La fine degli imperi colonialisti
La fine dell’Ottocento è stata teatro di un periodo all’insegna della trasformazione geopolitica, culturale e sociale che ha segnato il crollo dei grandi imperi coloniali europei. Questa analisi dettagliata ci viene fornita dal libro “Anarchismo e immaginario anticoloniale. Sotto tre bandiere” di Benedict Anderson, pubblicato da Eleuthera.
Un periodo contraddistinto dall’emergere di movimenti anticoloniali che hanno messo in discussione le fondamenta stesse del sistema imperiale che aveva dominato il mondo per secoli. Un’era ormai tramontata grazie a una serie di fattori che si sono influenzati a vicenda: l’accelerazione delle comunicazioni globali, l’insoddisfazione nelle colonie e l’influenza di ideologie radicali come l’anarchismo.
La pratica del colonialismo potrebbe essere definita come una vera e propria espansione politico-economica di uno Stato su altri territori, non sempre vicini, al fine di creare delle colonie che verranno sfruttate successivamente. Quando si parla di colonialismo, bisogna anche distinguere il concetto di “colonizzati” e di “colonizzatori”.
Tendiamo spesso a concentrarci prevalentemente sul concetto di colonizzatori piuttosto che su quello di colonizzati. I colonizzatori, come ci insegnano i libri scolastici, godono di pieni diritti civili e politici, mentre i colonizzati, ossia gli abitanti delle colonie, non sono altro che sudditi, soggetti a un regime discriminatorio.
Benedict Anderson
Benedict Anderson (1936-2015) è stato uno storico e un sociologo irlandese, noto in particolare per i suoi studi sul nazionalismo e l’Indonesia e per il concetto di comunità immaginate. Il suo obiettivo era quello di spiazzare i lettori e gli accademici, mentre il suo principale terreno di indagine e di impegno politico sarà l’Asia sud-orientale.
Anderson definiva l’idea di nazionalismo come uno stile di immaginazione di una comunità fin troppo estesa a tal punto da non poter essere vissuta, piuttosto immaginata. L’autore mette nero su bianco tutte le sue conoscenze, personali ma anche letterarie, utilizzando una scrittura erudita e dettagliata, dove nulla viene lasciato al caso.
Come è stato già accennato precedentemente, questo libro si concentra sui colonizzati, analizzando anche gli scambi tra i movimenti anticoloniali e gli ambienti politici radicali europei. Anche il concetto di prima globalizzazione rivestirà una funzione importante, essendo dominata dalle infrastrutture di collegamento come il telegrafo, i giornali e molte altre.
Le rivoluzioni anticoloniali e il ruolo dei colonizzati
Uno degli studiosi che ha più dettagliatamente analizzato questi processi è Benedict Anderson, il quale, attraverso una lente critica, ha ricostruito il pathos delle rivoluzioni antimperialiste che hanno avuto luogo in diverse parti del mondo, da Cuba alle Filippine. Anderson ha scelto di concentrarsi sulle esperienze dei protagonisti di queste lotte, ricordando come la prigione, sia essa fisica o simbolica, abbia avuto un ruolo fondamentale nel processo di radicalizzazione di molte delle figure chiave di queste rivolte. Un aspetto fondamentale che emerge dal suo lavoro è la connessione tra i protagonisti delle rivolte e gli anarchici europei, una relazione che si è spesso forgiata nelle carceri degli imperi occidentali.
Le carceri, infatti, sono state luoghi di incontro di pensieri e ideologie, non solo di prigionieri politici ma anche di dissidenti europei, molti dei quali erano membri di movimenti anarchici. Questa rete di prigionieri ha contribuito alla diffusione delle idee radicali e alla nascita di un’alleanza internazionale tra le lotte di liberazione nelle colonie e gli attivisti anarchici in europa. L’incontro tra i prigionieri coloniali e gli anarchici europei ha avuto un effetto “esplosivo”, un vero e proprio sodalizio, quindi, un interscambio che ha rafforzato le idee di autodeterminazione e di resistenza contro le potenze imperiali.
Anarchismo e Marxismo
Se inizialmente abbiamo definito il termine di colonialismo, è giusto parlare anche del concetto di anarchismo. Secondo la teoria più elementare, l’anarchismo prevede l’abolizione di ogni governo sull’individuo, quindi, parallelamente anche l’abolizione dello Stato. Con il collasso della Prima Internazionale e la morte di Marx nel 1883, l’anarchismo iniziò a rappresentare l’elemento principale e dominante nel panorama della sinistra radicale internazionalista.
