Red Africa: Questione coloniale e politiche rivoluzionarie

Red Africa: Questione coloniale e politiche rivoluzionarie 2

In Red Africa – Questione coloniale e politiche rivoluzionarie, opera prima dello scrittore e ricercatore Kevin Ochieng Okoth ed edita in italiano per Meltemi Editore (traduzione di Carlo Formenti), l’obiettivo dell’autore è contribuire a risolvere una impasse nelle politiche anti-imperialiste: la separazione fra decolonizzazione, o radicalismo nero, e marxismo, che impedisce di cogliere tutto il potenziale della liberazione nazionale marxista in Africa.

Red Africa: marxismo e politiche rivoluzionarie da Bandung al neocolonialismo

Il termine “Red Africa” è utilizzato per indicare una tradizione anticoloniale rivoluzionaria distinta dalle politiche riformiste del socialismo africano. Partendo dall’utopia mossa da Marx e sostenendo la discussione di una tradizione politica e intellettuale volta a dimostrare l’infondatezza sull’incompatibilità tra marxismo e radicalismo nero, Kevin Ochieng Okoth elabora un quadro storico, scientifico e soprattutto etico che trova le sue radici nell’aprile del 1955, quando a Bandung (Isola di Giava, Indonesia) si riunirono delegazioni provenienti da ventinove paesi asiatici e africani, dando vita alla prima Conferenza Afro-Asiatica della storia.

Costellata da una moltitudine di contributi scientifici volti a supportare la fattibilità di quella che è sempre stata considerata un’utopia con una “connotazione di ingenuità e impossibilità“, l’opera fornisce un punto di vista critico e funzionale sullo spirito di Bandung e come era stato pensato il processo di decolonizzazione, in contrapposizione su ciò che realmente è stato attuato, tra nuovi privilegi e nuove disuguaglianze. In particolare, viene posta l’attenzione sulle dinamiche che hanno portato alla dispersione del potenziale marxista nella lotta contro la colonizzazione dell’Africa, con l’accusa di essere una scuola di pensiero eurocentrica.

Partendo dallo spirito innovativo che ha caratterizzato la Conferenza di Bandung e dagli Studi Decoloniali guidati dal linguista argentino Walter Mignolo, che “propongono nuovi modi di ‘pensare, sentire, credere, fare e vivere“, è tangibile la volontà dell’autore di sottolineare il distacco dalla produzione della modernità da parte del sapere eurocentrico. In questa sua prima opera, Kevin Ochieng Okoth porta alla luce le caratteristiche innovatrici delle teorie dei rivoluzionari africani nel ventesimo secolo, ricostruendo in modo provocatorio e anche un po’ polemico il percorso storico che ha consentito all’imperialismo occidentale di contenere la diffusione del marxismo rivoluzionario in Africa.

L’analisi sul tramonto dello spirito di Bandung, che mirava a costruire un fronte unito dei popoli africani, asiatici e latinoamericani per l’emancipazione dall’oppressione e dallo sfruttamento capitalistici, porta Okoth ad analizzare in profondità le illusioni della decolonizzazione e i problemi provocati dal dominio postcoloniale, soffermando l’attenzione sul contributo di tutte le minoranze, in particolare su quello delle nere, Andrée Blouin in primis, alla lotta rivoluzionaria, tracciando un bilancio su quel che resta oggi di questa cultura e sulla fattibilità di un suo possibile rilancio per la promozione di un reale rispetto dell’Altro culturale e linguistico.

Schiavitù, capitalismo razziale e resistenza femminile

Le potenzialità e i limiti della teoria marxista caratterizzano l’intera opera, partendo dalla discriminante non basata sul salario, ma sul colore della pelle e mostra anche la capacità di Kevin Ochieng Okoth di trarre il lato più innovativo e rivoluzionario della scuola di pensiero, supportando la sua tesi attraverso la discussione di una tradizione politica e intellettuale che si è soffermata sull’infondatezza della presunta incompatibilità tra marxismo e decolonizzazione dell’Africa e del Terzo , ma senza mai perdere di vista il valore fondante per il quale finché anche un solo popolo continuerà ad essere oppresso, tutti i popoli saranno oppressi.

La critica al marxismo di essere troppo eurocentrico si è rivelata essere un ostacolo allo sviluppo di un equo processo di decolonizzazione e l’autore ricostruisce come in realtà Marx abbia sempre sostenuto che la reale possibilità di una rivoluzione proletaria unificata si basa sull’abolizione della schiavitù.

Esiste una tradizione di pensiero marxista che riconosce quanto siano stati centrali sia il commercio transatlantico degli schiavi che il per lo sviluppo del capitalismo. Ravvedendo l’intellighenzia nera sugli errori della critica eurocentrica a Marx, in Red Africa l’autore analizza il fenomeno della schiavitù nelle piantagioni come prima forma coloniale di sfruttamento mai impiantata e, dal Guyana alle Indie occidentali britanniche, le storie di resistenza che Okoth riporta riconducono all’influenza della teoria rivoluzionaria marxista e su quanto sia intrisa di pura .

Le donne hanno ricoperto un ruolo fondamentale nella lotta alla decolonizzazione e l’autore si avvale del supporto di Stella Dadzie per far emergere il ruolo determinante delle donne nere nella lotta alla schiavitù:

La onnipresente minaccia di repressione non frenava i sogni e i risentimenti delle donne ‘turbolente’, le cui reazioni variavano da piccoli atti quotidiani di non collaborazione a più gravi atti di ribellione […]. Le schiave nere non resistevano solo scappando dalle piantagioni o rifiutandosi di svolgere il lavoro riproduttivo necessario a mandare avanti la piantagione, ma anche sfidando apertamente i propri padroni.

I nuovi orizzonti politici: decolonizzare la mente e lottare per l’autodeterminazione

Nell’ampio quadro storico proposto da Okoth, la contemporaneità lascia un’unica scelta: reinquadrare le politiche discusse in un “nuovo spazio problematico” poiché

Il sogno di liberazione nazionale coltivato dai marxisti anticoloniali può essere fallito, ma le utopie che avevano concepito non hanno esaurito il loro ruolo.

In questo contesto, partire dall’abbracciare o recuperare i linguaggi indigeni è un passo cruciale verso la decolonizzazione, in particolare per decolonizzare la mente, dato che emerge anche la critica agli intellettuali neri ormai colonizzati nel pensiero come conseguenza dell’istruzione moderna e occidentalizzata.

In Red Africa, la necessità di dare nuovo valore a questa politica “presunta datata” è evidenziata dall’analisi dei fallimenti, delle false narrazioni e degli squilibri emersi dopo le proclamazioni di indipendenza nel Novecento e che hanno impedito una vera e indipendente autodeterminazione dei paesi del Terzo Mondo, per cui è necessario trarre dalla teoria quegli elementi funzionali all’emancipazione di cui sono pionieri Marx, Engels e Gramsci, per ricordarsi delle vie alternative che “sono state dimenticate, ma che rimangono più che mai radicali e trasformative“.

Aurora Colantonio