L’isola isolata nel Pacifico scelta dal Giappone per lo stoccaggio delle scorie nucleari.

Esiste un’isola nel cuore del Pacifico che è praticamente sconosciuta ai più. Si chiama Minamitorishima, ed è un triangolo di roccia e corallo delle dimensioni di un quartiere periferico, situato a quasi duemila chilometri da Tokyo. Non vi risiede alcuna persona. Dal punto di vista tecnico, è un luogo ideale per occultare qualcosa che nessuno sa dove collocare da decenni: le scorie nucleari ad alta radioattività.

Il governo giapponese ha formalmente richiesto al comune di Ogasawara, che gestisce ufficialmente questo angolo remoto di terra, di concedere il permesso per una prima indagine geologica. Per il momento, non si tratta di nulla di definitivo. Gli esperti lo definiscono literature survey: un’analisi di documenti, dati sul sottosuolo, valutazioni sulla stabilità geologica e sull’eventuale attività vulcanica. Un primo passo, senza dubbio. Ma anche un segnale piuttosto chiaro riguardo alla direzione del ragionamento.

La questione a cui nessuno vuole dare risposta: dove vanno a finire le scorie?

Dopo il disastro di Fukushima nel 2011, il aveva praticamente fermato tutto. Reattori spenti, dibattito pubblico acceso, fiducia nell’energia nucleare ai minimi storici. Poi è sopraggiunta la crisi energetica globale, con i prezzi alle stelle e la pressione per ridurre le emissioni. Così, il governo di Tokyo ha cambiato strategia: il nucleare torna, a patto di rispettare standard di sicurezza più rigorosi. A gennaio, uno dei reattori più grandi del è stato riavviato nella prefettura di Niigata, dove era rimasto inattivo per anni a causa di Fukushima.

Tuttavia, ogni reattore riattivato genera combustibile esaurito. E il combustibile esaurito contiene materiali che rimangono radioattivi per decine di migliaia di anni. Non si tratta di un errore di battitura: decine di migliaia di anni. Un intervallo temporale che supera di gran lunga la durata di qualsiasi civiltà umana conosciuta. Il problema delle scorie nucleari non è recente, ma non è mai stata trovata una soluzione definitiva. O meglio: la soluzione esiste sulla carta, ma attuarla è un’altra questione.

La soluzione più avanzata attualmente è il deposito geologico profondo. Il principio è semplice: si scavano tunnel a centinaia di metri sotto terra, all’interno di rocce ritenute stabili, e lì si seppelliscono i contenitori sigillati con le scorie. La Finlandia ha già realizzato questo progetto nel sito di Onkalo, dove il combustibile nucleare esaurito sarà isolato a circa 400 metri di profondità.

Gli scienziati considerano questa la migliore soluzione disponibile. Tuttavia, nessuno può garantire cosa accadrà realmente tra diecimila anni: cambiamenti geologici, climatici, sociali. Le variabili sono troppe.

Un’isola isolata con un fondale ricco di risorse e un futuro incerto

Ciò che rende la di Minamitorishima particolarmente singolare è che questa piccola isola dimenticata è tutt’altro che insignificante. Negli ultimi anni, è diventata strategicamente rilevante per un motivo completamente diverso: i fondali marini che la circondano sono estremamente ricchi di terre rare, quegli elementi chimici essenziali per i telefoni, le turbine eoliche e le batterie delle auto elettriche.

Secondo alcune stime, i sedimenti attorno all’isola potrebbero contenere oltre 16 milioni di tonnellate di queste materie prime. Il Giappone ha già avviato test sperimentali per estrarle a profondità superiori ai seimila metri, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dalla , che attualmente controlla la maggior parte del mercato globale.

Quindi, la stessa isola potrebbe, in teoria, diventare simultaneamente una di materiali chiave per la transizione energetica e il luogo dove seppellire i rifiuti più problematici che quella transizione energetica cerca disperatamente di sostituire. Se ci fosse un per il paradosso del decennio, questo candidato si piazzerebbe sicuramente tra i primi.

Il fatto che si stia cercando una soluzione così remota indica anche quanto sia difficile trovare consenso politico e sociale attorno a questi siti nelle aree abitate. Il NIMBY nucleare – not in my backyard – è un fenomeno universale. Nessuno desidera un deposito di scorie sotto casa. E così si guarda lontano, in mezzo all’oceano, dove non ci sono abitanti a protestare.

Se i risultati dell’indagine preliminare fossero favorevoli, si passerebbe a una fase successiva: rilievi sul campo, seguiti da perforazioni profonde per analizzare le caratteristiche reali del sottosuolo. Un processo che, se tutto andasse per il verso giusto, potrebbe durare decenni. Nel frattempo, le scorie nucleari continuano ad accumularsi in strutture temporanee sparse per il Paese.

La questione che rimane sul tavolo, quella a cui nessuna tecnologia ha ancora fornito una risposta davvero convincente, è una sola: esiste un luogo sulla Terra sufficientemente sicuro da custodire per millenni ciò che abbiamo prodotto in pochi decenni? Minamitorishima potrebbe rappresentare la risposta del Giappone. O semplicemente il modo più elegante per rinviare ulteriormente il problema.

Fonte: METI