Dove si trovava la tua città 320 milioni di anni fa? Disponibile online la mappa per tracciare il movimento delle placche tectoniche.

La cosa più sorprendente, osservando una città su una mappa paleogeografica, è rendersi conto che quel punto fisso è tale solo per noi. , , Washington, qualsiasi indirizzo riportato su una bolletta o su un biglietto del treno: tutto appare ancorato lì, con i suoi marciapiedi, i palazzi, le strade e i confini amministrativi. Poi si utilizza uno strumento online, si inserisce una località, si sposta il cursore nel tempo e il terreno sotto i piedi perde parte della sua sicurezza. Quel luogo, 320 milioni di anni fa, si trovava a un’altra latitudine, con un clima differente, in una posizione diversa su una Terra che stava formando Pangea, il grande supercontinente che nei testi scolastici appare come una macchia compatta, ma che in realtà era un vivo, dinamico, ricco di fratture.

Lo strumento pubblico si chiama Paleolatitude.org 3.0 ed è basato sull’Utrecht Paleogeography Model, un modello creato per ricostruire il movimento delle placche terrestri e riportare rocce, fossili e frammenti di crosta nel luogo in cui si trovavano al momento della loro formazione. Il lavoro, pubblicato il 2026, coinvolge nomi di spicco come Douwe J. J. van Hinsbergen, Bram Vaes ed Emilia B. Jarochowska, insieme a un gruppo internazionale legato alle scienze della Terra, a Utrecht e al centro CEREGE di Aix-en-Provence, in . Il modello si integra nel calcolatore tramite file GPlates, risale fino a 320 milioni di anni fa e include anche unità geografiche che oggi risultano compresse e sovrapposte all’interno delle catene montuose.

Le città cambiano cielo

Dove si trovava la tua città 320 milioni di anni fa? Disponibile online la mappa per tracciare il movimento delle placche tectoniche. 3

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La latitudine appare come una coordinata innocua, una semplice riga da atlante. Tuttavia, essa determina quanta luce solare raggiunge un territorio, l’inclinazione dei raggi, e quale tipo di clima può svilupparsi. Per chi studia il clima antico, la biodiversità e le grandi estinzioni, conoscere la posizione attuale di una roccia è utile solo fino a un certo punto. È molto più rilevante comprendere dove quella roccia si trovava al momento della sua deposizione, quando ha intrappolato un fossile, o quando i suoi minerali hanno registrato una traccia del campo magnetico terrestre.

Il caso di Winterswijk, nei Paesi Bassi, rende la questione meno astratta. In quella regione sono stati analizzati fossili di piante e animali vissuti circa 245 milioni di anni fa in un simile all’attuale Golfo Persico: deserto, caldo, mare tropicale. Consultando una mappa moderna, il confronto appare quasi strano. Con il modello, però, si evidenzia che quel segmento d’ si trovava molto più a sud, a latitudini simili a quelle dell’Arabia attuale. La spiegazione diventa più tangibile: quel clima antico era influenzato anche dalla posizione, dal lento movimento della placca, e dal fatto che l’attuale nord Europa aveva un aspetto diverso sotto un altro sole.

La stessa logica si applica a qualsiasi località inserita nella piattaforma. Si può cliccare sulla mappa, oppure inserire le coordinate, e il sistema fornisce una curva di paleolatitudine. Il sito permette anche di esportare grafici e dati, e per chi lavora con ampi archivi scientifici offre calcoli in serie su dataset molto estesi. Sembra un gioco, e per il pubblico in parte lo è: osservare dove “stava” la propria casa quando i continenti erano dislocati altrove ha un fascino quasi infantile. Per i geologi e i paleontologi, però, quel gioco diventa uno strumento di lavoro.

