La Marcia di Gondar: l’ultima azione coloniale italiana

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La cosiddetta Marcia di Gondar rappresenta uno dei momenti finali e più drammatici della presenza militare italiana nell’Africa Orientale durante la Seconda guerra mondiale. Inserita nel contesto della caduta dell’Africa Orientale Italiana nel 1941, questa operazione fu connessa alla difesa dell’ultimo grande bastione italiano nella regione: la città di Gondar. L’episodio segnò la conclusione della campagna dell’Africa Orientale e simboleggiò l’ultima resistenza organizzata delle forze italiane nella zona.

La marcia, più che una battaglia isolata, fu un’operazione militare e logistica complessa attuata da truppe italiane e coloniali che tentavano di mantenere i collegamenti e rafforzare la difesa della roccaforte settentrionale dell’impero africano italiano. Attraversando terreni montuosi, spesso isolati e minacciati da forze nemiche superiori, le truppe italiane cercarono di opporsi all’avanzata britannica e delle forze etiopi leali all’imperatore.

La guerra in Africa Orientale

Per afferrare il significato della Marcia di Gondar è essenziale tornare al contesto della nell’Africa Orientale. Nel 1936, dopo la conclusione della Seconda guerra italo-etiope, l’ fascista proclamò la creazione dell’Africa Orientale Italiana (AOI), aggregando i territori di Eritrea, Somalia italiana ed Etiopia sotto un’unica amministrazione coloniale.

La capitale dell’impero africano italiano fu fissata ad Addis Abeba e il territorio venne strutturato in governatorati. Tuttavia, l’autorità italiana rimase fragile. Le resistenze etiopi proseguirono negli anni successivi e la situazione strategica cambiò drasticamente con l’entrata dell’Italia nella Seconda guerra mondiale nel giugno 1940. A quel punto, l’Africa Orientale Italiana risultava isolata dal resto dell’impero coloniale italiano e dall’: il controllo britannico del Canale di Suez e delle rotte marittime rendeva impossibile l’arrivo di rinforzi significativi.

L’offensiva britannica e la caduta dell’impero

Nel 1941 le forze britanniche, supportate da truppe provenienti dall’India, dal Sudafrica e da unità etiopi leali all’imperatore Haile Selassie, avviarono una massiccia offensiva per riprendere l’Etiopia e annientare la presenza italiana. L’avanzata si sviluppò su più fronti: dal Sudan verso l’Eritrea, dal Kenya verso la Somalia italiana e dall’interno dell’Etiopia grazie alle forze della resistenza locale.

Dopo una serie di battaglie decisive, tra cui la battaglia di Battaglia di Cheren in Eritrea e la difesa finale di Amba Alagi, la situazione italiana divenne disperata. Nel maggio 1941, Amedeo di Savoia- si arrese agli inglesi, segnando la fine dell’organizzazione centrale della resistenza italiana. Tuttavia, alcune guarnigioni continuarono a combattere. Tra queste, la più significativa era quella di Gondar, nell’Etiopia settentrionale.

Gondar: ultimo bastione italiano

La città di Gondar possedeva una notevole importanza strategica. Situata in una zona montuosa e relativamente isolata, era protetta da una serie di posizioni fortificate che sfruttavano il terreno naturale. Dopo la caduta degli altri avamposti italiani, Gondar divenne il punto di raccolta delle truppe rimaste nell’area settentrionale dell’Etiopia. Il comando della difesa fu affidato al generale Guglielmo Nasi, un ufficiale esperto che cercò di organizzare una resistenza prolungata.

La guarnigione comprendeva circa 40.000 uomini tra soldati italiani, ascari eritrei e altre truppe coloniali. Nonostante il numero considerevole, la situazione era estremamente critica: c’era carenza di rifornimenti, munizioni e soprattutto supporto aereo. Per mantenere la difesa della regione era fondamentale garantire collegamenti tra le varie posizioni e concentrare le truppe nelle aree strategiche. In questo contesto si sviluppò l’operazione che sarebbe ricordata come la Marcia di Gondar.

