuma e collassa in modo disordinato. Su Marte, paesaggi simili sono stati osservati anche in altre aree, come Pyrrhae Regio, Iani Chaos, Ariadnes Colles, Aram Chaos e Hydraotes Chaos. Cambiano i luoghi, ma resta la stessa impressione: il sottosuolo marziano ha operato a lungo, anche quando la superficie sembrava già immobile.

Attorno alla valle si possono notare numerosi crateri da impatto. Alcuni presentano bordi ancora ben definiti, altri sono stati erosi, sepolti o alterati. Diversi mostrano coperture di ejecta, cioè materiale espulso all’esterno al momento dell’impatto. Questi sono segni di un’altra scala temporale: meteoriti giunti dopo o durante le trasformazioni della regione, colpi secchi su una superficie già piena di fratture.

La lava sopra le vecchie tracce

La superficie liscia di molte aree racconta invece il passaggio della lava. Colate antiche avrebbero coperto porzioni del paesaggio, riempiendo depressioni e rendendo il terreno più uniforme. Quando la lava si è raffreddata e contratta, ha formato pieghe e increspature note come wrinkle ridges, rilievi bassi e sinuosi che sembrano grinze su una pelle minerale.

Qua e là si possono ancora vedere rilievi isolati, le mesas, resti di superfici un tempo più elevate che l’erosione ha consumato attorno, lasciandole emergere come tavoli di roccia. Questi dettagli, sebbene meno spettacolari rispetto ai grandi canali, aiutano a interpretare il paesaggio come un insieme di epoche sovrapposte. Prima l’acqua, poi il riempimento, poi la lava, poi il vento, poi gli impatti, poi altri crolli e altre erosioni. Marte, osservato da vicino, presenta meno immobilità di quanto sembri nelle immagini pulite da cartolina spaziale.

La missione Mars Express osserva il Pianeta rosso dal 2003. In oltre vent’anni ha mappato la superficie marziana a colori e in tre dimensioni con un livello di dettaglio che ha profondamente cambiato il modo di interpretare la sua storia geologica. La camera HRSC, sviluppata e gestita in germania, ha permesso di costruire modelli del terreno e viste prospettiche capaci di restituire profondità, pendenze, forme sepolte o parzialmente nascoste.

fonte: ESA

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