Acquistiamo un numero maggiore di capi d’abbigliamento, ma con una spesa ridotta: il paradosso ecologico del “Fast Fashion” nel nostro paese.

Aprendo l’armadio, spesso ci si imbatte in un numero di oggetti superiore a quanto si ricordasse: t-shirt acquistate impulsivamente, pantaloni comprati perché “erano economici”, scarpe dimenticate in fondo, abiti indossati solo un paio di volte e poi nascosti dietro altri indumenti. Sullo scontrino, questi sembrano acquisti insignificanti. Nel bilancio familiare, infatti, la spesa per l’abbigliamento incide molto meno rispetto al passato. Tuttavia, proprio in questo contesto, tra un indumento a basso costo e uno scartato in fretta, emerge il paradosso del fast fashion in italia: spendiamo una percentuale inferiore per vestirci, ma questo rappresenta solo una parte della realtà.

I dati istat sui consumi delle famiglie evidenziano un cambiamento significativo. Nel 1980, l’abbigliamento e le calzature rappresentavano il 10,4% della spesa familiare. Nel 2024, tale percentuale è scesa al 3,7%. Nello stesso arco temporale, è aumentato il peso delle spese per abitazione, acqua, elettricità, gas e altri combustibili: dal 15,9% del 1980 al 35,7% del 2024. La casa ha occupato una porzione sempre più ampia del bilancio, mentre i vestiti sono stati relegati a un ruolo marginale.

Il vestito pesa meno

Per comprendere quanto sia cambiato il panorama, è necessario fare un passo indietro. Nel 1953, secondo la prima indagine sui bilanci familiari, il 52,4% della spesa era destinato a cibo, bevande e tabacchi, e quasi l’80% serviva a soddisfare bisogni fondamentali: nutrirsi, vestirsi, abitare. Vestirsi, in quel contesto, significava principalmente avere l’indispensabile. Pochi indumenti, utilizzati a lungo, spesso riparati, passati da una persona all’altra, conservati perché gettare via qualcosa che era ancora in buone condizioni sembrava quasi un affronto al lavoro necessario per acquistarlo.

Successivamente, l’Italia ha subito una trasformazione. Il reddito è aumentato, i consumi privati pro capite sono cresciuti, il Paese ha vissuto il boom economico, la diffusione dei beni durevoli, il credito al consumo e la terziarizzazione delle spese. Negli ultimi trent’anni, i servizi hanno assunto un ruolo predominante e oggi rappresentano circa la metà del bilancio mensile, una percentuale simile a quella che settant’anni fa era destinata a generi alimentari e bevande, tabacchi inclusi. In questo enorme spostamento, il vestire ha perso peso percentuale, smettendo di essere una delle voci più evidenti della spesa familiare.

Tuttavia, questa diminuzione deve essere interpretata con attenzione. Il dato misura la quota di spesa, escludendo il numero di capi acquistati, la loro qualità, la loro durata e il ritmo con cui entrano ed escono dagli armadi. È proprio qui che si inserisce la moda a basso costo. Se una maglietta costa meno di una cena al ristorante, se un vestito arriva a casa con due clic e un prezzo che sembra quasi temporaneo, il confine tra necessità, desiderio e impulso diventa molto più sottile. L’indumento perde peso economico e anche peso mentale. Si acquista più facilmente, si valuta meno, si ripara raramente e si accantona prima.

Il prezzo basso cambia tutto

Il fast fashion prospera in questa apparente leggerezza. Trasforma l’idea del vestito come oggetto durevole in un prodotto di rotazione continua. Collezioni rapide, offerte lampo, taglie che scompaiono, carrelli pieni con la sensazione di aver fatto un affare. Il costo contenuto funziona perché abbassa la soglia del dubbio. Davanti a un cappotto costoso ci si riflette, si prova, si confronta, magari si rimanda. Davanti a un top a pochi euro, spesso si cede. Anche se somiglia a qualcosa già acquistato. Anche se avrà una vita breve. Anche se finirà presto nella pila delle cose “da tenere in casa”, quella sala d’attesa dei vestiti destinati a scomparire.