Sia l’anarchismo che il marxismo furono due movimenti che emersero nella seconda metà del XIX secolo e all’inizio del XX secolo. Entrambi i movimenti criticano il capitalismo e il sistema di sfruttamento economico che sta alla base. Inoltre, promuovono un’idea di emancipazione dei lavoratori e la creazione di una società giusta ed egualitaria. Ciononostante, sono presenti delle differenze a partire dalle loro radici storiche ed economiche.
Se il marxismo affonda le sue radici nel pensiero di Karl Marx e Friedrich Engels, l’anarchismo affonda le sue radici nel pensiero di Pierre-Joseph Proudhon e Mikhail Bakunin. Proudhon fu in realtà il primo a usare il termine “anarchia” e sostenne l’abolizione dello Stato e della proprietà privata. Quindi, mentre il marxismo si batte per la creazione di uno Stato socialista e per la lotta del potere statale, l’anarchismo difende l’abolizione totale dello Stato e promuove l’idea di una società autogestita.
L’influenza di Alfred Nobel e la dinamite
Il contesto di questa “tempesta perfetta” è reso ancora più interessante dal ruolo ambiguo e paradossale di Alfred Nobel, il cui lascito, attraverso l’istituzione del premio che porta il suo nome, ha indirettamente facilitato la diffusione delle idee rivoluzionarie. Nonostante la sua fama legata alla pace, Nobel, con la sua invenzione della dinamite, ha dato una spinta significativa al potere distruttivo delle guerre e delle rivoluzioni. In questo senso, l’uso della dinamite in diverse insurrezioni contro gli imperi coloniali può essere visto come una manifestazione tangibile dell’incontro di forze opposte che hanno contribuito alla caduta di quei medesimi imperi.
La dinamite, in particolare, divenne simbolo di una violenza politica diretta e letale, utilizzata per scardinare i fondamenti stessi degli imperi coloniali. L’uso di questa tecnologia in diverse rivolte ha dimostrato come la modernizzazione militare e tecnologica abbia avuto un impatto cruciale sulle lotte di liberazione dei popoli colonizzati.
L’accelerazione delle infrastrutture globali e la circolazione delle idee
La prima globalizzazione ha svolto un ruolo importante per quanto riguarda il flusso di informazioni rapide, sia via mare che attraverso i nuovi mezzi di comunicazione. Le idee rivoluzionarie, come quelle esposte dagli anarchici e dagli indipendentisti, hanno cominciato a circolare a una velocità mai vista prima, raggiungendo anche i luoghi più remoti sotto il dominio coloniale. Grazie a questa frenesia e velocità, sono stati superati i confini tra colonizzatori e colonizzati. Le idee di autodeterminazione e di lotta contro l’oppressione coloniale non facevano più parte di un singolo paese, piuttosto iniziavano a espandersi e a essere condivise, permettendo la divulgazione di un’idea di malessere che accomunava tutti i colonizzati. Si stava diffondendo quel senso di unione e di “fratellanza”, come per dire “non sei solo, capita anche a me”, molto simile al detto di oggigiorno, ossia “l’unione fa la forza”.
La caduta degli imperi coloniali è stata un processo complesso che ha visto l’interazione di molteplici fattori, tra cui l’evoluzione delle infrastrutture di comunicazione, l’influenza degli anarchici e di altre ideologie radicali, e la crescente consapevolezza dei popoli colonizzati della propria condizione di oppressione. La storia delle rivoluzioni antimperialiste, come quella cubana e filippina, ha visto l’incrocio di destini e ideologie diverse, ma tutte legate da un obiettivo comune: la fine dell’egemonia imperiale e l’affermazione del diritto all’autodeterminazione. Per non dimenticare, il principio di autodeterminazione permette ai popoli di poter scegliere liberamente il proprio sistema di governo, quindi, di essere totalmente liberi da ogni forma di oppressione e, soprattutto, dal dominio coloniale.
Non è assolutamente banale e nemmeno ripetitivo ricordare che lo scambio di idee ha avuto un’importanza da non sottovalutare. Queste idee, e la loro condivisione, hanno messo in discussione e destabilizzato le diverse strutture di potere coloniale e la legittimità degli imperi coloniali. Quindi, uno strumento che ha rafforzato l’idea di indipendenza e di lotta.