Janani Luwum e l’Uganda del terrore di Stato

Il 16 febbraio 1977 Janani Luwum viene arrestato a Kampala dopo anni di denunce pubbliche contro le violenze del regime di Idi Amin. È l’ultimo atto della sua vita pubblica e l’inizio di una vicenda che avrebbe scosso l’Uganda e attirato l’attenzione internazionale. Da arcivescovo anglicano, Luwum aveva scelto di restare accanto al suo popolo, pagando con la vita una parola pronunciata contro il potere.

Il 17 febbraio 1977 si spegneva la voce di Janani Luwum, arcivescovo della Chiesa anglicana dell’Uganda. La versione ufficiale parlò di un incidente stradale. La verità era che un uomo era stato ucciso per aver osato alzare la voce contro la tirannia di Idi Amin.

Il corpo restituito ai familiari era crivellato di proiettili. Henry Kyemba, ministro della Salute nel governo di Amin, scrisse nel suo libro “A State of Blood” che l’arcivescovo aveva ricevuto un colpo di pistola alla bocca e almeno tre al petto. Le testimonianze successive rivelarono che le vittime erano state condotte in una caserma militare, dove furono torturate e infine giustiziate.

Nato nel 1922 nel villaggio di Mucwini, nel distretto di Kitgum, nel nord dell’Uganda, Luwum crebbe in una famiglia cristiana. La sua conversione autentica avvenne nel gennaio 1948, quando abbracciò il cristianesimo carismatico del risveglio est-africano. Da quel momento divenne evangelista, predicando contro i pericoli dell’alcol e del tabacco, disturbando secondo le autorità locali l’ordine pubblico.

La sua ascesa nella gerarchia ecclesiastica fu rapida. Ordinato diacono nel dicembre 1955 e presbitero un anno dopo, nel 1969 fu consacrato vescovo della diocesi dell’Uganda settentrionale a Gulu. Cinque anni dopo, nel 1974, divenne arcivescovo della provincia metropolitana di Uganda, Ruanda, Burundi e Boga-Zaire, secondo africano a ricoprire questa carica.

Il suo ministero coincise con uno dei periodi più bui della storia ugandese. Il regime militare di Idi Amin, salito al potere nel 1971 con un colpo di stato ai danni di Milton Obote, instaurò un regno del terrore caratterizzato da uccisioni extragiudiziali, sparizioni forzate e persecuzione degli oppositori politici. Luwum divenne la voce più autorevole contro le atrocità del regime.

Nei primi mesi del 1977 la situazione precipitò. Il 30 gennaio il vescovo Festo Kivengere predicò su “Il valore prezioso della vita” davanti a numerosi funzionari governativi, denunciando le uccisioni arbitrarie e accusando il governo di abusare dell’autorità. La risposta arrivò pochi giorni dopo. Il 5 febbraio, all’una e mezza di notte, la casa dell’arcivescovo fu perquisita dai soldati che sostenevano di cercare armi nascoste.

Il 5 febbraio 1977 Luwum consegnò personalmente al presidente Amin una lettera di protesta contro le politiche di uccisioni arbitrarie e sparizioni inspiegabili. Il documento, firmato insieme agli altri vescovi della Chiesa dell’Uganda, denunciava le forze che stavano dividendo gli ugandesi e la persecuzione che colpiva particolarmente i cristiani protestanti.

Il 12 febbraio Luwum presentò un’ulteriore protesta contro tutti gli atti di violenza attribuiti ai servizi di sicurezza. I leader religiosi furono convocati a Kampala e poi costretti ad andarsene, uno dopo l’altro.

Il 16 febbraio 1977 Luwum fu arrestato insieme a due ministri del governo, Erinayo Wilson Oryema e Charles Oboth Ofumbi. Lo stesso giorno Amin organizzò un raduno a Kampala dove i tre accusati furono esposti pubblicamente. Altri “sospetti” furono fatti sfilare per leggere “confessioni” che li implicavano. L’arcivescovo venne accusato di essere un agente dell’ex presidente esiliato Milton Obote e di pianificare un colpo di stato.

Prima di essere portato via, un testimone riferì che l’arcivescovo disse a un collega del ministero:

“Stanno per uccidermi. Non ho paura”.

Sua moglie Mary lo aveva implorato di fuggire dal paese come avevano fatto molti suoi amici, ma Luwum rifiutò. Dichiarò che non avrebbe mai abbandonato il gregge affidato alle sue cure dal Signore, e che finché anche un solo ugandese fosse rimasto nel paese, lui sarebbe rimasto con loro.

L’indomani il governo annunciò che Luwum era morto in un incidente automobilistico. Radio Uganda riferì che l’incidente era avvenuto quando le vittime avevano tentato di sopraffare l’autista per fuggire. La verità venne a galla quando i familiari aprirono la bara sigillata.

Isaac Maliyamungu, braccio destro di Amin, secondo il vicepresidente ugandese Mustafa Adrisi e una commissione sui diritti umani, eseguì materialmente l’omicidio di Luwum e dei suoi compagni. Time Magazine riportò che alcuni racconti affermavano che lo stesso Amin avesse premuto il grilletto, accusa che il dittatore negò con rabbia, pur in assenza di testimoni oculari diretti.

Luwum lasciò la vedova Mary Lawinyo e nove figli. Fu sepolto nel suo villaggio natale di Mucwini, nel distretto di Kitgum. La sua morte galvanizzò l’opposizione ad Amin e attirando l’attenzione internazionale sulla tragedia dell’Uganda.

La Comunione anglicana riconosce Luwum come martire e la sua statua è tra i martiri del ventesimo secolo sulla facciata dell’Abbazia di Westminster a Londra. Nel giugno successivo alla sua morte, circa 25.000 ugandesi si recarono nella capitale per celebrare il centenario della prima predicazione del Vangelo nel loro paese, tra i partecipanti molti che avevano abbandonato il cristianesimo ma che erano tornati alla fede dopo aver visto il coraggio di Luwum di fronte alla morte.

Il 16 febbraio è giorno festivo nazionale in Uganda, dedicato alla vita e al servizio di Janani Luwum. È commemorato nei calendari liturgici della Chiesa anglicana d’Australia, del Canada, della Chiesa episcopale scozzese e della Chiesa del Galles il 3 giugno, e nei calendari della Chiesa anglicana in Aotearoa, Nuova Zelanda e Polinesia, della Chiesa episcopale anglicana del Brasile, della Chiesa d’Inghilterra e della Chiesa episcopale degli Stati uniti il 17 febbraio.

Nel 2019 si verificò un momento di riconciliazione quando i discendenti di Luwum incontrarono i parenti di Amin. Il reverendo canonico Stephen Gelenga, della stessa tribù Kakwa di Amin, presentò delle scuse emozionate alla famiglia di Luwum durante le commemorazioni, dichiarando che ancora dopo quarant’anni sentivano il dolore per quanto accaduto durante il regno del loro consanguineo.

La storia di Luwum è un esempio di come la fede possa trasformarsi in coraggio civile di fronte all’oppressione. Il suo rifiuto di tacere davanti alle ingiustizie, pur sapendo che avrebbe pagato con la vita, continua a ispirare chiunque lotti per la dignità umana e i diritti fondamentali.

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