Il paradosso ambientale scaturisce da questa differenza. Una spesa più bassa può coesistere con armadi più pieni, poiché il prezzo unitario diminuisce e l’acquisto si frammenta. L’Istat descrive una famiglia italiana che ha riorientato il proprio bilancio verso casa, utenze, servizi, trasporti, salute e comunicazioni. All’interno di questo bilancio più ristretto, l’indumento economico diventa una soluzione semplice: costa poco, offre gratificazione immediata, sembra pesare pochissimo. Poi rimane il dopo. Rimangono i capi sintetici che si consumano rapidamente, quelli che perdono forma dopo pochi lavaggi, quelli acquistati per una stagione, una foto, una serata, una promessa di identità durata meno del pacco in cui sono arrivati.

L’impatto sull’ambiente, qui, si percepisce senza necessità di trasformare ogni riga in un bollettino. Maggiore è la percezione di un capo come sacrificabile, più diventa normale trattarlo come materiale di passaggio. La durata esce dal discorso. Il rammendo appare come una stranezza da nonna, la sartoria un lusso, l’usato una scelta ancora troppo spesso associata a pregiudizi, mentre l’acquisto nuovo a basso prezzo rimane sempre lì, sempre pronto, sempre disponibile. Il problema del fast fashion in Italia risiede anche in questa educazione silenziosa allo scarto: se un oggetto ha poco valore sullo scontrino, tendiamo a considerarlo di poco valore anche nella vita quotidiana.

Armadi pieni, valore sottile

Nel confronto europeo relativo al 2020, l’Italia concentrava oltre due terzi della spesa familiare su abitazione, alimentari e trasporti. In francia e germania, quelle stesse voci raggiungevano il 56%, lasciando più spazio, tra le altre cose, anche a ricreazione, cultura, ristorazione, mobili, articoli per la casa, abbigliamento e calzature. È un dettaglio significativo, poiché mostra quanto il bilancio italiano sia ristretto attorno alle spese fondamentali. Quando la casa, il cibo e i trasporti assorbono così tanto, tutto il resto viene ridotto, limato, cercato al prezzo più basso possibile.

Il Mezzogiorno rende questa pressione ancora più evidente: attualmente, le famiglie del Sud spendono in termini monetari il 20% in meno rispetto alla media nazionale e destinano oltre un quarto della loro spesa a alimentari, bevande e tabacchi, contro circa il 19% del Centro-Nord. In un contesto simile, discutere di acquisti sostenibili senza considerare i redditi sarebbe comodo e anche piuttosto ingiusto. La moda durevole spesso ha un costo iniziale più elevato. Il punto pratico diventa un altro: acquistare meno oggetti superflui, scegliere meglio quando possibile, prolungare la vita dei capi già presenti, rimettere in circolo ciò che rimane inutilizzato.

La sostenibilità, nell’armadio, inizia con gesti meno decorativi di quanto si possa pensare. Controllare l’etichetta. Toccare il tessuto. Chiedersi quante volte quel capo verrà realmente indossato. Sistemare una cerniera. Accorciare un orlo. Comprare usato quando ha senso. Lasciare passare ventiquattro ore prima di confermare un carrello riempito per noia, ansia, sconto o algoritmo. La moda sostenibile, quella concreta, assomiglia poco alla posa perfetta davanti allo specchio. Somiglia di più a una maglietta di qualità che rimane tale anche dopo trenta lavaggi.

I dati Istat sulla spesa per abbigliamento e calzature evidenziano una riduzione significativa: dal 10,4% al 3,7% in poco più di quarant’anni. In questa diminuzione si riflette un Paese che ha modificato le proprie priorità, bollette, abitazioni, consumi, desideri. C’è anche un’industria che ha imparato a vendere vestiti come se fossero snack: accessibili, rapidi, sostituibili. Il prezzo contenuto fa meno rumore di una bolletta, certo. Tuttavia riempie sacchi, cassetti, scatole, cassonetti. E l’armadio, quando lo apri, parla. Anche se lo tieni in disordine.

fonte: ISTAT

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