Cultura della cancellazione: come/chi decide cosa ricordare?

Cultura della cancellazione: come/chi decide cosa ricordare? 2

Nonostante la “cultura della cancellazione” sia frequentemente vista come un fenomeno esclusivamente moderno, il desiderio di rimuovere simboli, nomi, immagini e concetti considerati dannosi o moralmente inaccettabili caratterizza l’umanità da secoli. Ogni epoca ha avuto i suoi organi di moralità, censori e strumenti di eliminazione simbolica. Cambiano i mezzi e le ideologie, ma rimane la stessa interrogativa: chi ha l’autorità di decidere ciò che deve essere conservato e ciò che deve essere dimenticato?

Il dibattito attuale è particolarmente intenso poiché il confine tra responsabilità pubblica e censura appare sempre più indistinto. La distinzione tra criticare una figura pubblica e tentare di eliminarla dalla sfera sociale è sottile, e il digitale rende tale fenomeno ancora più confuso. Infatti, Internet non dimentica mai veramente: piuttosto sovrascrive, moltiplica e decontestualizza.

La cultura della cancellazione, quindi, non ha origine con Twitter o TikTok. Le sue origini sono molto più profonde.

La damnatio memoriae: estromettere un individuo dalla storia

Uno dei più antichi esempi è la damnatio memoriae romana. Quando un imperatore o un personaggio rilevante veniva considerato traditore, tiranno o nemico dello Stato, il Senato poteva decretarne l’eliminazione simbolica dalla memoria collettiva. Statua abbattute, nomi rimossi da iscrizioni, volti scolpiti da monumenti: non era sufficiente eliminare fisicamente una persona, era necessario far scomparire anche il suo ricordo.

Era un atto profondamente politico. aveva compreso fin da subito che il controllo della memoria equivaleva al controllo del potere. Se nessuno ricorda un individuo, la sua influenza svanisce. Tuttavia, la damnatio memoriae presenta anche un paradosso interessante: tentare di cancellare qualcuno spesso finisce per renderlo immortale. Molti imperatori “condannati all’oblio” sono oggi ricordati proprio grazie ai segni lasciati dalla loro cancellazione.

Questo meccanismo continua a esistere anche oggi. Quando si cerca di rimuovere un contenuto dal web o boicottare pubblicamente una persona, l’effetto può risultare opposto: aumenta l’attenzione, la figura “cancellata” diventa ancora più visibile. È il cosiddetto “effetto Streisand”, dove il tentativo di censura amplifica ciò che si voleva nascondere.

Iconoclastia: distruggere le immagini per controllare le idee

Tra l’VIII e il IX secolo, l’Impero Bizantino fu teatro di iconoclastia, una violenta contesa religiosa e politica contro le immagini sacre. Le icone vennero distrutte perché considerate idolatriche. Affreschi abbattuti, mosaici rimossi, opere d’ eliminate: il bersaglio non erano semplicemente gli oggetti, ma il loro significato culturale e spirituale.

Distruggere un simbolo significa, infatti, colpire l’identità di chi lo riconosce. È una pratica che ricorre costantemente nella storia: abbattere statue, bruciare bandiere, eliminare . Non si tratta solo di rimuovere materia, ma di ridefinire i confini di ciò che è pensabile.

Anche oggi il dibattito sulle statue coloniali o sui monumenti dedicati a figure controverse origina dalla medesima logica. Le statue non sono elementi neutrali: rappresentano valori, potere, memoria pubblica. Per alcuni mantenerle significa legittimare un passato di oppressione; per altri rimuoverle equivale a censurare la storia.

L’Inquisizione e l’Indice dei libri proibiti

Se le immagini potevano essere distrutte, le idee dovevano essere controllate. Con l’Inquisizione e l’Indice dei libri proibiti, la Chiesa cattolica implementò uno dei più vasti sistemi di censura culturale nella storia europea.

Libri considerati eretici o pericolosi venivano vietati, modificati o distrutti. Autori come Galileo furono messi sotto processo poiché le loro idee sfidavano l’ordine religioso e politico predominante. Ancora una volta, la cancellazione scaturiva dalla convinzione che alcune idee fossero troppo destabilizzanti per circolare liberamente.

È interessante notare come questo meccanismo sia sopravvissuto in nuove forme. Oggi nessun tribunale religioso decide ufficialmente cosa possiamo leggere, ma piattaforme digitali, algoritmi e dinamiche sociali influenzano comunque ciò che osserviamo. Alcuni contenuti vengono amplificati, altri nascosti, altri ancora demonetizzati o rimossi.

La differenza è che la censura contemporanea spesso non si presenta come censura. Non si manifesta attraverso decreti solenni, ma tramite termini di servizio, campagne di pressione online e dinamiche algoritmiche invisibili.

I roghi nazisti: eliminare la cultura “degenerata”

Nel 1933, studenti universitari tedeschi, supportati dal regime nazista, organizzarono imponenti roghi pubblici di libri. Le opere considerate “degenerate”, scritte da ebrei, marxisti, pacifisti o oppositori politici, vennero incenerite nelle piazze.

