Per oltre vent’anni la strage di Gioia Tauro venne ricordata come una tragedia ferroviaria causata da un guasto o da una fatalità. Soltanto con il passare degli anni emerse una ricostruzione diversa. Il deragliamento del treno Palermo-Torino, costato la vita a sei persone e il ferimento di decine di passeggeri, fu ricondotto dagli investigatori a un attentato maturato nel clima della strategia della tensione e dei moti di Reggio Calabria.
Tra le grandi stragi che hanno segnato la storia della Repubblica italiana, quella di Gioia Tauro occupa un posto particolare. A differenza di Piazza Fontana, della stazione di bologna o di Piazza della Loggia, è rimasta per lungo tempo ai margini della memoria collettiva. Eppure rappresenta uno dei passaggi più significativi degli anni della strategia della tensione, periodo in cui terrorismo, criminalità organizzata e interessi politici finirono spesso per intrecciarsi.
Il 22 luglio 1970, poco dopo le 17, il treno Freccia del Sud, partito da palermo e diretto a torino, percorreva la linea ferroviaria tirrenica calabrese. All’altezza di Gioia Tauro il convoglio uscì improvvisamente dai binari. Alcune carrozze si ribaltarono, altre si schiantarono contro la massicciata. I soccorsi trovarono uno scenario drammatico, con passeggeri intrappolati tra le lamiere e decine di feriti in attesa di assistenza.
Il bilancio finale fu di sei morti e settantadue feriti.
L’ipotesi dell’incidente
Nelle ore successive al deragliamento le autorità parlarono di una possibile rottura dei binari o di un cedimento tecnico. La tragedia venne rapidamente classificata come un incidente ferroviario, una spiegazione che per anni rimase quella ufficiale.
Fin dall’inizio, però, alcuni elementi lasciavano spazio ai dubbi. Le condizioni della linea non sembravano sufficienti a spiegare un deragliamento di quella portata e diversi investigatori avanzarono l’ipotesi che potesse essersi verificata un’esplosione. Quelle intuizioni, almeno in una prima fase, non portarono a una svolta nelle indagini.
Il risultato fu che una delle più gravi tragedie ferroviarie italiane venne archiviata senza che fossero chiarite fino in fondo le responsabilità.
I moti di Reggio Calabria
Per comprendere quanto accadde è necessario guardare al clima che si respirava in Calabria in quei mesi.
Pochi giorni prima del deragliamento erano iniziati i moti di reggio calabria, esplosi dopo la decisione del governo di assegnare a Catanzaro il ruolo di capoluogo della nuova Regione Calabria. Le manifestazioni di protesta si trasformarono rapidamente in una lunga stagione di violenze, attentati e scontri con le forze dell’ordine.
Accanto alla mobilitazione popolare si inserirono gruppi dell’estrema destra e organizzazioni eversive che cercarono di sfruttare il malcontento per destabilizzare il Paese. Nello stesso periodo anche la ‘Ndrangheta consolidava il proprio ruolo sul territorio, intrecciando rapporti con ambienti politici ed estremisti.
In quel clima esplosivo si verificarono numerosi attentati contro infrastrutture pubbliche, linee ferroviarie ed edifici istituzionali. Il deragliamento della Freccia del Sud si colloca proprio all’interno di questa stagione.
Le nuove inchieste
La ricostruzione cambiò molti anni dopo.
Le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, unite a nuovi approfondimenti investigativi, portarono i magistrati a riconsiderare il caso. Secondo quanto emerso, il deragliamento sarebbe stato provocato da una carica esplosiva collocata lungo la linea ferroviaria.
Particolarmente importanti furono le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Giacomo Lauro, che descrisse i rapporti tra esponenti della ‘Ndrangheta e ambienti dell’eversione neofascista. Le sue parole contribuirono a rafforzare l’ipotesi che la strage fosse parte della più ampia strategia della tensione che, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Ottanta, colpì l’Italia con attentati e azioni destabilizzanti.
Pur non arrivando a individuare in via definitiva tutti gli autori materiali e i mandanti, le successive decisioni giudiziarie hanno progressivamente abbandonato la teoria dell’incidente, riconoscendo la natura dolosa del deragliamento.
Il ruolo della ‘Ndrangheta
La vicenda di Gioia Tauro rappresenta anche uno dei primi casi in cui la ‘Ndrangheta viene collocata all’interno delle grandi vicende della strategia della tensione.
Per lungo tempo l’organizzazione criminale era stata considerata principalmente una realtà locale, legata ai sequestri di persona e al controllo del territorio. Le inchieste successive mostrarono invece una capacità di interagire con gruppi eversivi, interessi politici e reti criminali ben più ampie.
Secondo numerose ricostruzioni storiche e giudiziarie, gli interessi della criminalità organizzata finirono per convergere, in alcune circostanze, con quelli di chi puntava ad alimentare un clima di instabilità nel Paese. La strage di Gioia Tauro rappresenta uno degli episodi più significativi di questo intreccio.
Una memoria rimasta ai margini
A differenza di altre stragi della storia repubblicana, quella di Gioia Tauro non è entrata con la stessa forza nella memoria pubblica italiana. Per molti anni è rimasta una tragedia quasi dimenticata, anche perché la versione dell’incidente ferroviario ha ritardato la ricerca della verità.
Oggi il deragliamento della Freccia del Sud viene considerato dagli storici uno degli episodi che meglio raccontano la complessità degli anni della strategia della tensione. Terrorismo politico, criminalità organizzata, depistaggi e tensioni sociali finirono per sovrapporsi, rendendo difficile distinguere i diversi livelli di responsabilità.
La storia di Gioia Tauro ricorda quanto possa essere lungo il percorso necessario per accertare la verità su una strage. In alcuni casi non bastano le prime indagini né le spiegazioni immediate. Servono anni di lavoro giudiziario, nuove testimonianze e la capacità di rileggere gli eventi alla luce di elementi che, nel momento in cui si verificarono, erano rimasti nascosti. È anche per questo che il deragliamento del 22 luglio 1970 continua a occupare un posto importante nella ricostruzione della storia italiana del secondo dopoguerra.