Una decisione che susciterà dibattiti in tutto il settore della musica dal vivo. Una giuria di New York City ha stabilito che Live Nation Entertainment e la sua controllata Ticketmaster avrebbero mantenuto un monopolio anti-concorrenziale nel mercato dei grandi concerti e degli eventi dal vivo.
Secondo l’accusa, supportata da numerosi Stati americani, il gigante della biglietteria avrebbe approfittato della propria posizione predominante per ostacolare la concorrenza, arrecando danno a consumatori, fan e organizzatori.
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Live Nation ha già annunciato l’intenzione di intraprendere azioni legali, affermando che presenterà ricorso e che il verdetto “non rappresenta l’ultima parola”. Ma quali sono i rischi? Si parla di sanzioni che potrebbero ammontare a centinaia di milioni di dollari, ma soprattutto di possibili rimborsi ai consumatori e di nuove normative nel settore del ticketing.
Secondo la giuria, in 22 Stati americani alcune pratiche avrebbero comportato un costo medio aggiuntivo di 1,72 dollari per biglietto. Tuttavia, al di là della situazione americana, questa vicenda solleva una questione che interessa milioni di persone anche in europa e in italia: perché il costo di un concerto è diventato così elevato?
Perché i concerti costano così tanto?
È un dato di fatto: negli ultimi anni, l’acquisto di un biglietto per assistere a un grande artista è diventato sempre più costoso (oltre che complicato a causa della disponibilità spesso limitata). Situazioni che non si avvicinano nemmeno lontanamente alla fruizione di un concerto come evento culturale facilmente accessibile, specialmente per i giovani privi di reddito.
Biglietti da 70, 90, 120 euro sono ormai la norma. Per artisti di fama internazionale o posti di alta qualità, si superano facilmente i 200 euro. Aggiungendo i costi di prevendita, commissioni, viaggio, parcheggio e cibo, una serata dal vivo può diventare un onere significativo. Ma quali sono le cause?
Innanzitutto, anche in Europa il mercato dei concerti è altamente concentrato. Pochi grandi gruppi controllano la promozione degli eventi e la distribuzione dei biglietti, le location, le sponsorizzazioni e i tour internazionali. È evidente, quindi, che quando la filiera si concentra, la concorrenza diminuisce e i prezzi tendono a salire. Inoltre, al prezzo base del biglietto si aggiungono: commissioni di servizio, prevendita, costi di gestione e eventuali assicurazioni facoltative.
In aggiunta, organizzare grandi spettacoli oggi comporta spese elevate, tra trasporti e carburante, personale tecnico e scenografie (non certo semplici) e sicurezza. Dopo la pandemia e l’inflazione globale, questi costi sono aumentati in modo significativo.
Come se non bastasse, sono sempre più diffusi i sistemi che variano i prezzi in base alla domanda:
- early access
- pacchetti VIP
- posti premium
- prezzi variabili in base alla domanda
Il rischio è quello di trasformare la musica dal vivo in un’esperienza riservata a chi può permettersi di spendere di più. Tuttavia, il punto è che i concerti non sono semplici beni di lusso, ma momenti collettivi preziosi, socialità e cultura condivisa. Per questo motivo, quando i prezzi diventano proibitivi, una parte del pubblico viene esclusa. Il risultato è un intrattenimento sempre meno accessibile, dove i giovani e le famiglie si trovano costretti a rinunciare.
La sentenza americana invia un messaggio chiaro: il mercato della musica dal vivo non può essere dominato da pochi colossi e anche in Italia sarebbero necessari prezzi trasparenti fin dall’inizio, limiti alle commissioni poco chiare, maggiore concorrenza tra le piattaforme, contrasto al secondary ticketing speculativo e, soprattutto, un sostegno alla musica dal vivo indipendente.
Quando il costo di un concerto diventa eccessivo, perdiamo l’accesso alla cultura, alla condivisione e a uno spazio pubblico sempre più raro. Chi può ancora permetterselo?
fonte: Forbes