La marcia: un’operazione militare e logistica

La Marcia di Gondar consistette nel trasferimento di unità italiane e coloniali attraverso terreni difficili per rafforzare la difesa del bastione settentrionale. Non si trattò di una semplice ritirata, ma di una manovra strategica intesa a concentrare le forze residue per prolungare la resistenza.

Le colonne italiane attraversarono altopiani e zone montuose spesso prive di infrastrutture adeguate. I soldati dovettero affrontare condizioni climatiche avverse, scarsità di viveri e continui attacchi da parte delle forze nemiche o di gruppi irregolari etiopi. La marcia richiese un notevole sforzo organizzativo. Il comando italiano dovette coordinare movimenti di truppe, trasporti di artiglieria e gestione dei rifornimenti in un territorio in cui le strade erano poche e spesso impraticabili.

Il ruolo delle truppe coloniali

Un aspetto cruciale della Marcia di Gondar fu il contributo delle truppe coloniali, in particolare gli ascari eritrei. Questi soldati, arruolati nelle colonie italiane, costituivano una parte significativa delle forze disponibili.

Gli ascari avevano già dimostrato la loro efficacia militare in numerose campagne coloniali italiane e anche durante la guerra in Africa Orientale continuarono a combattere con disciplina e determinazione. Molti reparti parteciparono direttamente alla marcia verso Gondar e alla successiva difesa della regione. La loro conoscenza del territorio e la capacità di operare in condizioni difficili risultarono fondamentali per mantenere operativi i fronti difensivi.

Tuttavia, anche tra queste truppe iniziavano a manifestarsi difficoltà legate alla mancanza di rifornimenti e alla consapevolezza che la situazione strategica era ormai compromessa.

L’assedio e la caduta di Gondar

Dopo il completamento dei movimenti di truppe e la concentrazione delle forze italiane, Gondar divenne l’ teatro di operazioni dell’Africa Orientale Italiana. Le forze britanniche circondarono progressivamente la regione, preparandosi all’assalto finale. L’assedio durò diversi mesi e fu caratterizzato da scontri locali, bombardamenti e tentativi di penetrazione nelle linee difensive italiane. Le posizioni difensive, spesso situate su alture naturali, permisero agli italiani di sfruttare il terreno a proprio vantaggio. Tuttavia, la superiorità materiale e logistica degli alleati si rivelò alla fine determinante.

Nel novembre 1941, le forze britanniche avviarono l’offensiva finale contro le posizioni italiane attorno a Gondar. Dopo intensi combattimenti e la perdita di alcune posizioni strategiche, la situazione della guarnigione divenne insostenibile. Il 27 novembre 1941, il generale Nasi decise di arrendersi alle forze britanniche. Con la caduta di Gondar, si concluse definitivamente la presenza militare organizzata dell’Italia nell’Africa Orientale.

Questo evento segnò la fine dell’esperimento coloniale fascista nella regione e rappresentò una delle prime grandi sconfitte dell’Italia durante la Seconda guerra mondiale.

Cosa ha significato la Marcia di Gondar?

La Marcia di Gondar non fu una grande battaglia nel senso tradizionale del termine, ma rappresentò un momento simbolico della resistenza italiana nell’Africa Orientale. Dal punto di vista militare, dimostrò la capacità delle forze italiane di organizzare operazioni complesse anche in condizioni estremamente avverse. Allo stesso tempo, evidenziò i limiti strutturali dell’impero coloniale italiano, isolato e incapace di sostenere un conflitto prolungato contro una potenza marittima come il .

Dal punto di vista storico, l’episodio rappresenta anche l’atto finale di una vicenda iniziata con la conquista dell’Etiopia nel 1936 e conclusasi appena cinque anni dopo con la completa perdita dei territori.

Nel periodo postbellico, la Marcia di Gondar è stata spesso ricordata nella storiografia italiana come un esempio di resistenza militare in condizioni disperate. Alcuni autori l’hanno interpretata come una dimostrazione di disciplina e spirito di sacrificio delle truppe italiane e coloniali; per altri, soprattutto in tempi più recenti, l’episodio va inserito in una riflessione più ampia sul colonialismo italiano e le sue dirette conseguenze.