I roghi nazisti costituiscono uno dei momenti più emblematici della cancellazione culturale moderna. Colpire i libri significava colpire il pluralismo stesso. La distruzione simbolica preparava quella reale: prima si delegittimano le idee, poi le persone che le incarnano.

Questo passaggio è cruciale anche per comprendere i pericoli della cultura della cancellazione contemporanea. Quando il dissenso viene automaticamente considerato immoralità, il dibattito pubblico si impoverisce. La pressione sociale può rapidamente trasformarsi in ostracismo.

Naturalmente, esiste una differenza enorme tra una dittatura totalitaria e una critica online. Equiparare automaticamente la “cancel culture” ai totalitarismi sarebbe storicamente scorretto. Tuttavia, il nodo centrale rimane lo stesso: chi controlla i limiti del discorso pubblico?

La Rivoluzione culturale cinese: riscrivere il passato

Tra il 1966 e il 1976, durante la Rivoluzione culturale cinese voluta da Mao Zedong, milioni di persone furono perseguitate in nome della purezza ideologica. Templi, opere d’arte, testi antichi e simboli della tradizione vennero distrutti perché considerati residui di una cultura borghese.

L’obiettivo era creare un “uomo nuovo”, liberato dalla vecchia cultura. Per riuscirci, bisognava cancellare la memoria passata. La storia doveva essere riscritta affinché il presente apparisse inevitabile e moralmente superiore.

Questo aspetto si ripresenta anche oggi nelle guerre culturali online. Ogni generazione tende a reinterpretare il passato secondo i propri valori morali. Il problema emerge quando il giudizio storico si trasforma in una richiesta di purificazione assoluta, incapace di accettare le contraddizioni.

Dalle statue coloniali ai social network

Negli ultimi anni, specialmente dopo le manifestazioni di Black Lives Matter, molte statue coloniali o dedicate a figure legate alla schiavitù sono state abbattute o rimosse. Per alcuni, si tratta di un atto necessario di giustizia storica; per altri, di una forma di revisionismo.

Il punto interessante è che oggi la cancellazione raramente è imposta dall’alto. Più frequentemente nasce dal basso, attraverso la pressione sociale. Aziende, università e istituzioni rispondono prontamente alle campagne online per timore di danni alla reputazione.

Tuttavia, qui emerge una differenza fondamentale: la repressione statale utilizza la forza coercitiva; la pressione sociale, al contrario, si avvale di consenso, reputazione e isolamento pubblico. Entrambi possono limitare la libertà di espressione, ma operano in modi differenti.

La “cancel culture” contemporanea è spesso performativa. Molti utenti partecipano alle indignazioni collettive non tanto per autentica convinzione, quanto per segnalare la propria appartenenza morale a un gruppo. I social premiano reazioni rapide, emotive e polarizzanti. L’indignazione diventa quindi visibilità.

Gli algoritmi come nuovi arbitri morali

Un tempo, la censura aveva un volto riconoscibile: l’imperatore, la Chiesa, il partito politico. Oggi, invece, il potere di decidere cosa osservare passa spesso attraverso gli algoritmi.

Piattaforme come TikTok, Instagram, YouTube o X non eliminano necessariamente contenuti in modo esplicito: più frequentemente limitano la loro diffusione. Gli algoritmi premiano ciò che genera interazione e penalizzano ciò che appare problematico, controverso o poco redditizio.

In questo contesto, gli algoritmi diventano nuovi tribunali morali invisibili. Non stabiliscono cosa sia vero o falso in termini assoluti, ma determinano cosa sarà visibile e cosa verrà sepolto nel rumore informativo.

È una forma di potere estremamente differente rispetto alla censura tradizionale, poiché spesso opaca e automatizzata. Non sappiamo sempre chi decide, secondo quali criteri o con quali interessi economici.

Una società senza oblio?

La principale differenza tra passato e presente è forse proprio questa: oggi cancellare completamente qualcosa è praticamente impossibile. La memoria digitale prolunga la vita degli eventi ben oltre il loro contesto originale. Eppure, l’eccesso di memoria può trasformarsi in una nuova forma di distorsione. Se nulla viene dimenticato, anche la possibilità di evolversi, cambiare o essere perdonati si riduce; ogni errore rischia di diventare eterno.

La cultura della cancellazione contemporanea scaturisce, dunque, da una tensione irrisolta. Da un lato, esiste un reale bisogno di responsabilità storica e sociale; dall’altro, il rischio che un giudizio morale permanente renda impossibile un confronto complesso.

Forse la questione più rilevante non è se sia giusto “cancellare”, ma se una democratica debba mirare alla rimozione oppure alla contestualizzazione. La storia dimostra che ogni epoca ha cercato di eliminare ciò che considerava pericoloso. Ma dimostra anche che le idee, i simboli e le memorie raramente scompaiono davvero.

Cambiano forma. Ritornano. E continuano a interrogare il presente.