Barbero lancia una petizione per tutelare “I promessi sposi”: l’importanza della lettura di Manzoni a 15 anni.
Durante il quarto anno di liceo, l’insegnante di italiano si presenta già con l’atteggiamento di chi deve affrontare un trasloco con una Panda. C’è il programma, gli autori, le verifiche, Dante che non ha alcuna intenzione di farsi da parte, Leopardi, Foscolo, il Romanticismo, le interrogazioni da incastrare tra assemblee, gite, orientamento, l’ansia per una maturità anticipata e studenti che mostrano il volto di chi ha trascorso la notte con TikTok acceso sul cuscino. In mezzo a tutto ciò, qualcuno propone di inserire I promessi sposi al quarto anno, come se bastasse cambiare il ripiano di un libro per salvarlo.
In teoria, sembra un aggiustamento, ma nella scuola italiana potrebbe trasformarsi in una sepoltura con tanto di timbro ministeriale. La bozza delle nuove Indicazioni nazionali per i licei prevede la possibilità di sostituire il romanzo di Manzoni al secondo anno del biennio con testi considerati più accessibili, rinviando la lettura al quarto anno, anche solo per estratti, all’interno del percorso sull’epoca manzoniana. Il ministro Giuseppe Valditara ha chiarito che si tratta di una proposta della commissione, ancora in fase di discussione, e che le nuove Indicazioni saranno adottate solo dopo un percorso di ascolto. La questione, quindi, è ancora aperta. Bene. Perché questa volta discutere è davvero necessario.
Un posto speciale nel biennio
Da questo è scaturita immediatamente una petizione che richiede di mantenere I promessi sposi nel biennio, partendo da una questione molto concreta: Manzoni ha spazio durante il secondo anno. In quarta, invece, il tempo è limitato. Lo sanno gli insegnanti, gli studenti e chiunque abbia assistito a un programma scolastico trasformarsi in una corsa con i polmoni in mano. alessandro barbero è tra i primi firmatari dell’appello, insieme ad altri esperti, per chiedere che il romanzo rimanga dove può essere letto con calma, anche senza trasformarlo in una messa cantata capitolo per capitolo.
I promessi sposi al secondo anno possono essere esplorati. Con fatica, certo. Con sbadigli, anche. Con l’insegnante che traduce Manzoni in un linguaggio attuale, con la classe che inizialmente borbotta e poi scopre che Don Abbondio somiglia a molti adulti che dicono “io che posso farci”, che Renzo perde la testa come chiunque quando si trova in mezzo a una folla, che Lucia è molto più complessa del santino scolastico in cui l’abbiamo collocata per pigrizia nazionale.
In quarta, invece, il romanzo rischia di essere ridotto a frammenti. Una pagina sugli umili, una sulla Provvidenza, una sulla peste, una su Don Rodrigo, magari la monaca di monza perché almeno lì la classe si risveglia. Ed ecco servito il classico ridotto a scheda. Nome, autore, contesto, temi principali, due citazioni, avanti il prossimo. Una cosa pulita, ordinata, devastante.
Le Indicazioni attuali del 2010 collocano Manzoni nel primo biennio e lo definiscono un’opera capace di unire qualità artistica, formazione dell’italiano moderno, forma-romanzo, ampiezza e varietà di temi e prospettive sul mondo: fa lavorare insieme lingua, storia, immaginario, società, potere, paura, morale e narrazione. Tanta roba, sì. Proprio per questo serve tempo.
La fatica, quella buona
Il tema dell’accessibilità va preso seriamente. Una classe di quindicenni oggi può presentare livelli di lettura molto diversi. All’interno della stessa aula ci sono studenti molto capaci, studenti più fragili, ragazzi arrivati da poco in italia, adolescenti che leggono romanzi da anni e altri che faticano dopo mezza pagina. Manzoni può risultare complesso. La sintassi richiede attenzione: alcuni passaggi necessitano di una guida vera, paziente, concreta.
Uno studio pubblicato sul Journal of Experimental Child Psychology ha seguito 236 ragazzi tra gli 11 e i 13 anni e ha osservato un dato interessante: chi leggeva più narrativa mostrava una maggiore capacità di comprendere pensieri, emozioni e intenzioni degli altri. Gli autori rimangono cauti, poiché lo studio indica un legame, non una prova definitiva di causa-effetto. Tuttavia, il punto resta forte: le storie aiutano i ragazzi ad affinare la loro capacità di osservare gli altri.
