Migliaia di frammenti, una rinascita: i mosaici terapeutici di Londra a supporto di chi ha affrontato un trauma.

Nella parte orientale di Londra ci sono luoghi in cui è consigliabile procedere con calma. Un muro, una panchina, un tratto di pavimentazione, una colonna di mattoni: a un primo sguardo sembrano semplici elementi del quartiere, quelli che attraversi mentre pensi alla spesa, all’autobus, al messaggio non ancora ricevuto. Poi ti avvicini e iniziano a emergere cani, foglie, fiori, nomi, animali, telefoni cellulari, dettagli di parchi, piccole scene di vita quotidiana. Sono mosaici terapeutici, opere pubbliche create da mani diverse, molte delle quali hanno vissuto esperienze di depressione, disturbo post-traumatico da stress, dipendenze, e difficoltà mentali. Mani che hanno raccolto frammenti rotti e li hanno riordinati, una tessera alla volta.

Alla base di questo progetto c’è l’Hackney Mosaic Project, fondato da Tessa Hunkin, architetta divenuta artista, oggi settantaduenne. Tutto ha avuto inizio da un incontro casuale con un gruppo di supporto per la salute mentale a Westminster. Da quel momento è emersa un’intuizione semplice e molto concreta: realizzare un mosaico richiede lentezza, ripetizione e attenzione ai dettagli. È necessario selezionare i pezzi, tagliare le piastrelle, sistemare vetro e ceramica, premere ogni tessera nella , mantenere un gesto preciso abbastanza a lungo da silenziare, almeno temporaneamente, il frastuono nella mente.

Da quindici anni quel gesto ha trasformato angoli di Londra. Il progetto ha portato mosaici nei parchi, nei vicoli, davanti ai centri sanitari, lungo i canali, sui muri e sulle panchine. Ha coinvolto persone con storie molto diverse: che correvano intorno ai tavoli, residenti del quartiere, pazienti, individui in recupero da dipendenze, e altri che affrontano significativi problemi di salute mentale. Tutti riuniti nello stesso spazio, con lo stesso materiale a disposizione e un compito quasi elementare: scegliere un frammento, trovare il punto giusto, aggiungerlo agli altri.

Una pausa dalla mente

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BlurryBay

Chi lavora con traumi, ansia o stress cronico è ben consapevole del peso dei pensieri circolari. La mente tende a tornare sempre nello stesso punto, con la stessa insistenza di una radio mal sintonizzata. Nei laboratori di mosaico accade qualcosa di diverso. L’attenzione viene attratta da un’azione concreta, quasi domestica nella sua ripetizione. Ricorda il ricamo, il lavoro a maglia, e altre attività manuali capaci di creare un ritmo costante. Il corpo rimane impegnato, gli occhi seguono forme e colori, la mano seleziona, misura, corregge.

Tessa Hunkin ha descritto questo effetto con un’immagine molto chiara: per chi partecipa, il mosaico può trasformarsi in una sorta di pausa dalla propria mente. Una pausa piccola, certo, senza valigie e cartoline, fatta di colla, piastrelle e dita sporche. Eppure funziona proprio perché genera qualcosa di tangibile. Il tempo trascorso lì davanti rimane impresso in un muro, su una seduta, in una pavimentazione. È evidente dove sia andato. Per molte persone vulnerabili, questo aspetto ha un grande valore: il gesto quotidiano smette di svanire e diventa una traccia.

La prima opera significativa è stata realizzata in un angolo nascosto di Shepherdess Walk, a Hoxton, una zona di Londra Est vicina alla City Road. Hackney è uno dei borough londinesi con il maggior numero di parchi, e proprio la presenza di verde urbano ha fornito ispirazione visiva a molti lavori. Le ampie superfici di Shepherdess Walk richiamano la struttura dei mosaici romani: pareti e pavimentazioni adornate da composizioni vaste, ricche di dettagli. Ci sono flora e fauna locali in diverse stagioni, scene contemporanee, figure con lo smartphone, riferimenti ai parchi del quartiere. Su una colonna, persino i nomi degli artisti e dei volontari sono diventati parte dell’opera, disegnati per adattarsi ai mattoni.

