Maggio si sta avviando verso la conclusione con un’ondata di calore inaspettata. Accendendo la televisione, sento parlare di temperature anomale e condizioni estreme; in realtà, viviamo in uno stato di allerta da anni. Trovo divertente leggere titoli accattivanti, creati per attrarre visualizzazioni, che poi, una volta aperti, rivelano informazioni già note. Il mondo è in crisi, non solo quando eventi climatici ci colpiscono inaspettatamente, ma anche quando emergono studi che generano più preoccupazione del necessario; è una realtà evidente a tutti.
Preferiamo ingannarci, credendo di vivere in una sorta di sicurezza climatica, e attendiamo questi eventi “anormali” per scosserci un po’. È simile a quando apriamo un regalo e ci sorprendiamo per una scelta fatta molto tempo prima del nostro compleanno. Non so se sia una riflessione comune per alleviare il dolore, consapevoli che il riscaldamento globale è reale e che tornare alla situazione iniziale sarà arduo, sebbene io voglia essere ottimista.
Pochi giorni fa ho pubblicato un articolo che tratta proprio di questo periodo che stiamo attraversando. Alcuni menzionano le ondate di calore, altri parlano di una cupola di calore. Il messaggio finale rimane invariato, e gli esperti temono che questo caldo sia arrivato troppo presto, specialmente considerando che la primavera termina il 21 giugno e l’estate inizia da quel giorno. Stiamo parlando di un mese di anticipo, ma è anche vero che più si procede, più la situazione peggiora; non dico che dobbiamo arrenderci, ma nemmeno restare sorpresi.
I cambiamenti climatici portano allo scioglimento dei ghiacciai, un effetto che non finisce qui. Infatti, la superficie terrestre non è più in grado di riflettere le radiazioni solari, assorbendo così il calore e causando conseguenze per noi. Non esistono eventi isolati; se accade qualcosa, le sue conseguenze si ripercuotono, e noi ne siamo i primi a sperimentarne gli effetti. Dovremmo prestare più attenzione al presente; invece, circolano numerosi articoli che tentano di prevedere il futuro, come quello che ho pubblicato giorni fa, focalizzato su uno studio dal 2026 al 2030.
Nel corso di questi cinque anni, la temperatura media globale, e parlo di globale perché non è solo un problema italiano ma di tutto il mondo, potrebbe superare la soglia di 1,5 °C. Non intendo creare allarmismi inutili; queste sono ipotesi e dati emersi da studi, infatti, non si parla di certezza ma di probabilità, pari al 75%.
Il limite di 1,5°C è stato stabilito da tempo nell’Accordo di Parigi, ma da anni si discute di un possibile superamento. Superare questo limite significherebbe consentire lo sviluppo di eventi catastrofici, come precipitazioni intense, siccità e altri fenomeni difficili da gestire. Questo studio non ha rivelato nulla di nuovo, ha solo ribadito una condizione che viviamo quotidianamente e che ignoriamo, poiché la situazione attuale è una delle conseguenze delle nostre azioni. La Terra non ha deciso di surriscaldarsi, ma sono state le nostre scelte sbagliate nel tempo e altri fattori che ci hanno condotto a vivere in questo modo.
Le nostre azioni hanno un impatto sull’ambiente, e possiamo aiutarlo con poco ogni giorno
Quando partecipo a conversazioni sul cambiamento climatico, spesso seguite da lamentele, mi chiedo perché, invece di aggirare il problema, non si scelga di intraprendere azioni dirette. Sembra sempre che la colpa sia degli altri e mai nostra. Tuttavia, anche le scelte riguardanti il nostro pranzo o cena influiscono sul Pianeta. Quando parlo di conseguenze concatenate, mi riferisco esattamente a questo.
Ad esempio, le mie abitudini alimentari avranno impatti sulla biodiversità e sulla salute delle foreste. Se una parte di esse viene distrutta, limitare il riscaldamento diventa ancora più complicato. Sono nozioni che apprendiamo sin da piccoli; le foreste sono cruciali perché assorbono le emissioni di anidride carbonica che generiamo noi stessi.
