Massacro di Srebrenica e fallimento delle Nazioni Unite

Il 7 luglio 1995 prese avvio l’offensiva che, nel giro di pochi giorni, avrebbe portato al massacro di Srebrenica. Le forze della Republika Srpska guidate da Ratko Mladić avanzarono verso l’enclave bosniaca dichiarata “area protetta” dalle Nazioni Unite, dando inizio agli eventi che i tribunali internazionali avrebbero poi qualificato come genocidio. Migliaia di bosgnacchi furono uccisi sotto gli occhi di una comunità internazionale incapace di impedire quello che è considerato il più grave crimine di guerra commesso in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ripercorrere quelle giornate significa ricostruire le responsabilità politiche e militari che resero possibile il massacro e comprendere perché Srebrenica continui a occupare un posto centrale nel dibattito sulla giustizia internazionale e sulla tutela dei diritti umani.

L’invasione e il massacro di Srebrenica: l’illusione dell’Onu

Nel luglio del 1995, la guerra in Bosnia Erzegovina era entrata nel suo terzo anno, e l’Europa si trovò ad assistere a una delle più gravi tragedie del secondo dopoguerra, il massacro di Srebrenica. Nei primi giorni di luglio, le forze della Republika Srpska, guidate dal generale Ratko Mladić, lanciarono un attacco su Srebrenica, città che formalmente era sotto la protezione delle Nazioni Unite. Il contingente olandese presente, il cosiddetto Dutchbat, contava solo poche centinaia di soldati male equipaggiati. Nonostante le richieste d’intervento da parte del comandante Thom Karremans, né la NATO né la comunità internazionale agirono con decisione.

L’11 luglio, Mladić entrò a Srebrenica quasi indisturbato. Il caos si diffuse immediatamente tra le 40.000 persone presenti: migliaia tentarono la fuga nei boschi, altri cercarono rifugio nella base dell’onu a Potočari. Nessun luogo, però, era davvero sicuro.

Sotto l’emblema dell’Onu, ma senza protezione

I rifugiati che cercarono salvezza nella base del Dutchbat furono abbandonati al proprio destino. Le truppe olandesi, pur consapevoli delle violenze in corso, non intervennero. Anzi, in alcuni casi collaborarono con i serbi bosniaci, separando gli uomini — ritenuti in età militare — da donne, anziani e bambini. I primi furono consegnati ai carnefici, gli altri deportati verso i campi profughi nel territorio controllato dal governo bosniaco. Le violenze e le uccisioni avvennero spesso davanti agli occhi dei soldati Onu. In totale, tra i 10.000 e i 15.000 uomini tentarono la fuga tra i boschi: solo in 3.000 sopravvissero.

Una regione contesa, una storia di convivenza spezzata

La Bosnia Erzegovina, prima della guerra, era parte della Jugoslavia socialista e multietnica, dove convivevano bosgnacchi musulmani, serbi ortodossi e croati cattolici. Ma con la dissoluzione della Jugoslavia nei primi anni Novanta, le tensioni etniche esplosero. I serbi bosniaci, contrari all’indipendenza della Bosnia, proclamarono la Repubblica Srpska, regione autonoma sostenuta dalla Serbia. Cominciò così una guerra brutale, in cui la valle della Drina — e in particolare l’area attorno a Srebrenica — divenne teatro di persecuzioni feroci ai danni dei bosgnacchi.

Nel 1993, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite cercò di arginare le violenze dichiarando alcune città, tra cui Srebrenica, “aree sicure” sotto la protezione Onu. La decisione arrivò anche per impulso del generale francese Philippe Morillon, che aveva visitato Srebrenica l’anno precedente e promesso protezione. Ma la dichiarazione rimase priva di sostanza: le forze internazionali non ricevettero né mezzi né mandato adeguato per difendere realmente la popolazione. Come hanno scritto i giornalisti Laura Silber e Alan Little, l’Onu si assunse una responsabilità che non era in grado di sostenere. Le “aree sicure”, alla prova dei fatti, erano tra le meno sicure al mondo.

Una città assediata e al collasso

Durante l’assedio e il massacro di Srebrenica, la vita era diventata insostenibile. Sovraffollata da migliaia di profughi bosgnacchi in fuga dalle campagne devastate, la città era circondata dalle forze serbe e dipendeva completamente dagli aiuti umanitari internazionali — scarsi e intermittenti. I difensori locali, ormai esasperati, organizzavano incursioni nei villaggi serbi circostanti per procurarsi cibo e armi. Il fotografo tedesco Philipp von Recklinghausen, testimone oculare di quei giorni, definì la città «una visione dell’apocalisse». Ogni giorno era una lotta per sopravvivere, tra fame, paura e bombardamenti.

Dall’inizio della guerra all’orrore finale: l’epilogo di una tragedia

Fin dal 1992, i bosgnacchi avevano cercato di organizzare la resistenza. Srebrenica era diventata uno dei pochi centri ancora controllati dal governo bosniaco, insieme a Goražde e Žepa. In quei mesi migliaia di civili erano già stati uccisi durante la campagna di pulizia etnica condotta dalle forze serbo-bosniache con il sostegno della Serbia. La caduta dell’enclave rappresentò il punto culminante di quella strategia, orientata alla creazione di un territorio etnicamente omogeneo. Negli anni successivi il International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia e la Corte internazionale di giustizia qualificarono quei fatti come genocidio.

I resti di Ramo e Nermin Osmanović, insieme a quelli di migliaia di altre vittime, furono recuperati in fosse comuni e identificati soltanto nel 2008. Oggi riposano nel cimitero memoriale di Potočari, dove ogni anno vengono sepolti i corpi identificati grazie alle analisi del DNA. Il sito conserva migliaia di lapidi e raccoglie documenti, testimonianze e reperti che ricostruiscono quanto accadde nel luglio 1995 durante il massacro di Srebrenica, contribuendo al lavoro di accertamento storico e giudiziario sul genocidio di Srebrenica.

Lucrezia Agliani

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