Questa è forse la parte più affascinante: il mosaico, per sua natura, accetta la frattura. Esiste grazie a pezzi separati, irregolari, spezzati. Nessuna tessera è sufficiente da sola, nessuna deve fingere di essere intera. Il significato emerge quando viene collocata accanto alle altre. Per chi affronta una depressione, un trauma, una dipendenza, l’immagine potrebbe sembrare fin troppo ovvia. Tuttavia, davanti a quei muri funziona, perché il simbolo rimane legato alla materia. Non predica. È semplicemente presente.

Panchine, cani e volpi

Uno degli interventi più recenti è iniziato nel 2023, dopo la fase più critica della pandemia, con l’intento di supportare anche operatori sanitari e personale del River Place Health Centre nel fronteggiare burnout e stanchezza accumulata. Il centro si trova a Islington, non lontano da Essex Road, in un’area urbana caratterizzata da vita quotidiana, ambulatori, pazienti, traffico e famiglie. Qui è stato creato un grande murale con il nome della struttura, circondato da piante e animali: anatre, gatti, una volpe. Dettagli semplici, quasi da passeggiata di quartiere, riportati su una parete sanitaria dopo anni in cui ospedali, ambulatori e centri medici sono stati luoghi di continua pressione.

In una seconda fase, anche le panchine esterne in cemento sono state trasformate. Erano oggetti grigi, funzionali e poco accoglienti. Attraverso laboratori settimanali aperti anche ai pazienti del centro, sono diventate sedute colorate, decorate con motivi floreali. Più di cento persone del posto hanno partecipato al lavoro, comprese persone in percorso di recupero legato alla salute mentale. L’opera è stata inaugurata un anno fa e oggi accoglie chi entra, chi aspetta, chi si ferma qualche minuto all’esterno. Una panchina rimane una panchina. Con il lavoro di cento mani, però, cambia la sua postura.

A Hackney Downs Park, invece, il progetto ha assunto una dimensione più affettuosa e tipicamente londinese: i cani del quartiere. “The Hounds of Hackney Downs” è una grande composizione murale con cinquanta ritratti di cani locali, tutti diversi, tutti riconoscibili nella loro buffa serietà da animali di compagnia. Accanto si trovano mosaici dedicati ai fiori selvatici del parco. Nello stesso spazio sono presenti anche panchine circolari progettate da Hunkin e rivestite a mano dai volontari, con superfici vivaci che trasformano cemento e mattoni in un punto di incontro.

Il lavoro continua anche in altre aree. A Canalside Square, lungo Arlington Avenue, un grande mosaico circolare con animali è stato inserito nella pavimentazione, vicino alle panchine e all’area giochi accanto al canale. A Hoxton, piccoli marcatori circolari sono apparsi tra i ciottoli dei marciapiedi, davanti alla Shoreditch Library e a Hoxton Hall, storico teatro e centro culturale del quartiere. Si tratta di interventi meno appariscenti, quasi segni da scoprire abbassando lo sguardo. E forse proprio per questo raccontano bene l’idea del progetto: la cura può risiedere anche in un piccolo gesto, purché qualcuno l’abbia realizzato con attenzione.

I laboratori, di norma, si svolgono il mercoledì e il venerdì dalle 14 alle 17, con alcuni sabati pomeriggio alternati. Quest’anno l’organizzazione sta affrontando una fase più incerta, poiché lo spazio utilizzato nel Pavilion di Hackney Downs potrebbe essere destinato a diventare un caffè. Anche questo, a suo modo, riflette la fragilità dei progetti comunitari: per rimanere attivi hanno bisogno di luoghi, orari, tavoli, sedie, depositi, chiavi e permessi. La bellezza pubblica ha sempre una componente amministrativa, molto meno poetica delle tessere colorate.

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Sul sito dell’Hackney Mosaic Project è disponibile una mappa delle installazioni, utile per chi desidera cercarle una per una. Ma l’aspetto più significativo rimane un altro: questi mosaici sono opere pubbliche e, al contempo, documenti di passaggio. Raccontano un’idea di che esce dal museo, si sporca le mani, entra nei quartieri, lavora con persone che spesso vengono descritte solo attraverso diagnosi, fragilità, cartelle cliniche e cadute. Qui lasciano un cane su un muro, un fiore su una panchina, il proprio nome dentro una colonna.

 

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