Le piccole azioni sono dunque essenziali per invertire questa tendenza; non servono misure straordinarie, come spesso sento dire. Lasciare il rubinetto aperto e far scorrere l’acqua non è sostenibile per il nostro Pianeta, così come utilizzare l’auto per ogni breve tragitto. Comprendo il comfort di percorrere lunghe distanze in poco tempo, ma penso anche che, specialmente con il bel tempo attuale, si possano considerare opzioni più sostenibili, come la bicicletta o una passeggiata.
Anche ciò che indossiamo può contribuire e amplificare i danni al nostro Pianeta. Ho scritto un articolo sul fast fashion in cui ho cercato di dimostrare che il risparmio non è sempre la scelta migliore né quella più sostenibile. Non voglio dilungarmi enumerando tutti i punti trattati, ma ho solo ricordato che optare per abiti di fast fashion significa risparmiare inizialmente, ma inquinare successivamente. Questo accade perché il fast fashion utilizza materie prime in modo eccessivo, e la durata limitata dei capi ci costringe a indossarli poche volte prima di scartarli.
Dire che siamo obbligati non è corretto, poiché le nostre scelte di acquisto dipendono solo da noi e dalle nostre convinzioni. Posso fare un errore una volta, ma quando comprendo che un abito economico ha una vita breve, e che buttarlo significa contribuire all’inquinamento e ai rifiuti già presenti nelle discariche, in quel caso la responsabilità è solo mia, e non della disinformazione, se sono stata io a provarlo sulla mia pelle.
Quindi, spesso penso che sia una scelta consapevole contribuire al deterioramento del nostro Pianeta. Alcuni si giustificano pensando che le loro azioni non possano portare grandi cambiamenti, forse perché conoscono persone che fanno di tutto per mantenere le cose come sono. Dovremmo considerarci di più come individui, non tanto in riferimento a ciò che può fare un gruppo. Io, nel mio piccolo, se posso, aiuto; è naturale per me farlo con le persone bisognose così come con il Pianeta in cui vivo.
Gli eventi che ci sorprendono sono per noi delle emergenze, ma non ci rendiamo conto che ci conviviamo da sempre
La Terra si sta ribellando, ma perché siamo noi a non rispettarla più, comportandoci in modo egoistico, anche se ho dimostrato che si può contribuire anche con azioni minime. In questi giorni, ovunque si parla di caldo, ma qualche mese fa si è verificato un evento catastrofico inaspettato: la frana di Niscemi del 25 gennaio 2026. Ciò che è accaduto quel giorno è impresso nella memoria, anche perché i media ne hanno parlato incessantemente, ma non è la prima volta che Niscemi affronta una situazione simile. È un territorio particolarmente soggetto a questi eventi, poiché si trova su un terreno argilloso e sabbioso.
La frana di Niscemi ha dimostrato nel corso degli anni che non è una conseguenza del cambiamento climatico e posso dimostrarlo. Il 2026 non è stato il primo anno difficile per Niscemi; anche nel 1790 e nel 1997 si è trovato in una situazione simile. Queste frane non sono eventi estremi, ma piuttosto un territorio che lentamente cede giorno dopo giorno, mese dopo mese e anno dopo anno. Vorrei anche ricordare che questi smottamenti si sono verificati nelle stesse aree di Niscemi negli anni recenti.
Non capisco, quindi, perché continuiamo a costruire su macerie, o comunque in zone a rischio. Se sappiamo che in quel luogo potrebbe verificarsi una frana o uno smottamento, perché dobbiamo spendere fondi per ritrovarci nella stessa situazione dopo qualche anno?
Recentemente, Meloni è andata a Niscemi e ha promesso l’arrivo di fondi per far rinascere questa città. Ha proposto 75 milioni per mettere in sicurezza il territorio colpito e la stessa cifra per aiutare le persone che hanno perso la propria casa. Questi 150 milioni erano già stati proposti il 27 febbraio.