Le placche sparite contano

La parte più delicata del modello riguarda ciò che sulle mappe tradizionali scompare. Le grandi placche tettoniche raccontano molto, ma la storia della Terra include anche frammenti più piccoli, microcontinenti, bacini oceanici chiusi, lembi di crosta inghiottiti, compressi e accartocciati all’interno di montagne formatesi da collisioni durate milioni di anni. Il nuovo sistema cerca di includere anche queste aree difficili, ovvero i territori geologicamente deformati del Mediterraneo, dell’Iran, dell’Himalaya, del Tibet, del Sud-est asiatico e dei Caraibi, insieme a frammenti continentali che oggi compongono parti di Mongolia, Cina e Indocina.

In questa geografia perduta si trovano nomi poco noti al di fuori degli ambienti scientifici, come Greater Adria, le Tethys Himalayas e Argoland. Greater Adria era un continente frammentato i cui resti sono in parte finiti nelle montagne dell’area mediterranea; le Tethys Himalayas richiamano le porzioni himalayane legate all’antico oceano della Tetide; Argoland si riferisce a blocchi staccatisi dal margine dell’Australia occidentale e poi dispersi nel mosaico del Sud-est asiatico. Su una carta politica sembrano fantasmi. Nelle rocce piegate delle montagne, invece, lasciano ancora impronte riconoscibili.

Per ricostruire questi spostamenti, i ricercatori hanno rimesso insieme frammenti di catene montuose, margini continentali e placche scomparse, collocando tutto all’interno di un riferimento paleomagnetico aggiornato. Molte rocce contengono minerali magnetici che, durante la loro formazione, si orientano secondo il campo magnetico terrestre. Questa piccola memoria fisica consente di stimare la latitudine antica, con margini di incertezza che il nuovo modello cerca di rendere più chiari. La banca dati paleomagnetica alla base del riferimento globale è stata aggiornata e il sistema integra procedure statistiche più precise rispetto alle versioni precedenti.

Fossili con un indirizzo nuovo

L’utilità della mappa paleogeografica aumenta quando si passa dalla mera curiosità alla biologia. Un fossile rinvenuto oggi in un determinato Paese racconta la vita di un organismo che, milioni di anni fa, poteva trovarsi a migliaia di chilometri di distanza in termini climatici. Studiare una specie solo lungo l’asse temporale esclude una parte significativa della storia. È necessario considerare anche lo spazio: dove viveva, sotto quale luce, vicino a quali mari, in quale fascia climatica.

Per dimostrare questo passaggio, gli autori hanno utilizzato il nuovo strumento anche su dati di biodiversità del Giurassico superiore, calcolando un gradiente latitudinale per organismi marini e tenendo conto dell’incertezza legata sia all’età dei fossili sia al quadro paleomagnetico. In sostanza, il modello aiuta a chiedere con maggiore precisione quali latitudini abbiano funzionato da rifugio durante cambiamenti estremi, quali aree siano diventate ostili prima di altre, e quali gruppi abbiano migrato, resistito o ceduto quando il clima terrestre subiva variazioni.

Il progetto guarda già più indietro. L’obiettivo dichiarato è estendere il modello fino a circa 550 milioni di anni fa, verso l’esplosione cambriana, la fase in cui molte forme di vita complesse emergono con una nuova ricchezza nella documentazione fossile. Raggiungere questo traguardo significherebbe applicare la stessa logica ancora più a fondo: seguire la vita mentre la crosta si muove, mentre gli oceani si aprono e si chiudono, mentre i continenti cambiano latitudine come se il pianeta fosse un’enorme stanza priva di mobili fissi.

C’è qualcosa di salutare in questo ridimensionamento. Le città sembrano permanenti solo perché le nostre vite sono troppo brevi per osservarne il movimento. La Terra, con i suoi tempi incommensurabili, fa altro. Sposta i continenti, cancella oceani, piega fondali all’interno delle montagne, porta un pezzo d’Europa verso un clima da Arabia e poi lo riporta a nord, sotto piogge e mattoni. Noi ci mettiamo sopra targhe, confini, mappe catastali. Essa continua a trascinare il pavimento.

: PLOS