All’Ospedale Luigi Curto, il reparto riesce a mantenere la sua operatività grazie al sacrificio del personale, ma i numeri non sono più in equilibrio. È necessario un ampliamento immediato.
Sei postazioni per le infusioni, ma ben 250 pazienti in trattamento attivo. Questo è il quadro segnalato per l’Unità Operativa di Oncologia dell’ospedale “Luigi Curto” di Polla, un punto di riferimento per il Vallo di Diano e per un ampio territorio della provincia di salerno. Dati che, secondo le segnalazioni ricevute, non sono più sostenibili e che rischiano di compromettere la qualità dell’assistenza.
Ogni giorno, medici, infermieri e operatori socio-sanitari affrontano l’emergenza con turni sempre più gravosi, cercando di garantire continuità nelle cure a pazienti che stanno già affrontando una delle sfide più difficili della loro vita. Tuttavia, con sole sei poltrone disponibili, i tempi di attesa aumentano inevitabilmente, così come la pressione sul personale sanitario.
L’appello proveniente dal territorio è chiaro: non è sufficiente mantenere il reparto, considerato un’eccellenza per l’area meridionale della provincia, ma è necessario ampliarlo, incrementando il numero delle postazioni per le terapie e potenziando l’organico.
Avere sei postazioni per 250 pazienti implica un allungamento dei tempi di attesa, costringe a turni estenuanti e mette sotto pressione medici, infermieri e OSS che ogni giorno compiono piccoli miracoli, creando soprattutto un notevole disagio a chi è già vulnerabile.
“Raccolgo le istanze silenziose del territorio tutto”, afferma il consigliere comunale di Auletta (Sa) Antonio Addesso: “dei pazienti, del personale impegnato insieme alla direzione sanitaria del presidio per poter fornire con poche risorse tali nobili servizi essenziali per una fascia così fragile come i pazienti oncologici.”
La richiesta è indirizzata alla Direzione Strategica dell’ASL Salerno, alla Regione campania e al Ministero della salute affinché venga programmato con urgenza il potenziamento dell’Oncologia dell’ospedale di Polla. Perché il diritto alle cure, sottolineano i promotori dell’appello, implica anche la possibilità di ricevere assistenza vicino a casa, in tempi adeguati e con strutture adeguate al numero di pazienti da seguire.