Passando a un altro esempio, le alluvioni hanno invece colpito l’emilia-romagna. Io risiedo lì, quindi conosco bene la situazione; di fatto, quando accade, non mi sorprendo, anche se non voglio normalizzarla. Inoltre, sto parlando di un’intera regione che si trova su una pianura alluvionale. Proprio perché la conformazione geografica non è una novità, mi aspetterei interventi più sostanziali sul territorio e non solo dopo che si verificano disastri con morti e dispersi.
Se pensiamo di vivere in una sicurezza climatica, l’Earth Overshoot Day ci dimostra il contrario
Non sono nessuno per allarmarvi e rispetto chi non comprende che ciò che ci circonda non è un’emergenza da risolvere in fretta, ma una serie di eventi purtroppo quotidiani. L’Earth Overshoot Day di quest’anno ha solo riconfermato i dati annuali. Il 3 maggio 2026 l’italia ha esaurito le risorse annuali fornite dalla Terra. Se anche con questi dati restiamo stupiti, credo che viviamo in un mondo distante dalla realtà. Dall’inizio dell’anno all’Earth Overshoot Day sono passati circa 123 giorni; siamo stati molto bravi, in modo ironico, a consumare tutto ciò che era disponibile, e ora ci troviamo in debito.
Fino alla fine dell’anno, la Terra non sarà più in grado di fornirci altre risorse né di smaltire i rifiuti che produciamo quotidianamente. Questo implica essere in debito, e sebbene le conseguenze non siano immediatamente visibili, le sperimenteremo nei prossimi mesi e anni, e so che potrebbe essere una sicurezza per alcuni di voi. Per aprirci gli occhi, e non sempre accade, dobbiamo perdere tutto ciò che abbiamo, come ad esempio la nostra casa, i sacrifici di una vita. Tuttavia, non funziona in questo modo; dovremmo essere sempre attenti e rispettosi nei confronti della Terra, perché quando ci rendiamo conto che le cose non funzionano più, è sempre troppo tardi.
Non so quando raggiungeremo il punto di non ritorno; sono state formulate molte ipotesi. Ho anche letto che il primo punto di non ritorno lo abbiamo già superato, quindi ci troviamo in una fase dalla quale non possiamo tornare indietro, possiamo solo rallentarla. Il concetto di punto di non ritorno mi ricorda anche il documentario con Leonardo DiCaprio, in cui si confronta con diverse personalità cercando soluzioni per superare questa crisi.
La Terra non aspetta noi e nemmeno i politici
In questo articolo non intendo però puntare il dito esclusivamente contro noi abitanti della Terra, ma anche contro coloro che, avendo un potere maggiore, potrebbero fare la differenza. Io, come cittadino, posso contribuire con piccole azioni quotidiane che, nel tempo, porteranno a effetti positivi. Ma chi rappresenta il potere politico, non solo in Italia ma in generale, ha davvero agito in questi anni?
Prendendo come esempio l’Italia, vorrei ricordare le campagne elettorali di elly schlein, che si concentravano molto sulla tutela ambientale. Nel 2023, in Emilia-Romagna, si è verificata un’importante alluvione, e la Schlein si è giustificata con noi, anziché proporre soluzioni a questo disastro. Parlo di lei perché è stata scelta come vicepresidente della regione Emilia-Romagna nel 2020 e assessore al Patto per il Clima. La Schlein ha negato di avere responsabilità, ma l’amministrazione della mia regione e, quindi, il compito di mettere in sicurezza il territorio spettava solo a lei e possiamo constatare che ciò non è stato fatto.
Ho assistito in questi anni solo a promesse, mentre ho visto persone soffrire e perdere tutto. La prevenzione esiste per evitare di trovarci in queste situazioni, almeno per limitarne gli effetti negativi.
Secondo me, dovremmo unirci, sia tra cittadini, non pensando subito alle conseguenze economiche, che non saranno mai immediate, e trovare canali per discuterne anche con chi ha un potere politico.