Proprio qui entra in gioco la scuola. Rimuovere ogni ostacolo è semplice: il problema si presenta dopo, quando gli studenti scoprono che il mondo degli adulti comunica con frasi lunghe, contratti illeggibili, articoli complessi, testi universitari, referti, sentenze, manuali, istruzioni, email scritte da persone che odiano l’umanità. La lettura complessa non si apprende per osmosi. Si esercita. E un romanzo lungo, seguito in classe, con un adulto che guida, può diventare una palestra meno triste di quanto sembri.
Un altro studio qualitativo del 2025, condotto con adolescenti tra i 15 e i 17 anni, ha raccolto interviste sul rapporto tra lettura di narrativa e benessere. I ragazzi hanno parlato di emozioni, connessione con personaggi, amici, famiglia, comunità di lettura, crescita personale, empatia, conoscenza degli altri e competenze di literacy. Anche qui nessuna bacchetta magica. Solo una conferma piuttosto concreta: leggere storie può diventare un modo per mettersi in discussione senza restare sempre fermi a guardarsi l’ombelico.
Anche i dati supportano questa direzione. Un rapporto OCSE sottolinea che l’abitudine a leggere testi lunghi è fondamentale per sviluppare competenze di lettura: nei Paesi OCSE, gli studenti che a scuola affrontano testi di almeno 101 pagine ottengono in media 31 punti pisa in più in lettura rispetto a chi lavora su testi di 10 pagine o meno, tenendo conto del profilo socio-economico e del genere. Lo stesso passaggio collega in modo positivo lettura di narrativa, testi lunghi e risultati di lettura.
E così I promessi sposi nel biennio hanno ancora una funzione quasi brutale. Mettono di fronte a un quindicenne il potere che minaccia, la giustizia che arriva distorta, la folla che impazzisce, la paura che si traveste da buonsenso, il desiderio di scegliere la propria vita, la violenza sulle donne senza bisogno di slogan, la peste con le dicerie, i colpevoli inventati, il panico collettivo. Dopo il COVID, la parte sulla peste ha un suono diverso. Meno polvere, più disagio. La gente che cerca untori, la confusione tra paura e verità, la necessità di trovare qualcuno da odiare: situazioni che abbiamo visto circolare anche senza carrozze e lazzaretti.
Nessuno si aspetta che ogni adolescente si innamori di Manzoni. Magari lo detesterà. Magari salverà solo la peste, o l’Innominato, o la scena dei bravi, o quel povero Don Abbondio che ha fatto della paura una carriera. Va bene anche così. La scuola non ha lo scopo di creare fan club. Serve a lasciare tracce, strumenti, anticorpi. Serve a far comprendere che una pagina impegnativa può aprirsi, se qualcuno ti insegna dove mettere le mani.
Il classico trattato male
Il rischio maggiore risiede in una falsa gentilezza. Dire agli studenti che Manzoni è troppo difficile può sembrare un gesto di cura, ma spesso si traduce in un abbassamento del soffitto. È come dire “vi offriamo testi più semplici perché con questi magari ve la caverete”. Una scuola viva dovrebbe fare un’altra cosa: scegliere testi accessibili quando necessario, certo, e allo stesso tempo mantenere aperta una porta verso ciò che richiede più respiro.
Nessuno sano di mente desidera trasformare I promessi sposi in una punizione corporale da settembre a maggio. Si può leggere meglio. Si può tagliare dove necessario. Si può lavorare su percorsi, personaggi, nuclei narrativi, lingua, storia, conflitti. Si può smettere di usarlo come soprammobile sacro e iniziare a trattarlo per quello che è: un romanzo ricco di persone che hanno paura, mentono, scappano, manipolano, resistono, cedono, pregano, sbagliano, ricominciano. Una cosa molto più vicina agli adolescenti di quanto facciamo credere quando lo spieghiamo male.
La petizione, in questo senso, difende meno Manzoni di quanto possa apparire. Difende il tempo della lettura lunga. Difende la possibilità che una classe trascorra mesi all’interno di una storia e impari a osservare come cambiano i personaggi, come cresce una minaccia, come una frase pronunciata con cautela possa diventare complicità, come la lingua costruisce il mondo. Difende anche gli insegnanti, quelli che in seconda riescono ancora a far respirare un romanzo invece di ridurlo a due pagine prima della verifica.
Spostare I promessi sposi in quarta può sembrare ragionevole. Maggiore maturità, più contesto storico, più strumenti letterari. Poi suona la campanella, il programma si accorcia, arrivano le assenze, saltano due ore, entra un progetto, parte un’assemblea, si recupera una verifica. Il romanzo lungo diventa materiale da fotocopia. Ed è così che si perde un classico: basta togliergli tempo. Poi ci penserà la campanella.