Oltre 142mila minori vivono nelle aree più disagiate

Nel centro delle principali città italiane si sta ampliando una frattura sociale che colpisce in particolare bambini e adolescenti. Non si tratta solo di povertà economica, ma di un intreccio di vulnerabilità educative, marginalità urbana e mancanza di opportunità che minaccia di compromettere il futuro di migliaia di giovani. A lanciare l’allerta è una recente indagine condotta da Save the Children, che ritrae una situazione sempre più allarmante nelle aree urbane considerate ad alta vulnerabilità socioeconomica.

Secondo la ricerca, nei comuni capoluogo delle quattordici città metropolitane italiane oltre 142mila minori risiedono nelle zone più svantaggiate. In termini percentuali, ciò significa che più di un minore su dieci vive in quartieri caratterizzati da elevata esclusione sociale, precarietà abitativa e accesso limitato ai servizi educativi e culturali. Queste aree sono definite “Aree di disagio urbano” (Adu), territori in cui le condizioni di vita influenzano direttamente i percorsi scolastici e le prospettive future delle nuove generazioni.

Dispersione scolastica: tassi doppi rispetto alle altre aree urbane

Uno degli aspetti più allarmanti emersi dalla ricerca riguarda l’istruzione. Nei quartieri segnati dal disagio, i tassi di dispersione e abbandono scolastico risultano nettamente superiori rispetto al resto delle città. In molte zone, infatti, il rischio di abbandonare precocemente gli studi è addirittura doppio rispetto alle aree urbane più integrate.

Questo fenomeno non può essere interpretato solo come una difficoltà individuale degli studenti. Alla base ci sono fattori strutturali: famiglie in condizioni economiche precarie, scarsità di spazi educativi extrascolastici, limitata presenza di presidi culturali e sociali, oltre a contesti abitativi spesso degradati. In queste realtà la scuola, pur rappresentando un presidio fondamentale, fatica a contrastare da sola l’esclusione sociale.

La mancanza di opportunità educative genera effetti a catena. I giovani che abbandonano precocemente il percorso scolastico affrontano maggiori difficoltà nell’accesso al mercato del lavoro, risultano più vulnerabili alla povertà e rischiano di rimanere intrappolati in un circolo vizioso di marginalità che si trasmette di generazione in generazione.

Roma, Milano e Napoli concentrano il maggior numero di minori vulnerabili

La ricerca evidenzia come il fenomeno sia particolarmente concentrato in alcune grandi città. roma, milano, napoli, torino e Palermo ospitano da sole quasi il 73,5% dei minori residenti nelle aree di disagio urbano. Si tratta di metropoli profondamente diverse per struttura economica e sociale, ma unite dalla presenza di forti squilibri territoriali al loro interno.

Nelle grandi periferie urbane convivono spesso disoccupazione, edilizia popolare deteriorata, mancanza di trasporti efficienti e insufficienza di servizi per l’infanzia. In questi quartieri la povertà educativa assume dimensioni più evidenti: molti ragazzi hanno un accesso limitato a biblioteche, impianti sportivi, centri aggregativi e attività culturali.

A Roma il fenomeno interessa numerose zone periferiche dove la crescita demografica non è stata accompagnata da adeguati investimenti pubblici. Milano, pur essendo il principale motore economico del Paese, presenta forti contrasti sociali tra aree centrali benestanti e quartieri periferici segnati da fragilità economica. Napoli continua invece a confrontarsi con storiche criticità occupazionali e sociali, mentre Torino e Palermo mostrano dinamiche di impoverimento che colpiscono in particolare le famiglie con minori.

Povertà educativa e isolamento sociale

Le difficoltà economiche rappresentano solo una parte del problema. La ricerca dimostra come il disagio urbano generi anche isolamento sociale e povertà relazionale. In molti quartieri vulnerabili i bambini crescono con poche occasioni di confronto culturale e limitate opportunità di partecipazione alla vita collettiva.

La mancanza di spazi sicuri e di luoghi di aggregazione limita fortemente le esperienze formative extrascolastiche. Per numerosi adolescenti diventa difficile praticare sport, partecipare ad attività artistiche o accedere a percorsi di supporto educativo. Tutto ciò contribuisce ad ampliare il divario rispetto ai coetanei che vivono in contesti più favorevoli.

Le conseguenze si riflettono anche sul benessere psicologico. Gli esperti avvertono che vivere in ambienti segnati da marginalità e assenza di prospettive può influenzare negativamente l’autostima e le aspettative future dei più giovani. In molti casi si sviluppa una percezione di sfiducia verso le istituzioni e verso la possibilità di migliorare la propria condizione sociale.

Il ruolo degli spazi socio-educativi

Tra le proposte avanzate da Save the Children emerge con forza la necessità di investire in spazi socio-educativi permanenti all’interno delle aree più fragili. L’obiettivo è creare luoghi accessibili dove bambini e adolescenti possano trovare supporto scolastico, attività culturali, occasioni di socializzazione e percorsi di crescita personale.

Secondo l’organizzazione, questi interventi non dovrebbero essere considerati misure straordinarie o temporanee, ma strumenti strutturali di contrasto alle disuguaglianze. In molte periferie italiane mancano infatti presidi stabili capaci di accompagnare i minori durante il percorso educativo e di sostenere le famiglie più vulnerabili.

L’esperienza accumulata negli ultimi anni dimostra che la presenza di centri educativi territoriali può contribuire a ridurre il rischio di abbandono scolastico e favorire una maggiore inclusione sociale.

La diffusione dello studio precede l’appuntamento con “Impossibile 2026”, la biennale dedicata all’infanzia e all’adolescenza che si svolgerà il 21 maggio a Roma presso l’Acquario Romano. Durante l’evento, Save the Children solleciterà un impegno concreto delle istituzioni affinché il contrasto alle disuguaglianze minorili diventi una priorità nazionale.

Tra le richieste principali figurano maggiori investimenti nelle periferie urbane, il rafforzamento dei servizi educativi e sociali, oltre a politiche coordinate capaci di intervenire simultaneamente su scuola, casa, mobilità e inclusione culturale.

Un’Italia divisa tra opportunità e marginalità

Il quadro delineato dalla ricerca restituisce l’immagine di un Paese segnato da profonde disuguaglianze territoriali. Nelle stesse città convivono realtà estremamente differenti: da una parte quartieri ricchi di servizi e opportunità, dall’altra aree dove l’accesso all’istruzione e alla cultura risulta limitato.

La crescita delle disuguaglianze urbane rischia di compromettere il principio di uguaglianza delle opportunità sancito dalla Costituzione. Il luogo in cui un bambino nasce e cresce continua infatti a influenzare pesantemente il suo percorso di vita. In molti casi, vivere in una periferia vulnerabile significa partire con minori possibilità rispetto ai coetanei residenti in contesti più favoriti.

Una visione di lungo periodo

Le organizzazioni che operano nel settore dell’infanzia ribadiscono da tempo che le politiche emergenziali non sono più sufficienti. Servono programmi duraturi, coordinati e capaci di affrontare le cause profonde della marginalità urbana. La rigenerazione delle periferie non può limitarsi agli aspetti urbanistici, ma deve includere investimenti sociali, educativi e culturali.

Contrastare il disagio minorile significa rafforzare le scuole, sostenere le famiglie, creare spazi di aggregazione e promuovere reti territoriali solide. Significa anche garantire ai giovani la possibilità di immaginare un futuro diverso dal contesto di partenza.

Patricia Iori

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