Un nuovo studio internazionale, pubblicato sulla rinomata rivista Atmospheric Environment, evidenzia un fenomeno di crescente rilevanza per l’ambiente e la salute: la presenza di microplastiche derivanti dai pneumatici nell’aria delle zone urbane ad alto traffico. La ricerca, condotta nell’ambito del progetto europeo Polyrisk con il supporto dell’ENEA, segnala concentrazioni di particelle fino a cinque volte superiori nelle aree dove i veicoli frenano e ripartono frequentemente, rispetto a zone più tranquille e verdi.
L’obiettivo della ricerca
Lo studio scientifico fa parte di un più ampio sforzo europeo per comprendere in che modo le microplastiche, e in particolare le nanoplastiche, influenzino la salute umana e l’ambiente. Il progetto Polyrisk, finanziato attraverso il Programma Horizon 2020, si dedica all’analisi degli effetti dell’esposizione a queste minuscole particelle e alla quantificazione della loro presenza nei vari comparti ambientali.
Per questo motivo, la collaborazione tra diversi istituti europei ha portato a un’analisi sistematica della qualità dell’aria in tre siti selezionati nei Paesi Bassi, nei pressi di Utrecht, con l’intento di confrontare ambienti caratterizzati da traffico intenso, traffico scorrevole e aree verdi poco influenzate dalle emissioni veicolari.
Metodologia e scelta dei siti
I ricercatori hanno selezionato tre contesti urbani con caratteristiche di traffico molto diverse per misurare l’aria respirata quotidianamente da residenti e passanti:
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Strada urbana con traffico “stop-and-go”, caratterizzata da frequenti frenate e ripartenze tipiche delle arterie cittadine affollate.
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Tratto autostradale a traffico intenso ma fluido, dove i veicoli mantengono velocità costanti.
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Parco urbano distante dalle strade principali, utilizzato come riferimento per confrontare l’aria più pulita possibile.
Queste tre situazioni hanno permesso di analizzare come le condizioni di traffico influenzino la diffusione di particelle di microplastica nell’aria.
Le misurazioni hanno rivelato differenze significative tra le varie zone:
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Parco urbano: i livelli di microplastiche da pneumatici sono risultati i più bassi, variando tra circa 3,1 e 5,1 nanogrammi per metro cubo.
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Tratto autostradale: le concentrazioni sono aumentate notevolmente, con valori compresi tra 7,8 e 18,1 ng/m³, segnalando un incremento fino a tre volte rispetto all’area verde.
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Zona urbana “stop-and-go”: qui sono state osservate le concentrazioni più elevate, risultando quasi cinque volte superiori rispetto al parco cittadino.
Questi dati indicano non solo che la presenza di pneumatici usurati nell’aria è onnipresente nelle zone a traffico intenso, ma anche che la frequenza di frenate e accelerazioni aumenta l’emissione di microplastiche nell’atmosfera.
Microplastiche, additivi e tracce chimiche
La ricerca non si è limitata alla semplice quantificazione delle particelle di gomma nell’aria. Gli scienziati hanno utilizzato marcatori specifici per identificare le componenti distintive degli pneumatici, come:
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Gomma sintetica e naturale: i principali costituenti delle mescole di pneumatici.
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Benzotiazolo: un additivo impiegato nella vulcanizzazione della gomma, usato come indicatore della presenza di particelle derivanti dall’usura degli pneumatici.
I risultati hanno dimostrato che anche il benzotiazolo segue lo stesso andamento delle microplastiche: più alto nelle aree trafficate e particolarmente accentuato nel tratto “stop-and-go”.
Non solo gomma: metalli dall’usura dei freni
Oltre alle particelle di gomma, lo studio ha evidenziato un notevole incremento di metalli associati all’usura dei sistemi frenanti dei veicoli, come ferro, rame, cromo e manganese. Questi elementi sono risultati da tre a otto volte più concentrati nell’aria delle zone a traffico intenso rispetto all’area verde di riferimento. Questa correlazione suggerisce che i processi di frenata contribuiscono in modo significativo all’inquinamento atmosferico da particelle sottili.
Le microplastiche generate dai pneumatici sono particelle di dimensioni tali da entrare nella frazione respirabile del particolato atmosferico, ossia il PM10 e potenzialmente anche nella frazione ancora più fine (PM2,5). Queste particelle, trasportate dall’aria, possono essere inalate e depositarsi nei polmoni, causando possibili effetti negativi sulla salute umana, inclusi potenziali infiammazioni e danni a lungo termine.
Sebbene la ricerca attuale si sia concentrata principalmente sulla descrizione delle concentrazioni ambientali, l’interesse verso gli impatti sanitari è in crescita e rappresenta un tema centrale per gli studi futuri nell’ambito del progetto Polyrisk.
Secondo le stime basate sui dati raccolti a Utrecht, ogni anno potrebbero essere emesse nell’aria tra le 880 e le 2900 tonnellate di particelle plastiche derivanti esclusivamente dall’abrasione degli pneumatici sulle strade. Questo dato, pur riferendosi a una specifica area urbana, riflette un fenomeno che si verifica in molte città industrializzate con flussi elevati di traffico.
La rilevazione di livelli così significativi di microplastiche nell’atmosfera richiede una riflessione più approfondita sulle fonti di inquinamento urbano. Per anni, l’attenzione si è concentrata su emissioni di scarico e particolato proveniente dalla combustione; ora è sempre più chiaro che le emissioni non di scarico, come quelle derivanti dall’usura di pneumatici e freni, costituiscono una parte significativa dell’inquinamento atmosferico urbano.
Le conclusioni dello studio non si limitano a descrivere un problema: pongono le basi per future azioni mirate a mitigare queste emissioni. Tra le strategie potenziali ci sono:
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Miglioramento dei materiali degli pneumatici, al fine di ridurre l’usura e le emissioni di microplastiche.
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Politiche di mobilità urbana che promuovono un traffico fluido e riducono le frenate e accelerazioni frequenti.
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Incentivi per una mobilità sostenibile, come ciclabilità e mezzi pubblici, per limitare l’uso del veicolo privato nelle aree densamente popolate.