Il glifosato nel Libano si trasforma in un’accusa formale contro Israele. Velivoli militari hanno spruzzato erbicidi ad alta intensità sui villaggi meridionali, lungo il confine, rendendo inaccessibili terreni agricoli, fonti d’acqua e intere zone abitate. Le analisi effettuate dai ministeri libanesi segnalano livelli allarmanti. L’Unifil ha sospeso le sue pattuglie e ha abbandonato parte della sua area operativa. Beirut accusa un crimine ambientale e sanitario che colpisce la popolazione civile e sta preparando un dossier per le Nazioni Unite riguardo alla contaminazione intenzionale di un territorio abitato.
L’aviazione israeliana ha disperso ingenti quantità di glifosato sui villaggi del Libano meridionale, trasformando l’area di confine in un luogo contaminato. Il presidente libanese Joseph Aoun ha denunciato l’operazione come un crimine ambientale e sanitario contro il popolo e il suolo libanese.
Le analisi condotte dai ministeri dell’Agricoltura e dell’ambiente hanno riscontrato concentrazioni di glifosato superiori di venti-trenta volte rispetto ai limiti considerati accettabili. Gli aerei hanno irrorato le sostanze tossiche su Aita al-Shaab, Ramieh e Marwanieh, nel distretto di Bint Jbeil, provocando una reazione immediata degli abitanti che hanno richiesto l’intervento delle autorità.
La ministra dell’Ambiente Tamara Zein aveva già segnalato l’irrorazione di pesticidi o agenti chimici non identificati su Aita al-Shaab e altre località vicine, ordinando indagini urgenti per valutare la pericolosità delle sostanze. L’Unifil ha comunicato che Israele aveva avvertito del rilascio aereo di composti definiti “innocui”, obbligando però i caschi blu a rimanere nei bunker per oltre nove ore. Tel Aviv ha rifiutato di fornire qualsiasi chiarimento sulla natura e l’obiettivo delle sostanze utilizzate.
Fonti della missione di peacekeeping hanno confermato che il comando israeliano aveva notificato in anticipo “attività di irrorazione” lungo la linea di demarcazione, presentandole come operazioni con sostanze prive di tossicità. Il preavviso ha portato alla sospensione delle pattuglie in aree già considerate sensibili, impattando direttamente sulla capacità di monitorare le violazioni del cessate il fuoco e sui contatti con le comunità rurali confinanti.
La missione delle Nazioni Unite ha dovuto rinunciare a un terzo della propria area di competenza e interrompere tutte le pattuglie in zone diventate inaccessibili. I caschi blu, insieme all’esercito libanese, si limitano ora a raccogliere campioni di terreno per identificare i contaminanti.
Il glifosato è ritenuto l’erbicida più impiegato a livello mondiale in ambito agricolo, al centro di un contenzioso scientifico e legale che va avanti da anni. L’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS lo ha classificato nel 2015 come “probabilmente cancerogeno per l’uomo”. Molti studi documentano i suoi effetti sulla biodiversità, sui microrganismi del suolo e sulla qualità delle acque superficiali.
Ricerche internazionali indicano che il glifosato può persistere nel suolo per settimane o mesi, con la potenzialità di essere trasportato nelle acque superficiali e di accumularsi lungo la catena alimentare. Ricercatori e organizzazioni ambientaliste segnalano rischi per la microfauna del suolo, per gli ecosistemi acquatici e per la salute umana in caso di esposizione cronica, specialmente nelle comunità rurali che dipendono dall’agricoltura di sussistenza.
Le associazioni ambientaliste libanesi, tra cui Green Southerners, accusano Israele di perseguire la sterilizzazione permanente dei suoli agricoli e la creazione di condizioni invivibili per la popolazione. L’esercito israeliano applica lo stesso metodo nei territori siriani che intende svuotare, dopo aver emesso ordini di evacuazione privi di qualsiasi giustificazione legale.
Associazioni libanesi e internazionali parlano esplicitamente di “ecocidio”, affermando che l’uso di erbicidi ad alta concentrazione si inserisce in una strategia volta a rendere strutturalmente inabitabili le aree rurali di confine, erodendo nel tempo la sicurezza alimentare e la sostenibilità economica delle comunità agricole. In vari comunicati, la Commissione nazionale per i diritti umani libanese ha definito le irrorazioni “un crimine contro l’ambiente e la popolazione civile”, chiedendo l’apertura di indagini indipendenti.
La contaminazione chimica del sud libanese potrebbe avere l’intento di forzare il ritiro dell’UNIFIL senza un confronto diretto, impedendo così anche il ritorno dei profughi libanesi che, concluse le operazioni militari, troverebbero solo terre inutilizzabili.
Le autorità di Beirut hanno avvertito che i rischi sanitari e ambientali potrebbero propagarsi alle falde acquifere, ai suoli e alla filiera alimentare. Il governo ha annunciato iniziative legali e diplomatiche per tutelare i diritti dei cittadini libanesi e contrastare la distruzione ambientale perpetrata da Israele.
Esperti di diritto internazionale richiamano in particolare la Convenzione sulle armi chimiche, che riconosce il divieto dell’uso di erbicidi come metodo di guerra, e la Convenzione Enmod, che proibisce modifiche intenzionali dell’ambiente quando producono effetti diffusi, duraturi o gravi. Secondo alcune interpretazioni legali, l’impiego di erbicidi in territori di conflitto potrebbe rientrare in questa cornice, specialmente quando altera profondamente l’equilibrio ecologico di un’area agricola.
Il ministero dell’Ambiente procederà a un censimento dettagliato delle sostanze rilasciate, verificandone la compatibilità con le convenzioni internazionali. La documentazione raccolta, comprensiva dei dati sui danni ambientali, verrà presentata al Consiglio di sicurezza dell’onu tramite un esposto formale.
L’avvelenamento delle risorse idriche e l’annientamento delle coltivazioni recidono il legame tra gli abitanti e la loro terra, rendendo di fatto inabitabile la fascia di confine. L’Onu ha classificato queste operazioni come violazioni della risoluzione 1701 e dell’accordo di cessate il fuoco siglato nel novembre 2024. Oltrepassando il conflitto con Hezbollah, le azioni di Tel Aviv mirano a imporre un deserto umano al posto delle comunità rurali che vi risiedevano, sfruttando l’inerzia di una diplomazia internazionale incapace di far rispettare i propri mandati.