Questo dispositivo genera idrogeno utilizzando acqua e luce solare, senza necessità di connessione alla rete elettrica.

Un metro quadrato, più o meno l’area di una finestra di grandi dimensioni, è stato sufficiente per rendere tangibile un’idea che nel settore energetico circola da anni, portando con sé molte promesse e qualche delusione industriale. Durante la fiera di Hannover, uno degli eventi europei in cui le tecnologie si presentano spesso con l’odore del laboratorio, è stato svelato un pannello in grado di generare idrogeno verde utilizzando due elementi fondamentali: acqua e luce solare. Senza necessità di collegamento alla rete elettrica. Senza il passaggio intermedio dell’elettrolizzatore. Senza tutta quella serie di apparecchiature che oggi rende l’idrogeno pulito interessante sulla carta, ma complesso non appena entra in produzione.

Il progetto si chiama photreon ed è sviluppato all’interno del Karlsruhe Institute of Technology, in germania. Il prototipo presentato è un pannello fotoreattore di un metro quadrato, progettato per convertire direttamente l’energia solare in energia chimica, ovvero in idrogeno. La differenza rispetto al modello più conosciuto è semplice da spiegare: di solito, i pannelli fotovoltaici generano elettricità, che alimenta un elettrolizzatore, il quale separa idrogeno e ossigeno dall’acqua. Qui il processo è semplificato. La luce entra nel pannello, attiva materiali sensibili alla radiazione solare e avvia la reazione che divide le molecole d’acqua.

Un pannello autonomo

Il termine tecnico è fotocatalisi. Spiegato senza termini complessi: alcuni materiali, quando vengono colpiti dalla luce, attivano gli elettroni necessari per avviare una reazione chimica. Nel caso del pannello tedesco, questa reazione è finalizzata a separare l’acqua nei suoi due componenti, idrogeno e ossigeno. L’aspetto interessante risiede nella configurazione interna del reattore, su cui è stata presentata una domanda di brevetto: la geometria deve dirigere la luce, assicurandosi che raggiunga efficacemente il materiale attivo e, al contempo, facilitare l’uscita dei gas generati.

Questo particolare può sembrare da ingegneri appassionati, ed è proprio per questo che è significativo. Quando si discute di idrogeno solare, il problema raramente è l’idea di base. Le difficoltà emergono successivamente: rendimento, costi, durata dei materiali, manutenzione, sicurezza, installazione, produzione in serie. Un prototipo può funzionare bene in condizioni controllate; un impianto deve resistere a sole, polvere, caldo, freddo, acqua di scarsa qualità, cicli quotidiani e anni di operatività. Nel documento tecnico associato al progetto, infatti, il gruppo chiarisce che il prototipo è già in uso e che il lavoro attuale si concentra su dimostrazione, scalabilità e stabilità a lungo termine.

La promessa industriale è chiara: realizzare pannelli con materiali comuni e processi produttivi standardizzati, in modo da ridurre la complessità e rendere possibile una produzione su larga scala. Questa è la parte meno spettacolare della narrazione, ma anche la più cruciale. Un pannello di questo tipo avrebbe senso solo se potesse essere replicato in grandi quantità, installato a costi ragionevoli e gestito senza trasformare ogni tetto industriale in una centrale sperimentale.

Dove potrebbe essere realmente utile

L’uso domestico, almeno per il momento, rimane escluso dal contesto. Qui si parla principalmente di aziende che consumano idrogeno o che potrebbero utilizzarlo nei prossimi anni: chimica fine, lavorazioni metalliche, produzioni alimentari, siti industriali lontani da una rete elettrica robusta o da una futura dorsale dell’idrogeno. In queste situazioni, produrre combustibile direttamente in loco potrebbe evitare trasporti costosi e infrastrutture ancora da realizzare. La scheda presentata alla Hannover Messe menziona proprio i piccoli e medi consumatori come potenziali “prosumers”, produttori e utilizzatori insieme.

Il tema è rilevante poiché l’idrogeno continua a rappresentare una promessa difficile da concretizzare. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, la domanda globale di idrogeno ha raggiunto quasi 100 milioni di tonnellate nel 2024, con utilizzi concentrati principalmente in raffinerie e industria, mentre la quota prodotta con basse emissioni rimane ancora marginale. La stessa Agenzia segnala costi elevati, domanda incerta, ritardi infrastrutturali e progetti annullati o rinviati come ostacoli concreti alla crescita del settore.

Un pannello fotocatalitico, se superasse la prova della scala industriale, potrebbe affrontare una delle fragilità più evidenti: la dipendenza da impianti complessi e da energia elettrica rinnovabile disponibile al momento opportuno. Qui la luce solare verrebbe utilizzata direttamente per generare idrogeno. Meno passaggi, meno componenti, meno infrastruttura a monte. Almeno nelle intenzioni.

Il salto che manca

Tuttavia, è necessaria una certa cautela, poiché “senza corrente” suona benissimo nei titoli, ma risulta molto meno semplice negli impianti reali. Il pannello utilizza comunque energia, solo che la ottiene direttamente dalla luce solare anziché riceverla sotto forma di elettricità da una rete o da un impianto fotovoltaico. Rimangono aperte le domande fondamentali: quanta produzione reale per metro quadrato, con quale efficienza, con quale durata dei materiali, con quale purezza del gas, con quali costi di installazione e con quali sistemi di raccolta e stoccaggio dell’idrogeno.

Il progetto, per ora, va interpretato in questo modo: un prototipo promettente, sviluppato da un centro di ricerca affidabile, concepito per semplificare un aspetto della produzione di idrogeno verde. La tecnologia mira a rendere più accessibile una filiera che oggi risulta spesso pesante, costosa e legata a infrastrutture non sempre disponibili. Il passo successivo dirà se questo pannello rimarrà una bella dimostrazione da fiera o se potrà realmente essere installato sui tetti delle aziende, in siti isolati, nei grandi impianti solari delle regioni più soleggiate.

Fonte: KIT

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