Una normativa potrebbe essere approvata entro l’estate. Una centrale nucleare, nonostante le buone intenzioni dei calendari ufficiali, ha tempistiche decisamente meno estive. La presidente del Consiglio giorgia meloni lo ha affermato durante il premier time al Senato, rispondendo a carlo calenda: entro l’estate verrà approvata la legge delega e saranno emessi i decreti attuativi per creare il quadro normativo necessario alla ripresa della produzione nucleare in italia. Una frase concisa, solenne, contenente tutto il linguaggio necessario a far apparire il futuro come un documento già registrato: delega, decreti, quadro normativo, produzione. Manca solo il rendering con cielo sereno e una famiglia dei Simpson sorridente davanti al reattore modulare.
Il contesto scelto dalla premier è quello ormai consueto: tensioni geopolitiche, costi energetici, competitività delle aziende, potere d’acquisto delle famiglie, necessità di diversificare fonti e tecnologie. Materiale concreto, significativo, quotidiano. Proprio per questo il nucleare in Italia dovrebbe essere trattato con meno enfasi da annuncio e maggiore rispetto per i tempi della materia. Il disegno di legge A.C. 2669, “Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile”, è ancora in fase di esame in Commissione alla Camera; la scheda parlamentare lo classifica come disegno di legge ordinario presentato il 17 ottobre 2025 su iniziativa del governo.
Il nucleare in Italia può tornare a far parte del dibattito pubblico, può entrare nei dossier, può occupare commissioni, audizioni, convegni, slide e interviste del ministro di turno. Tuttavia, la bolletta continua ad arrivare con una puntualità decisamente meno futuristica.
La data sul tavolo
Il termine “delega” appare tecnico, quasi innocuo, ma descrive bene la situazione. Il Parlamento dovrebbe conferire al governo il compito di redigere le normative. La memoria della Banca d’Italia sul provvedimento chiarisce che l’articolo 1 conferisce una delega per definire un quadro normativo per lo sviluppo dell’energia nucleare sostenibile in Italia, con obiettivi come l’ampliamento del mix energetico, la sicurezza, l’indipendenza e il contenimento dei costi energetici. All’interno della questione ci sono produzione nucleare, gestione dei rifiuti radioattivi, disattivazione degli impianti esistenti, ricerca sulla fusione, formazione e competenze pubbliche. Una questione semplice, simile a montare una libreria svedese con istruzioni in sanscrito e una vite misteriosamente scomparsa.
C’è solo un problema: la politica fissa una data e quella data inizia a brillare autonomamente. Estate. Sembra vicina, ma la legge delega rappresenta solo l’inizio del percorso normativo, non l’accensione di una centrale. Il primo passo, in questa fase, somiglia ancora molto a un fascicolo. E questo prima ancora di arrivare alla parte più complessa, si fa per dire: siti, autorizzazioni, sicurezza, rifiuti radioattivi, opposizioni locali, costi e responsabilità pubbliche. Una festa di compleanno con la torta ancora da ordinare.
Il secondo problema riguarda il modo in cui il nucleare viene associato alle urgenze energetiche attuali. Le bollette arrivano ora, le aziende energivore fanno i conti ora, le famiglie misurano lavatrici, condizionatori e fasce orarie ora. Il nucleare di nuova generazione, invece, guarda più lontano. Reuters ha riportato che il piano italiano prevede piccoli reattori modulari e tecnologie avanzate, con una strategia da completare entro il 2027 e scenari di contributo al mix energetico soprattutto verso il 2050.
Il 2035, nel dibattito politico, è considerato come un evento imminente. Nella vita reale è un altro mutuo, un altro ciclo industriale, un’altra legislatura moltiplicata per diverse volte. In mezzo ci sono siti, autorizzazioni, capitali, competenze, controlli, sicurezza, scorie, consenso pubblico, ricorsi, contratti, reti. Tutto materiale poco adatto ai titoli con scadenze ben definite.
Il sole lavora già
Qui arriva la parte che dovrebbe avere una posizione molto più elevata nel dibattito pubblico. Il fotovoltaico, a differenza del nucleare promesso, produce già energia in Italia. Secondo Terna, nel 2025 il fabbisogno elettrico nazionale è stato pari a 311,3 TWh e la nuova capacità rinnovabile installata è aumentata di 7.191 MW. Il rapporto mensile di Terna segnala anche che, nei primi dodici mesi del 2025, il solo fotovoltaico ha aggiunto 6.437 MW di capacità in esercizio, molto più dell’eolico nello stesso periodo.
Questi dati presentano un enorme difetto per la comunicazione politica: sono meno scenografici di una centrale del futuro. Tuttavia, hanno anche un dettaglio estremamente fastidioso: esistono. Il fotovoltaico non ha bisogno di essere evocato come una creatura mitologica con la promessa “arriverà”.
Va installato in modo più efficiente, con meno consumo inutile di suolo, più tetti, più aree industriali, più parcheggi coperti, più agrivoltaico ben realizzato, più accumuli, più reti. Va liberato dal pantano autorizzativo e dalla guerra di religione in cui ogni pannello diventa o salvezza del mondo o aggressione al paesaggio. La realtà è più concreta: un pannello su un capannone produce elettricità. Una legge sul nucleare produce, per ora, altra legge. E, dettaglio non trascurabile, non lascia in eredità un deposito nazionale da spiegare ai nipoti.
Se il problema sono le emissioni, la dipendenza dal gas e il costo dell’elettricità nei prossimi anni, la priorità dovrebbe essere spostare investimenti, semplificazioni e capacità amministrativa sul fotovoltaico, sugli accumuli e sulle reti. Non perché il sole sia una favola senza problemi. Il fotovoltaico ha bisogno di aree adatte, connessioni rapide, materiali, regole chiare, batterie, pompaggi, gestione intelligente della domanda, manutenzione. Tuttavia, ha una qualità politica devastante: non richiede di aspettare il 2035 per iniziare a essere utile.
Anche a livello globale la traiettoria è chiara. L’Agenzia internazionale dell’energia prevede quasi 4.600 GW di nuova capacità rinnovabile tra il 2025 e il 2030, con il solare fotovoltaico che rappresenta quasi l’80% della crescita mondiale. L’IEA collega l’accelerazione del solare a costi ridotti dei moduli, iter autorizzativi relativamente più efficienti e maggiore accettazione sociale. IRENA, nel rapporto sui costi 2024, afferma che le rinnovabili continuano a essere la fonte più competitiva per la nuova generazione elettrica e che il 91% della nuova capacità utility-scale rinnovabile commissionata nel 2024 ha prodotto energia a costi inferiori rispetto all’alternativa fossile più economica.
A quel punto la domanda politica diventa quasi imbarazzante nella sua semplicità: con risorse pubbliche, attenzione normativa e tempo amministrativo limitati, dove conviene concentrare il peso adesso? Su una tecnologia che forse entrerà nel sistema italiano tra molti anni, dopo aver risolto nodi enormi, oppure su impianti rinnovabili che possono ridurre gas, emissioni e costi molto prima, se il Paese smette di trattare autorizzazioni e reti come una penitenza medievale?
Il nucleare in Italia può anche tornare nei testi di legge. Il sole, nel frattempo, entra dalle finestre, batte sui tetti dei capannoni, riscalda parcheggi, scuole, supermercati, condomini, aree industriali lasciate a cuocere per anni. È lì, senza conferenza stampa. Aspetta solo che qualcuno smetta di preferire il rendering al cacciavite.