Vajont, la riattivazione della centrale idroelettrica riaccende il confronto tra tutela ambientale e memoria storica.

È possibile riprendere la produzione di dal Vajont? Questa interrogazione non è soltanto di natura tecnica, ma anche emotiva. Infatti, il progetto per una nuova centrale idroelettrica al Vajont, attualmente in fase di valutazione da parte della Regione Friuli Giulia, riapre un dibattito significativo: come armonizzare la transizione energetica con la memoria storica?

Recentemente ha preso avvio l’analisi preliminare di una proposta che mira a sfruttare l’acqua ancora presente nell’area della diga. Si tratta di un impianto di dimensioni contenute, che sulla carta appare poco invasivo. Tuttavia, il sito non è un luogo qualsiasi. È il Vajont. E quel nome, in , ha un peso considerevole. Non tutte le infrastrutture pongono le stesse problematiche: alcune necessitano di essere esaminate, altre obbligano a confrontarsi con ciò che rappresentano.

Un impianto da 1,8 megawatt nel cuore della montagna

A presentare la richiesta è la società Welly Red srl, con un investimento previsto di circa 12 milioni di euro. Il progetto prevede una centrale con una potenza nominale di 1,8 megawatt e una produzione stimata superiore ai 13 gigawattora l’anno. Questi numeri, sebbene modesti rispetto alle grandi dighe del passato, risultano significativi per un territorio montano.

L’intento è quello di utilizzare le portate idriche che scorrono nel sistema di scarico collegato al cosiddetto lago residuo formatosi dopo il 1963. L’acqua verrebbe prelevata e diretta verso turbine situate all’interno della montagna, per poi essere restituita al torrente Vajont. Non è prevista la costruzione di una nuova diga, né di infrastrutture visibili dall’esterno: almeno secondo le intenzioni progettuali, l’impatto sul paesaggio sarebbe minimo.

Adesso la parola passa alla procedura di Valutazione di Impatto Ambientale. Gli uffici regionali esamineranno la compatibilità dell’opera, raccogliendo osservazioni da enti locali e cittadini. Questo rappresenta solo l’inizio di un percorso che si preannuncia complesso.

Il Vajont non è solo una diga: è memoria collettiva

Il 9 ottobre 1963 una frana imponente si staccò dal Monte Toc e cadde nel bacino artificiale della Diga del Vajont. L’onda generata superò la diga e devastò Longarone e altri centri abitati. Il bilancio fu tragico: 1.917 vittime, di cui 400 mai ritrovate. Tra queste, quasi 500 avevano meno di 15 anni. Trecento milioni di metri cubi di roccia. Sotto, una valle che riposava, spazzata via in pochi minuti.

Quella tragedia, che molti storici definiscono annunciata, è diventata il simbolo dei pericoli legati a una gestione superficiale del territorio. Oggi il Vajont è un luogo di memoria nazionale. Ogni anno migliaia di persone visitano la diga per ricordare e comprendere.

Ed è proprio in questo contesto che il nuovo progetto solleva interrogativi. È possibile parlare di energia pulita in un luogo così carico di sofferenza?

Oppure, potrebbe la produzione di energia rinnovabile, controllata e di piccole dimensioni, rappresentare un modo per restituire significato e futuro a una valle ferita?

Le reazioni locali evidenziano una frattura comprensibile. Il di Longarone ha espresso contrarietà, sottolineando che l’area è un simbolo e deve essere tutelata come tale. Dall’altro lato, il sindaco di Erto e Casso, dove ricadrebbe l’impianto, ha mostrato apertura, evidenziando come eventuali benefici economici potrebbero supportare una comunità montana che affronta il problema dello spopolamento.

Non si tratta di una questione semplice: la transizione energetica richiede nuovi impianti, ma implica anche ascolto, consapevolezza e rispetto per i territori.

Energia rinnovabile sì, ma a quale prezzo simbolico?

È noto a tutti che l’idroelettrico rappresenta una fonte rinnovabile storica per l’Italia. Tuttavia, conosciamo anche i suoi limiti, specialmente quando si tratta di ecosistemi delicati o luoghi simbolici.

Il progetto della centrale idroelettrica al Vajont riapre una discussione che va oltre i megawatt. Ci costringe a interrogarci se ogni luogo sia idoneo ad accogliere nuove infrastrutture, anche se ecologiche. Ci invita a riflettere su cosa significhi realmente “sviluppo sostenibile”: non solo riduzione delle emissioni, ma equilibrio tra , comunità e memoria.

L’iter è appena iniziato e le valutazioni tecniche stabiliranno se l’opera è realizzabile dal punto di vista ambientale. Tuttavia, la decisione finale, in ultima analisi, sarà anche culturale. Perché il Vajont non è solo acqua che scorre: è una storia che continua a porre domande.

Fonte: Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia