A Luxor è stata inaugurata al pubblico l’antica cripta egizia dei 22 sacerdoti cantori.

All’interno della roccia, sulla sponda occidentale di Luxor, i sarcofagi erano stati disposti con una meticolosità quasi domestica: uno spazio ristretto, sfruttato fino all’ultimo millimetro, legno decorato, coperchi distinti dalle casse, file sovrapposte come in un magazzino dove ogni azione era stata pianificata. La missione archeologica egiziana ha scoperto 22 sarcofagi di legno policromi, contenenti ancora mummie, e un insieme di otto papiri rari, alcuni dei quali conservano ancora il sigillo d’argilla originale. Questa scoperta proviene dall’area di Qurna, nella necropoli di Asasif, uno dei settori funerari più significativi della Tebe antica, l’attuale Luxor.

Le voci di Amon

Sui sarcofagi emerge un titolo più frequentemente di altri: cantore o cantatrice di Amon. Invece dei nomi propri, si trovano quindi funzioni, ruoli e appartenenze. Una traccia piccola, ma di grande rilevanza, poiché sposta l’attenzione dalle figure regali a coloro che operavano all’interno dell’organizzazione religiosa dei templi. Amon era una delle divinità principali dell’Egitto antico, venerato soprattutto a Karnak, il vasto complesso templare di Luxor. Cantare per il dio significava partecipare a riti, celebrazioni, cerimonie, momenti in cui musica, voce e gesto avevano un significato sacro e sociale.

La camera risale al Terzo Periodo Intermedio, tra la XXI e la XXV dinastia, approssimativamente tra il 1070 e il 664 avanti Cristo. Si tratta di un periodo meno immediato da narrare rispetto all’Egitto delle piramidi o a quello di Tutankhamon: il potere politico si frammenta, il clero tebano conserva un ruolo predominante, i templi continuano a fungere da centri religiosi, economici e amministrativi. In quel contesto, le cantatrici di Amon avevano una funzione riconosciuta. Il fatto che i loro titoli ricorrano così frequentemente su questi sarcofagi offre uno spaccato concreto sulla vita e sulla morte di donne legate al culto, figure rispettate e ancora poco documentate nei dettagli materiali.

Una stanza colma fino all’orlo

La camera funeraria era di forma rettangolare e scavata direttamente nella roccia. Gli archeologi la interpretano come un deposito funerario, probabilmente utilizzato per accogliere sarcofagi trasferiti da sepolture precedenti. La disposizione suggerisce con forza questa interpretazione: dieci file orizzontali, più livelli, coperchi distinti dalle casse per aumentare la capacità. Qui il mistero ha meno a che fare con l’oro e molto di più con la logistica antica, con la necessità di proteggere, concentrare e conservare corpi e oggetti in un periodo storico complesso.

Accanto ai sarcofagi sono stati rinvenuti anche vasi in ceramica, ritenuti associati ai materiali utilizzati durante la mummificazione. Questo è un dettaglio significativo poiché sposta la scoperta dal semplice effetto scenico alla possibilità di ricostruire gesti, sostanze e procedure. Oli, resine, natron, tessuti, residui organici: ogni traccia, se preservata, può aggiungere un elemento al modo in cui venivano trattati i corpi e preparato il passaggio nell’aldilà. In archeologia, a volte, una crosta su un vaso comunica più di una statua perfetta.

Quei papiri ancora sigillati

Gli otto papiri rappresentano forse la parte più fragile della scoperta. Erano collocati all’interno di un grande vaso di terracotta e alcuni conservano ancora il loro sigillo d’argilla. Prima di essere analizzati, dovranno essere restaurati, tradotti e studiati senza danneggiarli. All’interno potrebbero trovarsi testi religiosi, documenti amministrativi, formule funerarie, registrazioni legate al tempio o alla gestione della sepoltura. Al momento, è importante anche la loro condizione: il sigillo rimasto al suo posto indica una conservazione rara, una sorta di busta chiusa giunta da quasi tremila anni fa.

Il lavoro più urgente, nel frattempo, riguarda i sarcofagi. Il legno è fragile, le fibre sono compromesse, gli strati di gesso dipinto si sollevano, i pigmenti rischiano di perdere aderenza. I restauratori sono intervenuti con operazioni di consolidamento, pulitura meccanica e documentazione fotografica e architettonica prima del trasferimento nei depositi. La bellezza, in questo caso, viene dopo la stabilità. Prima si preserva ciò che il tempo ha lasciato in piedi.

Rimane da chiarire da quali tombe provenissero questi sarcofagi. La missione sta continuando gli scavi proprio per ricostruire il percorso degli oggetti, dei corpi e delle persone a cui appartenevano. La questione riguarda il loro primo luogo di sepoltura, il motivo dello spostamento e la rete religiosa che li univa. Luxor continua a funzionare in questo modo: ogni nuova stanza sembra chiusa, poi apre un corridoio di domande più ampio della camera stessa. E stavolta, all’interno di quella camera, c’erano voci scritte sul legno.

BlurryBay

fonte: Ministero del Turismo e delle Antichità

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