Sudan, oltre 10.000 sfollati tra Darfur e Kordofan

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Sudan, oltre 10.000 sfollati tra Darfur e Kordofan

In Sudan si continua a scappare, l’emergenza umanitaria peggiora costantemente e a un ritmo che lascia poco spazio all’ottimismo. La avanza, arretra e poi torna a colpire, lasciando dietro di sé villaggi svuotati e strade piene di sfollati in fuga. In appena tre giorni, più di 10.000 persone hanno abbandonato le loro case nelle aree occidentali e meridionali del Paese.

Questo non è altro che l’ennesimo segnale di un repentino peggioramento della sicurezza in uno dei conflitti più devastanti e meno visibili del nostro tempo. Non c’è il tempo di organizzarsi: si parte quando arrivano i colpi, quando girano le voci di un attacco, quando restare diventa troppo rischioso.

A segnalare l’ultima ondata di sfollati è l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) Tra il 25 e il 26 dicembre, spiega l’agenzia delle Nazioni Unite, diversi villaggi del Darfur settentrionale sono finiti sotto attacco. A Um Baru e Kernoi, località vicine al confine con il Ciad, più di 7.000 sfollati sono fuggiti nel giro di poche ore. Alcuni hanno trovato rifugio in zone limitrofe, altre hanno attraversato la frontiera, andando ad aggiungersi a una popolazione di rifugiati che il Ciad fatica sempre più ad accogliere.

Quello che sta accadendo in queste aree non è un episodio isolato. Ma è l’ennesima conseguenza di una guerra iniziata nell’aprile del 2023 e mai davvero contenuta. Da una parte le Forze Armate Sudanesi, dall’altra le Forze di Supporto Rapido, nate come milizia e diventate nel tempo uno dei principali attori armati del Paese. Lo scontro si è allargato rapidamente, coinvolgendo città, campagne e vie di comunicazione strategiche.

Con il passare dei mesi, il conflitto ha assunto una brutalità sempre più evidente. I civili sono diventati bersagli indiretti ma costanti, schiacciati tra bombardamenti, saccheggi e rappresaglie. Le Nazioni Unite parlano apertamente di atrocità diffuse, mentre il numero delle vittime continua a crescere senza che esista una stima definitiva.

Secondo gli ultimi dati, decine di migliaia di persone hanno perso la vita e oltre 11 milioni sono state costrette a lasciare le proprie case. Intere comunità sono scomparse dalle mappe, cancellate da una che in meno di due anni ha prodotto la più grave crisi di sfollamento al . E mentre nuovi fronti si aprono, la fuga resta, per molti sudanesi, l’unica possibilità di sopravvivere.

Gli ultimi movimenti di popolazione nel Darfur occidentale sono direttamente collegati a una nuova fase dell’offensiva delle RSF. Dopo aver consolidato il controllo su al-Fashir, capitale del Darfur settentrionale, lo scorso ottobre, le forze paramilitari hanno esteso la loro avanzata verso ovest, penetrando in territori abitati principalmente dall’etnia Zaghawa.

Si tratta di aree strategicamente sensibili, storicamente presidiate da milizie alleate dell’esercito regolare. La loro conquista suggerisce una manovra calcolata, finalizzata a spezzare le ultime resistenze e ad assicurare alle RSF il dominio sull’intera regione del Darfur, teatro da oltre vent’anni di violenze, pulizie etniche e crisi umanitarie ricorrenti.

Il conflitto, tuttavia, non si è fermato ai confini sudanesi. Venerdì scorso, un attacco condotto con un drone attribuito alle RSF ha colpito la città di Tine, sul versante ciadiano della frontiera. Nell’incursione sono rimasti uccisi due soldati del Ciad. L’episodio segna una pericolosa escalation, che rischia di trascinare direttamente i Paesi vicini in una guerra già altamente destabilizzante per l’intera regione del Sahel.

Mentre il Darfur brucia, nel sud del Sudan la situazione non è meno grave. Nel Kordofan meridionale, la città di Kadugli è da oltre 18 mesi sotto assedio da parte delle forze paramilitari. Tra la vigilia di Natale e la fine della settimana, altre 3.100 persone sono fuggite dalla città, cercando scampo in aree rurali o attraversando confini interni ormai privi di qualsiasi protezione.

Qui la guerra assume una forma ancora più crudele: il blocco quasi totale degli aiuti umanitari. Le agenzie internazionali denunciano condizioni prossime alla carestia, con popolazioni intrappolate senza accesso regolare a cibo, acqua potabile e cure mediche. Gli aiuti salvavita restano bloccati da combattimenti, restrizioni amministrative e dalla sistematica insicurezza delle rotte umanitarie.

Secondo gli operatori sul campo, la fame sta diventando uno strumento di pressione militare, utilizzato per piegare le comunità e svuotare territori considerati strategici.

Il corridoio centrale del Sudan, chiave del conflitto e degli sfollati 

Il Kordofan rappresenta oggi uno dei nodi cruciali della guerra. Ricco di risorse e geograficamente centrale, è teatro di alcuni degli scontri più feroci. Qui passa una delle sfide crucisli per il cosiddetto “corridoio centrale”, una fascia di territorio che collega il Darfur – roccaforte delle RSF – alla capitale Khartoum.

Il controllo di questo asse consentirebbe alle forze paramilitari di rafforzare la propria proiezione verso est, minacciando ulteriormente le posizioni dell’esercito e consolidando una continuità territoriale fondamentale per il futuro assetto del Paese. Non a caso, entrambe le parti stanno concentrando uomini e mezzi in quest’area, trasformando intere province in campi di battaglia permanenti.

Dopo quasi due anni di guerra, il Sudan è ormai di fatto diviso in due. Le Forze Armate Sudanesi mantengono il controllo della maggior parte delle regioni settentrionali, orientali e centrali, inclusa Port Sudan, diventata il principale snodo politico e logistico del governo riconosciuto.

Le RSF, dal canto loro, dominano ormai tutte e cinque le capitali del Darfur e, insieme a gruppi armati alleati, esercitano un controllo significativo su vaste aree del Kordofan e del sud del Paese. Questa frammentazione territoriale rende sempre più difficile immaginare una rapida soluzione militare o un ritorno a un’autorità statale unitaria.

L’allarme delle Nazioni Unite e l’impotenza della diplomazia

Sul piano umanitario, i numeri sono allarmanti. Quasi 25 milioni di sudanesi – oltre la metà della popolazione – necessitano di assistenza urgente. Il Programma Alimentare Mondiale ha avvertito che la stagione magra, prevista a partire da aprile, potrebbe portare a livelli “catastrofici” di fame se non verrà garantito un accesso umanitario su larga scala.

“Questi nuovi dati sugli sfollamenti in soli tre giorni sono un’istantanea terrificante della violenza incessante che i civili subiscono. Senza un cessate il fuoco e senza corridoi umanitari liberi e sicuri, la sofferenza rischia di raggiungere livelli difficilmente immaginabili”, ha affermato James Weatherill, portavoce dell’OIM.

Nel frattempo, la comunità internazionale continua a invocare una soluzione negoziata. I tentativi di mediazione, promossi da attori regionali e potenze globali, si sono però finora infranti contro l’intransigenza delle parti e la complessità degli interessi in gioco. Per milioni di sudanesi, intrappolati tra bombardamenti, fame e sfollamento, la pace resta un orizzonte lontano, mentre la guerra continua a riscrivere la geografia umana del Paese, villaggio dopo villaggio.

Felicia Bruscino