A Tivoli emerge un’iscrizione su una roccia che modifica la narrazione del Santuario di Ercole Vincitore.

Nel terreno solido situato dietro il tempio, dove per anni era rimasta una certezza incerta, è riemersa una parola. Poche lettere, incise su un blocco di architrave in travertino intonacato, sufficientemente grandi da modificare la percezione di uno degli spazi più significativi del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli: [BA]SILICAM DE[—]. Una porzione, senza . Un frammento. Tuttavia, in archeologia, a volte è sufficiente una scheggia ben scritta per riorganizzare un intero edificio.

Il ritrovamento proviene dalle recenti indagini archeologiche avviate dall‘Istituto Villa Adriana e Villa d’Este, finanziate dal Ministero della Cultura – Direzione generale Musei, in collaborazione con il Dipartimento di Scienze dell’Antichità della Sapienza Università di . Il sito è uno di quelli che già da solo unisce pietra, potere e paesaggio: il Santuario di Ercole Vincitore, uno dei complessi monumentali più maestosi dell’ romana, ancorato alla storia di Tivoli con una forza che attraversa i secoli senza chiedere permesso.

L’iscrizione è datata all’epoca di Augusto, tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del I secolo d.C. La sua rilevanza risiede proprio nella sua essenzialità. Quelle lettere consentono di identificare con certezza l’edificio individuato oltre trent’anni fa dietro il tempio: si trattava di una basilica, un ampio spazio pubblico coperto, destinato a diverse funzioni, comprese attività amministrative e giudiziarie. Un luogo di servizio e rappresentanza, dove la vita civile si svolgeva al riparo, tra colonne, decorazioni, attese e decisioni.

La parola che trasforma lo scavo

L’edificio era stato scoperto nel 1992, dietro il tempio, addossato alla parete di fondo del triportico, cioè quell’ampio spazio porticato organizzato su tre lati attorno a un’area centrale scoperta. All’epoca era stata messa in luce la facciata monumentale, caratterizzata da nove ingressi. Le dimensioni, superiori agli 800 metri quadrati, e la struttura architettonica avevano già suggerito la presenza di una grande aula centrale circondata da un corridoio coperto.

Mancava il colpo decisivo della conferma. Ora arriva da un blocco caduto, rimasto sepolto, sopravvissuto a crolli, riusi, terremoti e silenzi. La basilica del Santuario di Ercole Vincitore acquisisce così un nome completo, più solido, meno ipotetico. E con essa cambia anche l’interpretazione dell’intero complesso, poiché quello spazio torna a essere parte attiva della macchina monumentale del santuario, con una funzione pubblica definita e un peso istituzionale riconoscibile.

Il dato archeologico si intreccia anche con un passo celebre di Svetonio, l’autore antico, biografo-antiquario più incline agli aneddoti imperiali che alla cronaca asciutta. Nel De vita Caesarum, nella biografia di Augusto, lo storico narra che l’imperatore frequentava soprattutto i luoghi di ritiro marittimi, le isole della e alcune città vicine a Roma, tra cui Lanuvio, Preneste e Tivoli. Proprio a Tivoli, scrive Svetonio, Augusto amministrò spesso la giustizia nei portici del tempio di Ercole: “ubi etiam in porticibus Herculis templi persaepe ius dixit”. Tradotto con parole più moderne, l’imperatore utilizzava anche questi spazi come luogo concreto dell’autorità, lontano dal centro di Roma eppure ancora pienamente inserito nel suo sistema di potere. Ora quel passo trova un riscontro materiale. Non una prova teatrale dell’imperatore seduto lì a decidere cause, certo. Una pietra, poche lettere, e il racconto comincia almeno ad avere un fondamento solido.

Tre metri sotto i passi

La scoperta proviene da un contesto di scavo particolarmente ben conservato. A circa tre metri sotto l’attuale piano di calpestio sono emersi ampi livelli di crollo, probabilmente legati a un terremoto avvenuto in epoca tardoantica. Strati rimasti sigillati per secoli, come una stanza chiusa in fretta e poi dimenticata, hanno restituito un insieme molto ricco di materiali: ceramiche, elementi architettonici in terracotta, iscrizioni su lastre di marmo, oggetti in metallo, rilievi scultorei e numerosi frammenti di intonaco dipinto.

Tra gli oggetti più significativi si trova anche un anello in bronzo con iscrizioni incise, un dettaglio piccolo e resistente, uno di quei reperti che spostano l’attenzione dalla monumentalità delle architetture alla scala più minuta delle mani, dei corpi e degli usi quotidiani.

Le pitture conservate sui muri crollati appartengono al secondo e al terzo stile pompeiano. Questo indica che l’edificio era decorato con ricchezza già nella prima età imperiale. Non c’era dunque spazio spoglio. La basilica doveva presentarsi come un di rappresentanza, progettato per comunicare prestigio, ordine e autorità. Le pareti dipinte, terminate a terra con il crollo, conservano ancora la memoria di quella cura.

Dagli strati sono emersi anche bolli impressi sui mattoni con i nomi dei produttori C. Naevius Asc(lepiades?) e P. Decumius, attivi tra la tarda età repubblicana e l’inizio dell’età imperiale. Sono tracce produttive, quasi firme industriali ante litteram, utili a collocare materiali, cantieri e tempi di costruzione. Accanto a questi elementi figurano diversi frammenti di lastre Campana, decorazioni architettoniche in terracotta, con la scena della contesa per il tripode di Delfi tra Apollo ed Eracle. Il confronto più immediato rimanda a esemplari provenienti dalla cosiddetta Casa di Augusto sul Palatino, dettaglio che rafforza ulteriormente il legame tra Tivoli e la cultura figurativa dell’età augustea.

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Il santuario dopo il crollo

Gli strati successivi al crollo raccontano un’altra vita del sito, più tarda, meno splendente forse, eppure ancora attiva. Sono emerse ceramiche databili tra il V e il VI secolo d.C., tra cui sigillata africana, lucerne e anfore da trasporto. Materiali che testimoniano presenze, scambi e circolazione di merci. Il santuario, dopo la sua fase monumentale, continuò a essere attraversato, utilizzato e trasformato.

Questi dati rafforzano l’ipotesi di un riutilizzo dell’area in funzione difensiva durante le guerre greco-gotiche del VI secolo d.C., combattute tra Bizantini e Ostrogoti. Quei nomi oggi sembrano lontani, quasi scolastici, ma racchiudono anni durissimi, città contese, territori fratturati, fortificazioni improvvisate o riadattate. Anche un grande santuario romano poteva trasformarsi, perdere la sua funzione originaria e rimanere comunque utile, poiché le pietre antiche, quando la storia cambia tono, vengono spesso riutilizzate.

Il Santuario di Ercole Vincitore presenta così una lunga stratificazione: la nuova iscrizione unisce il momento augusteo, la memoria letteraria e il dato archeologico. Gli scavi continueranno nei prossimi mesi. Potranno chiarire ulteriori aspetti della struttura, delle decorazioni e dei modi in cui il santuario è stato frequentato nel corso della sua lunga storia. Per ora rimane quel blocco in travertino intonacato, con una parola spezzata e di grande peso. Basilica. Tre metri sotto i passi di oggi, Tivoli ha scoperto una stanza che attendeva solo di essere chiamata con il suo nome.

: MiC