Modena. E poi? L’importanza del sostegno psichiatrico

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A Modena, dopo l’ennesima tragedia, è stato accertato che l’autore era già seguito dal Centro di Salute Mentale. Una circostanza che riapre una domanda rimasta irrisolta per anni. Tra il disagio individuato e l’aiuto effettivo cosa accade?

C’è una domanda che ritorna dopo ogni episodio di violenza, dopo ogni articolo di giornale, dopo le varie opinioni nei talk show. La questione è sempre la stessa: come è possibile che nessuno abbia agito? Come mai arriviamo sempre in ritardo nel prevenire atti violenti?

Questa volta la risposta è giunta quasi immediatamente. L’autore di quanto accaduto nel centro di era già noto. Seguito, anzi — secondo le parole del Prefetto stesso — “attenzionato” dal Centro di Mentale. Un termine burocratico, quasi elegante, che in poche parole implica che qualcuno era a conoscenza della situazione. Che esisteva una cartella, un nome, un fascicolo e che, evidentemente, ciò non è stato sufficiente a prevenire l’irreparabile, il dramma.

Perché tra l’essere “attenzionato” e l’essere realmente seguito c’è una distanza enorme. Ed è proprio in quello spazio vuoto che le cose precipitano, evolvendo in un abisso devastante.

La salute mentale in opera in base alle emergenze. Si interviene quando il problema è già esploso, quando il disagio ha già un nome sui giornali. Prima, quasi mai. Non perché manchino le persone qualificate – ci sono psichiatri, psicologi, assistenti sociali che lavorano in condizioni che definire difficili è un eufemismo. Così accade molto spesso che i pazienti non proseguano le cure, a volte interrompono, scomparendo dal sostegno e dall’assistenza dei centri di salute mentale.

I pazienti smettono di presentarsi. Non rispondono al telefono. Si isolano. Oltre l’80% dei percorsi psichiatrici si interrompe senza una conclusione concordata con i medici. “Persi dai radar”, li hanno definiti. Come se il problema fosse tecnico. Come se bastasse un radar migliore.

Non è un problema tecnico. È un problema culturale, prima di tutto. Perché in Italia la mentale è ancora nascosta. La depressione non viene discussa pubblicamente. La psicosi viene negata finché è possibile. Le famiglie che convivono con una persona in crisi spesso non cercano aiuto perché non sanno a chi rivolgersi, o temono le conseguenze di tale richiesta. E nel frattempo, si sostengono da sole, finché riescono a mantenere un equilibrio fortemente compromesso e precario.

Il Centro di Salute Mentale, nella sua forma ideale, dovrebbe rappresentare una rete attiva – non un ufficio dove ci si reca su appuntamento ogni tre mesi. Il Ministero della Salute lo afferma chiaramente: prevenzione, cura, riabilitazione, reinserimento sociale, équipe multidisciplinari. Sulla carta esiste tutto, ma nella realtà, quella rete ha maglie così larghe da permettere il passaggio delle persone più vulnerabili.

Dopo i fatti di Modena, il sistema sanitario locale ha attivato un servizio di supporto psicologico per cittadini, commercianti, testimoni. È un’iniziativa corretta. Un evento del genere lascia il segno anche su chi era solo di passaggio, anche su chi ha sentito soltanto le sirene. Il trauma non ha confini definiti.

Ma quello che manca non è il dopo, è il prima. Ovvero mancano percorsi che non si interrompano alla prima difficoltà. Famiglie che abbiano qualcuno a cui telefonare quando non ce la fanno più, non un numero verde registrato, ma una voce reale.

C’è ancora un aspetto che nessuno sottolinea mai abbastanza chiaramente: il disagio mentale contemporaneo non nasce per caso. Si sviluppa all’interno di vite sempre più ristrette, precarie, isolate, senza reti di sostegno. L’ansia, la rabbia, il senso di impotenza non sono deviazioni statistiche. Stanno diventando la norma. E una che produce fragilità a ritmo industriale, poi si sorprende quando quella fragilità esplode.

Finché chiedere aiuto sarà visto come una debolezza, arriveremo sempre in ritardo. Troppo tardi. Come a Modena.