A Cuba, oggi, una nave che non arriva può spegnere una casa, fermare un autobus, rendere difficile un ricovero e lasciare un frigorifero inutilizzabile in cucina. La crisi energetica dell’isola si manifesta in modo molto tangibile: elettricità disponibile solo per poche ore al giorno, spesso durante la notte, mezzi pubblici ridotti al minimo, ospedali costretti da mesi a focalizzarsi solo sui casi urgenti, generatori che, privi di carburante, diventano semplici macchine ferme.
Il ministro cubano dell’Energia e delle Miniere, Vicente de la O Levy, ha comunicato che il Paese ha esaurito le riserve di petrolio, gasolio e olio combustibile. Questi sono i combustibili che alimentano gran parte della rete elettrica nazionale, che si basa principalmente su centrali termoelettriche obsolete. I blackout, già molto prolungati, si sono ulteriormente estesi: anche a L’Avana, l’elettricità può arrivare solo per un paio d’ore al giorno, per lo più di notte.
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La dichiarazione più severa è giunta direttamente dal governo: dopo aver esaurito anche l’ultimo carico russo arrivato a fine marzo, non rimane più nulla. Una formula diretta, quasi brutale, che illustra meglio di qualsiasi grafico la vulnerabilità di un sistema costruito attorno ai combustibili fossili importati.
Una rete dipendente dal petrolio
Prima del collasso, circa due terzi del fabbisogno energetico cubano erano legati alle importazioni di combustibile. L’80% dell’elettricità era generato da sedici vecchie centrali termoelettriche alimentate a combustibile. Attualmente, quegli impianti possono contare solo sulla limitata produzione interna di petrolio, mentre una percentuale minore proviene da gas naturale e fonti rinnovabili.
Il caso cubano è estremo, senza dubbio. Tuttavia, mette in evidenza senza filtri una fragilità che interessa tutti i sistemi energetici eccessivamente dipendenti dai combustibili fossili: quando il carburante proviene dall’estero, passando per rotte marittime, fornitori esterni, equilibri politici e infrastrutture obsolete, ogni crisi può riflettersi direttamente nelle abitazioni. A Cuba, questa catena è evidente. Il petrolio scarseggia e l’elettricità scompare. L’elettricità scompare e la vita quotidiana si altera.
Negli ultimi mesi, sull’isola, si sono diffusi soprattutto mezzi elettrici, ricaricati durante le poche ore di funzionamento della rete o tramite accumulatori collegati a pannelli fotovoltaici. Ora, anche questa soluzione mostra il suo limite più evidente: se l’elettricità dura troppo poco, anche i mezzi elettrici rimangono fermi. La transizione, senza una rete robusta e sistemi di accumulo adeguati, rischia di diventare una promessa rimasta in attesa davanti a una presa spenta.
Il solare avanza, la rete no
Cuba ha incrementato la capacità di generare elettricità attraverso pannelli fotovoltaici, grazie anche a impianti forniti e installati da aziende cinesi. È passata da poco più di 200 megawatt nel 2024 a quasi 1.300 nel 2025. Si tratta di un progresso significativo, soprattutto per un Paese in profonda crisi economica.
Tuttavia, si tratta di una quantità limitata. Per avere un termine di paragone, in lombardia il fotovoltaico produce una potenza molte volte superiore. Inoltre, la rete elettrica cubana, già in condizioni disastrose, non riesce a gestire tutta l’energia prodotta. Il problema, quindi, non riguarda solo il numero di pannelli installati. Riguarda cavi, cabine, accumuli, manutenzione, distribuzione, capacità di sostenere gli sbalzi e portare l’elettricità dove è necessaria.
Il governo cubano pone grande enfasi sulla produzione solare, e nel lungo termine quella direzione può avere senso. Tuttavia, oggi il fotovoltaico non può sostituire immediatamente il petrolio che alimentava centrali, trasporti, ospedali e servizi pubblici. La crisi cubana ricorda un aspetto spesso trascurato nel dibattito energetico: le rinnovabili sono realmente utili solo quando esiste un’infrastruttura in grado di farle funzionare. Senza rete, anche il sole rimane a metà.
La vita durante le ore di luce
La vita quotidiana dei cubani è diventata sempre più complessa. Con il caldo, l’assenza di aria condizionata e l’elettricità disponibile in fasce imprevedibili, anche il sonno diventa difficile. Molti raccontano di cucinare, fare lavatrici, stirare e ricaricare dispositivi tra le tre e le cinque del mattino, quando l’elettricità torna per poco e bisogna decidere rapidamente cosa fare prima.
Una parte della popolazione, spesso legata al turismo o comunque con maggiori risorse economiche, può contare su pannelli fotovoltaici e batterie domestiche. Per gli altri, resta l’attesa. I generatori a carburante, che in altre crisi potevano alleviare i blackout, sono inutilizzabili proprio perché il carburante è esaurito.
Negli ultimi giorni a L’Avana si sono verificate diverse proteste per l’assenza di corrente, in particolare con i cacerolazos: gruppi di persone che di sera e di notte battono su pentole e oggetti metallici per farsi sentire. In alcune aree sono comparse anche piccole barricate. Il rumore del metallo, in una città al buio, comunica molto più di qualsiasi comunicato.
La geopolitica entra nella vita quotidiana
La dimensione geopolitica è entrata nella vita domestica senza preavviso. Da gennaio, gli Stati uniti hanno intensificato la pressione sulle forniture energetiche dirette a Cuba, minacciando dazi e sanzioni verso chi continua a vendere petrolio all’isola. Gli esperti delle Nazioni Unite hanno definito quell’ordine esecutivo una grave violazione del diritto internazionale e hanno avvertito che limitare le importazioni di carburante può influenzare elettricità, acqua, ospedali, trasporti, conservazione del cibo e distribuzione alimentare. Dopo la cattura di Nicolás Maduro, il Venezuela ha interrotto le forniture di petrolio. Lo stesso ha fatto il Messico, sotto minaccia statunitense. Erano due fornitori fondamentali.
Da allora, sull’isola è giunta solo una petroliera russa, con 100mila tonnellate di petrolio, a fine marzo. Anche quel carico è stato esaurito. Nel frattempo, Washington ha ulteriormente inasprito le misure economiche e ha offerto 100 milioni di dollari di aiuti a Cuba, subordinandoli a “riforme significative del sistema comunista”.
Negli stessi giorni sono emerse analisi sui voli di ricognizione statunitensi intorno all’isola, con mezzi con equipaggio e droni soprattutto nei pressi dell’Avana e di Santiago. Gli obiettivi precisi rimangono poco chiari. Tuttavia, il contesto è già abbastanza teso: pressione economica, crisi energetica, vulnerabilità infrastrutturale, tensione politica.
Cuba rappresenta un caso estremo, un Paese legato a combustibili importati, centrali obsolete e reti fragili. Se fosse l’italia, la situazione sarebbe diversa: rete più robusta, fornitori più diversificati, economia più forte. Tuttavia, il paragone rimane utile, proprio perché scomodo: quanto può dirsi sicuro un Paese che deve acquistare all’estero gran parte dell’energia necessaria per funzionare? A Cuba, questa fragilità è evidente nel buio. Altrove, può iniziare dalla bolletta.